Expo: come bloccare la corruzione, ma non le opere

Expo: come bloccare la corruzione, ma non le opere

Di fronte ai recenti arresti nell’ambito delle indagini per corruzione in relazione agli appalti dell’Expo, la (giusta) preoccupazione del Governo, e anche del Paese, è: “fermare i responsabili, ma non le opere”. Come fare a conseguire questo obiettivo immediatamente ed efficacemente ?

L’ipotesi di una “task force anticorruzione” può essere una buona idea, purché non si perda di vista che l’azione deve anzitutto mettere sotto controllo le aziende dei corruttori. È qui che occorre intervenire immediatamente per fermare la corruzione, neutralizzarne gli effetti e, nel contempo, salvaguardare la realizzazione delle opere affidate a tali aziende.

Per ottenere ciò esistono misure già in uso nei principali paesi del mondo e raccomandate da tutte le organizzazioni internazionali che si occupano di contrastare la corruzione. Esse consistono, in estrema sintesi:

1. Nel cambiamento della governance delle società appaltatrici, con l’allontanamento dei soggetti coinvolti nelle indagini;

2. Nell’adozione e attuazione di un rigoroso programma di compliance anticorruzione;

3. Nella nomina da parte della società di un soggetto indipendente con il compito di monitorare l’immediata ed effettiva attuazione di tale programma e di riferirne direttamente alla stazione appaltante (in questo caso Expo) e alla magistratura.

La legge italiana prevede la possibilità per la magistratura di imporre alle società indagate, anche contro la loro volontà, la nomina di un commissario che potrebbe attuare le suddette misure (art. 15 del Decreto legislativo 231/2001, la legge sulla responsabilità delle società per i reati commessi dai loro esponenti).

Tuttavia tale commissariamento richiede un iter giudiziario di almeno un paio di mesi (tra ricorso dei pubblici ministeri, difese della società, decisione del Gip e successivo appello al Tribunale del Riesame). Inoltre si tratta di una misura altamente invasiva chepuò di fatto portare al dissesto della società appaltatrice, con conseguente blocco dei lavori. Esiste una modalità più immediata e meno dannosa ?

La modalità potrebbe essere un accordo diretto tra le società appaltatrici e la stazione appaltante. Con tale accordo le società dovrebbero impegnarsi ad adottare immediatamente tutte le misure e azioni sopra indicate (cambio della governance, programma anticorruzione e nomina del soggetto indipendente con compiti di monitoraggio). In presenza di un accordo così congegnato, le società potrebbero proseguire regolarmente la realizzazione delle opere. Anche le esigenze di provvedimenti cautelari contro tali società potrebbero venire meno, preservando così la loro “continuità aziendale” e lasciando che la giustizia faccia il suo corso.

Nell’ordinamento degli Stati Uniti (senza dubbio il paese con la maggiore esperienza di azioni legali per corruzione), e più di recente anche nel Regno Unito, questo tipo di accordi è previsto dalla legge e la loro stipula è possibile direttamente tra la società e le autorità inquirenti (si tratta dei non prosecution agreement o deferred prosecution agreement).

In attesa di una analoga (auspicabile) normativa anche in Italia, si può comunque cominciare a concludere accordi diretti tra stazione appaltante e società appaltatrici che permettano di conseguire di fatto i medesimi risultati. Questa dunque potrebbe essere la strada da seguire nei prossimi giorni per “fermare i responsabili”, ma non l’Expo.

*Avvocato, studio Bonelli, Erede e Pappalardo