Viva la FifaIl maledetto Benfica

Il maledetto Benfica

C’è uno spettro che si aggira per l’Europa. Ogni volta che il Benfica deve giocare una finale di coppa continentale, si posa sullo stadio e se ne resta lì, fino a quando i giocatori e i tifosi non piangono per la sconfitta. E a nulla servono i pellegrinaggi che i portoghesi di fede biancorossa fanno sulla tomba di un allenatore ungherese, per ricoprirla di fiori e sperare in meglio. C’è uno spettro che si aggira per l’Europa ed è la maledizione di Béla Guttmann.

Tutto comincia una sera di inizio maggio del 1962. Sono gli anni d’oro del grande Real e del Benfica, che si ritrovano di fronte in una finale storica. Non solo perché è passato tanto tempo, così tanto che il trofeo più importante d’Europa si chiamava Coppa dei Campioni e ci andavano a giocare solo i vincitori dei campionati, niente secondi, terzi, preliminari, sponsor e cotillon arabo-russi. In campo ci sono Puskáed Eusébio. Il primo segna tre gol, il secondo due: ma è l’autore della doppietta ad alzare il trofeo. Partita storica, si diceva: per Puskás è l’ultimo grande match, a 35 anni suonati, mentre per Eusébio, 20 anni, è la seconda Coppa dei Campioni consecutiva e un futuro ancora tutto da scrivere.

Mentre si celebra un ideale passaggio di consegne, a bordo campo l’allenatore del Benfica si sfrega le mani. Béla Guttmann non vede l’ora di andare dai suoi dirigenti e chiedere un ricco premio partita: in fondo, è la seconda coppa dalle grandi orecchie portata nella bacheca portoghese, se lo merita. Guttmann ripensa a tuta la strada fatta per arrivare fino lì. Ripensa a quando, sopravvissuto girovagando per l’Europa alla Seconda Guerra Mondiale, finì a fare l’allenatore a Bucarest, dove lo pagavano in ortaggi

La sua mente va ancora più indietro. E allora, ripensa agli anni Venti, quando si tolse la casacca da giocatore per diventare allenatore. Pieno di speranze e dotato di talento e personalità, aveva scalato presto le panchine più importanti fino ad arrivare a quella, prestigiosa, della nazionale ungherese che andò a Parigi per cercare di strappare l’oro olimpico all’emergente calcio sudamericano. Immaginava una sistemazione degna di una nazionale olimpica e si ritrovò in un decrepito albergo di Montmartre. Anziché guidare la squadra in campo, si mise a capo di una vera e propria rivolta tra gli angusti corridoi dell’albergo, chiedendo a gran voce di essere tutti trasferiti in luoghi più consoni. I dirigenti rifiutarono, così la notte stessa tornò su quei corridoi, per sistemare davanti alle loro porte dei topi morti.

Va da sé che la Federazione lo fece fuori, ma lui era già a godersi la rivincita a New York. Sono i ruggenti anni Venti, quelli del Grande Gatsby e del calcio inteso come esibizione. Guttmann era finito nella Grande Mela con il suo Hakoah Vienna, squadra di calciatori ebrei che giocava partite di esibizione ovunque venissero chiamati, attirando grande pubblico. Rimase talmente colpito dalla ricchezza del Nuovo Mondo che rimase ad allenare i New York Giants. Ma il crollo della Borsa nel 1929 gli tolse tutto. Anziché buttarsi da un palazzo, girò il mondo, ripromettendosi che non avrebbe mai più perso un centesimo.

Guttmann sapeva bene di essere diventato il primo allenatore moderno della storia del calcio: allenava per soldi ed è pieno di idee vincenti. Se il Brasile si aggiudicò il primo Mondiale nel 1958, lo dovette anche a lui, che finito al San Paolo aveva inventato il 4-2-4. Perché per Guttmann l’importante è fare un gol in più degli avversari, in un sistema tattico dove tutti devono saper fare tutto. Un modo di giocare al quale gli olandesi si ispireranno, chiamandolo “calcio totale” e che lui chiama invece “passa-repassa-chuta”: passa, ripassa, tira. Per capire di cosa parlava Guttmann, basta riguardarsi l’azione che porta al gol dell’Olanda contro la Germania nella finale del Mondiale 1974, o il modo di giocare dei club allenati da Guus Hiddink. Segnatevelo, questo nome, perché lo ritroveremo.

