Rubrica Scienza&SaluteForse è davvero possibile guarire dall’Hiv

Forse è davvero possibile guarire dall’Hiv

L’anno scorso aveva fatto molto clamore il caso della bambina del Mississippi, trattata con farmaci antiretrovirali trenta ore dopo il parto, e per i suoi primi 15 mesi di vita, e poi ritenuta guarita dall’infezione dell’Hiv. Nonostante la terapia fosse stata interrotta, infatti, i test condotti ai 24 mesi di età non avevano rivelato tracce del virus nel suo organismo, e ancora oggi a tre anni di età, la bambina risulta negativa ai test. Il marzo scorso un caso simile: in California un’altra bambina sembrerebbe guarita dall’infezione. Anche questa bambina californiana era stata trattata precocemente, quattro ore dopo la nascita, con alte dosi di tre farmaci antiretrovirali (zidovudina, lamivudina e nevirapina). Undici giorni dopo, nel corpo della bimba non vi era traccia del virus, né è stato trovato otto mesi più tardi. La bimba è però ancora sotto trattamento, quindi è difficile affermare se sia davvero in remissione. Sebbene la diagnosi non possa essere eseguita sul feto, i medici avevano deciso di trattare il neonato subito dopo il parto perché la madre, sieropositiva, non aveva seguito la terapia durante la gravidanza, come è di prassi, per ridurre il rischio della trasmissione del virus al feto (se il trattamento è ben fatto la probabilità che  nasca un bambino infetto è bassissima, meno del 2% de casi). Entrambi gli episodi hanno però suscitato non poche perplessità nella comunità scientifica, non ancora convinta della completa eradicazione del virus.

«Qualche dubbio resta», come spiega a Linkesta Massimo Andreoni, direttore dell’Unità di malattie infettive del Policlinico Tor Vergata di Roma: «È molto difficile avere la certezza che il virus sia stato eliminato completamente. Perché il trattamento è così efficace da ridurre la carica infettiva fino al punto che il virus sembra scomparso. In realtà è possibile che ci sia ancora, ma si “nasconde” nei tessuti, non nel sangue, per cui per trovarlo bisogna ricorrere ad accertamenti molto efficaci, come la biopsia. Oppure bisogna cercarlo in grandi quantità di sangue. Nei bambini piccoli è difficile eseguire biopsie di tutti gli organi e apparati, così come prendere grandi quantità di sangue, per confermare l’assenza del virus. Inoltre un bambino appena infettato nel grembo materno ha poco virus circolante, e trattarlo appena nato riduce ancora di più la carica virale. È difficile quindi affermare che il trattamento precoce abbia eliminato completamente il virus in questi bambini. Quello che possiamo dire con certezza, però, che la terapia precoce è importante: prima si trattano le persone meglio è».

Discorso che vale anche per gli adulti, in cui si è visto che iniziare presto la terapia porta la quantità di virus circolante a livelli molto bassi, tanto da sembrare scomparso. «In realtà significa che ne è rimasto talmente poco da farci pensare che quella persona possa andare avanti per anni, senza che il virus riprenda a crescere, senza bisogno della terapia» continua Andreoni. «Che è ugualmente un grande successo. Questo è il massimo che oggi la terapia ci permette di raggiungere, soprattutto per le persone che hanno iniziato prestissimo il trattamento». Anche la rivista Nature riporta i casi di adolescenti che iniziata la terapia sin da piccoli oggi potrebbero addirittura sospenderla. Ma sono necessarie altre ricerche per dimostrare che l’interruzione non sarebbe controproducente. Diagnosi e trattamento precoce, questo per adesso l’unico segreto del successo contro l’Hiv. Anche perché prima si ha la consapevolezza di essere sieropositivi, più si riducono i contagi inconsapevoli. E prima si inizia il trattamento, più diminuisce la capacità infettante e si limita  la diffusione della malattia. «E qui il problema è solo culturale – continua Andreoni – dobbiamo invitare le persone a fare il test. Anche perché oggi l’infezione è maggiormente prettamente eterosessuale, quindi non esistono più specifiche categorie a rischio, chiunque di noi abbia avuto rapporti che possano essere ritenuti a rischio di trasmissione deve fare il test. È un beneficio per se stessi e per la comunità, ed è l’unico modo per bloccare la diffusione dell’infezione, che continua a essere molto importante. In Italia da anni non si riesce più a ridurre i numeri di nuovi casi da infezione da Hiv».