Mentre i suoi ragazzi festeggiano, quella sera del 1962, Guttmann ripensa che nessuno gli può mettere i piedi in testa. Né i dirigenti né i giocatori. Lo sanno bene quelli del Milan, che a metà anni Cinquanta lo avevano cacciato nonostante sia in testa al campionato, per una flessione di risultati. Lui si era congedato inchinandosi davanti ai giornalisti: «Mi mandano via anche se non sono né un brigante, né un omosessuale». Il Milan vincerà lo stesso lo scudetto con un altro tecnico, ma tutti parleranno solo di Guttmann: da questo modo di fare, anni dopo, un portoghese di nome José Mourinho imparerà molto.

Non si farà nemmeno ostacolare da Puskás, che ha appena battuto sul campo. Nel 1957, mentre allenava il mitico club ungherese della Honved, aveva escluso un giocatore nell’intervallo. Capitan Puskas si era opposto e lo aveva fatto rientrare. Guttmann aveva così lasciato la panchina e per andare in tribuna a leggersi un giornale per tutto il secondo tempo e per poi prendere un tram e lasciare per sempre il club. Sta per farlo anche con il Benfica. Mentre la squadra sta ancora festeggiando, i dirigenti lo frenano: niente soldi in più. Lui alza i tacchi, ma con un ultimo colpo di teatro li guarda negli occhi e lancia la maledizione: «Nessuna squadra portoghese vincerà più una Coppa dei Campioni per due anni consecutivi. E il Benfica per cento anni non vincerà una coppa europea».

quegli stessi dirigenti sarebbe bastato leggere i segnali, per capire che non si trattava di una frase schiumante rabbia buttata lì così. L’anno dopo, nel 1963, il Benfica è ancora in finale di Coppa Campioni. A Wembley di fronte ai portoghesi c’è il Milan. Il capitano dei rossoneri è Cesare Maldini, uno che è stato lanciato proprio da Guttmann. Ed è lui ad alzare il trofeo: Benfica sconfitto. Pazienza, pensano in Portogallo: questo Benfica è troppo forte ed ha un Eusébio devastante, si rifarà. Passano due anni e di fronte, sempre in finale, c’è stavolta l’Inter allenata da un Helenio Herrera che, se non ci fosse stato Guttmann a ispirarlo, forse avrebbe fatto chissà cosa, altro che il “Mago”. Al quale basta però un gol di Jair alla fine del primo tempo per far restare la Coppa a Milano: seconda finale persa.

Prima che l’eredità di Guttmann consegni al calcio olandese la gloria degli anni Settanta, è il tempo del mito dei Red Devils. Il Manchester United elimina prima il Benfica ai quarti nel 1966, poi nel 1968 le due squadre si ritrovano in finale, sempre a Wembley. L’Inghilterra ha portato bene a Eusebio, che al Mondiale è arrivato terzo e incantato il mondo. Il blocco portoghese rimpolpa il Benfica, che non può perdere: finisce 4-1 per lo United di George Best. E con questa sono tre finali perse. Per la quarta deve passare un decennio in mano a olandesi e tedeschi, Ajax e Bayern Monaco. Il Benfica si deve accontentare dei successi nazionali e di un riscatto europeo che passa dalla finale di Coppa Uefa del 1983, quando ancora l’ultimo atto si gioca in due match di andata e ritorno. E sì, vincono gli avversari dell’Anderlecht.

Nel 1988 c’è la finale di Coppa Campioni. Di fronte, un refolo di Olanda. Non è l’Ajax, ma il Psv Eindhoven guidato da Guus Hiddink. L’anno prima a vincere è stato per la prima volta il Porto, acerrimo nemico delle “Aquile”. Non si può sbagliare. Vince il Psv ai rigori. E sono cinque finali. Che diventano sei nel 1990, ancora contro il Milan. Fino alla settima dello scorso anno, contro il Chelsea, all’ultimo minuto, ad Amsterdam. Lì dove tutto è cominciato.

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