Tornando al caso dei bambini, trattare la madre per il momento resta però la soluzione migliore per evitare che il bambino si infetti. Sia perché la somministrazione di farmaci antiretrovirali comporta dei rischi, soprattutto per un bambino così piccolo.  Sia perché per ottimizzarne l’efficacia devono essere somministrati subito dopo la nascita, cioè senza che si abbia la certezza che il bambino sia sieropositivo. Con la conseguenza di cure inutili se il bambino è invece Hiv-negativo. Le donne sieropositive che in gravidanza assumono i farmaci per gestire la propria carica virale, riducono la probabilità di trasmissione del virus Hiv al proprio figlio fin sotto il due per cento. Diversamente la probabilità di trasmissione sale fino al 15-45 per cento.

Comunque sia per capire se il trattamento precoce sia stato davvero efficace nell’eliminare il virus, a breve partirà uno studio clinico. Anche per individuare modi e tempi di somministrazione dei farmaci ed estendere lo standard di cura a tutti i neonati ad alta probabilità di infezione da Hiv. Obiettivo dello studio sarà valutare l’efficacia di un trattamento precoce in bambini nati da madri sieropositive (che per qualche motivo non hanno seguito al terapia in gravidanza), che saranno sottoposti a una combinazione della terapia antiretrovirale entro 48 ore dalla nascita. I bambini saranno poi seguiti per un periodo di tempo,  per capire se il virus può essere davvero eliminato del tutto. «Oggi la sospensione intenzionale della terapia antiretrovirale non rientra nelle linee guida di trattamento» ha spiegato Deborah Persaud, virologa del Johns Hopkins Children’s Center e coinvolta in entrambi i casi, come riporta la Cnn «e non esiste un programma prestabilito di interruzione. Queste prove devono necessariamente essere condotte all’interno di uno studio clinico, perché l’unico sistema per dimostrare l’effettiva l’eliminazione del virus in questi casi è di sospendere il trattamento. Il che non è privo di rischi».

«Studio che sicuramente fornirà dati utili sul trattamento precoce», continua Andreoni «ma temo ben poco sulla possibile eradicazione virale, perché quella ahimè, per la qualità di questo virus, è una chimera difficile da raggiungere. L’unico caso finora certo di guarigione è quello avvenuto in seguito al trapianto di midollo (il famoso caso del paziente di Berlino, sottoposto a trapianto per un’altra patologia, che ricevette dal donatore cellule del sistema immunitario resistenti al virus) in cui il paziente senza bisogno di terapia non ha avuto ripresa dell’infezione virale. Ma riguarda solo persone che per altre malattie devono fare il trapianto, non sarebbe mai prospettabile come cura per l’Hiv».

Proprio sull’esempio di persone che si sono rivelate resistenti all’infezione da Hiv, i ricercatori hanno pensato di sviluppare un altro sistema per combattere il virus: prelevare i linfociti delle persone sieropositive, modificarli geneticamente per renderli più resistenti al virus e re iniettarli nel paziente. Niente trapianto quindi, ma una manipolazione delle stesse cellule della persona infettata. Una strategia promettente, ancora molto lontano però dall’essere chiamata cura. «Il virus per poter entrare nelle cellule ha bisogno di recettori, delle porte d’ingresso che devono essere espresse dalle cellule stesse, e gli permettano di entrare. Alcune persone, a causa di modifiche genetiche, non hanno queste porte d’ingresso e quindi non vengono infettate, o lo sono ma in maniera molto parziale. In pratica si sta cercando di riprodurre un avvenimento che avviene già in natura, seppure in casi molto rari. Sono studi molto interessanti, ma bisogna tenere conto che queste cellule così modificate, non perdono solo la capacità di far entrare il virus ma anche di svolgere altre funzioni.  C’è ancora molto da studiare per valutare gli effetti di questa possibile cura, che è comunque tecnicamente moto complessa. Serviranno molti altri dati per capire quanto sia valida questa strategia».

In collaborazione con RBS-Ricerca Biomedica e Salute

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