Il voto europeo e il mito della spesa pubblica

Il voto europeo e il mito della spesa pubblica

Si vota per le europee. Si hanno tre schieramenti: 1) gli euro-fobici, 2) gli euro-scettici; 3) gli euro-fili. L’argomento dell’euro ha un aspetto “retorico” ed uno “tecnico”. Gli schieramenti debbono perciò essere sia convincenti (quindi retorici) sia tecnici (quindi logici).

Forza Italia, politica fiscale espansiva

La retorica dipende anche dalla storia di ogni schieramento – si deve in qualche modo dare “continuità” alle proprie affermazioni. Nel caso di Forza Italia l’argomentazione euro-scettica non può non tener conto della sua adesione al progetto dell’euro per tutto il tempo che – come Forza Italia prima e come PdL poi – ha governato. Perciò per Forza Italia l’euro va bene, ma a condizione che si facciano “gli interessi dell’Italia”, ossia che si abbracci una politica fiscale espansiva, vale a dire in deficit in una misura maggiore di quanto avvenga oggi, finanziata dalla Bce, che – a differenza di oggi – comperi le obbligazioni emesse dai Tesori per finanziare il deficit nella misura necessaria, e che si indebolisca l’euro. Così ha spiegato Silvio Berlusconi nel comizio dell’Eur di giovedì scorso. Il quale Berlusconi ha poi affermato che questa politica non è così originale, perché è in corso sia negli Stati Uniti sia in Giappone e ha portato a questi due Paesi degli evidenti benefici. 

Possiamo perciò affermare che Forza Italia pensa che, se si cambia politica economica nell’euro-area, da euro-scettica può diventare – con circospezione – euro-fila. A ben guardare la proposta di Forza Italia è la politica economica italiana di una volta – di trenta anni fa – ma questa volta attuata a livello europeo: il bilancio pubblico in gran deficit per alimentare la domanda, con il finanziamento della banca centrale di una parte del deficit, il tutto combinato con una moneta debole in grado di spingere le esportazioni.

M5S, tra retorica e logica

IL M5S non ha una storia che deve giustificare. Non ha mai governato, e perciò non ha mai aderito agli accordi internazionali che hanno portato alla formazione dell’Euro area prima solo commerciale e poi anche anche valutaria. Può perciò muoversi liberamente fra retorica e logica.

Ripercorriamo i passaggi della proposta: 1) il Paese è governato da una Kasta, che fa solo i propri interessi; 2) fanno parte della Kasta quelli che costituiscono la base del vecchio potere: istituzioni, imprese, sindacati, grandi media, eccetera; 3) non fanno parte della Kasta tutti gli altri; i non-Kasta hanno a disposizione la Rete per parlarsi e le Piazze per mostrarsi. Si ha così un sistema “orizzontale”, che si contrappone a quello “verticale” della Kasta; 4) poiché la Kasta è irriformabile, i “non-Kasta” entrano nell’arena politica per prendere il potere, che sarà poi di tutti; 5) i cittadini eletti che rappresentano i non-Kasta devono rigorosamente rappresentarli – perciò torna il “vincolo di mandato”, e il mondo sarà privo di pesi e contrappesi giudiziari – la Corte Costituzionale sarà composta da cittadini eletti a sorte – al fine di avere un potere popolare pieno; 6) la proposta economica, mai circostanziata, può essere giudicata sia euro-foba, sia euro-scettica. 

In linea di massima è stata delineata nei sette punti programmatici al “V-day” del dicembre 2013. Si ha: i) un referendum per la permanenza nell’euro; ii) l’abolizione del Fiscal Compact; iii) l’adozione degli Eurobond; iv) l’alleanza tra i Paesi mediterranei per una politica comune, v) gli investimenti in innovazione e nuove attività produttive esclusi dal limite del 3 per cento annuo di deficit di bilancio; vi) si hanno i finanziamenti per attività agricole finalizzate ai consumi nazionali interni; vii) infine, si ha l’abolizione del pareggio di bilancio. La proposta non è stata circostanziata, perché, se si vuole uscire dall’euro non si possono avere gli euro bond, così come non si possono avere questi ultimi, anche stando nell’euro, con l’eliminazione dei vincoli di bilancio dei Paesi membri.

Per chi prevale la mano pubblica

L’idea sottostante sia per Forza Italia sia per M5S è quella che la spesa pubblica in deficit stimoli la domanda e quindi la crescita del Pil. Quello proposto è un mondo dove prevale la “mano pubblica” – dove la spesa pubblica cresce più della spesa privata, e dove la Banca Centrale sostituisce i mercati finanziari. Si ha un mondo dove la spesa di origine privata non è sufficiente a trainare l’economia, e dunque si ha il traino della spesa di origine pubblica, che non “infastidisce” i privati chiedendo loro delle maggiori imposte oltre la sottoscrizione di una massa crescente di debito pubblico, perché ci pensa la Banca Centrale. Un bilancio pubblico in perenne deficit con finanziamento monetario è uno strumento per “dare” (promettere politiche sociali – dal reddito di cittadinanza al reddito per le casalinghe) senza che si debba anche “avere” (le imposte per finanziarle). Insomma, ammesso e non concesso che la spesa pubblica stimoli in maniera efficiente e duratura l’economia, ci troveremmo in un mondo dove la società civile girerebbe intorno alla politica e non ai mercati.

Il nuovo corso del Pd: prima le riforme

Si contrappone a questa visione della “mano pubblica” quella – ma solo quella del nuovo corso – del Pd.  Con le elezioni del 2013 non si ha un vincitore – il Pd ha la maggioranza alla Camera, ma non al Senato. Il programma di Bersani per avere una maggioranza stabile al Senato era una miscela di (a) minor austerità da realizzarsi con maggiori investimenti pubblici, (b) miglior protezione sociale, (c) tagli ai costi della politica, (d) energia verde, (e) matrimonio civili più aperti. Tutti punti che potevano incontrare il favore del M5S. La premessa era che «l’aggiustamento di debito e deficit sono obiettivi di medio termine, poiché l’immediata emergenza sta nell’economia reale e nell’occupazione». Si trattava quindi di un capovolgimento rispetto al governo Monti, che il Pd aveva appoggiato: Monti vedeva nell’aggiustamento dei conti pubblici la premessa per il rilancio.

Non sorgendo una nuova maggioranza con i M5S, non si poteva che avere un governo a guida Pd che cercasse con il PdL e con Monti una maggioranza. Si formò con Enrico Letta una maggioranza Pd-PdL (che ora non c’è più, essendo rinata Forza Italia – FI), che poi si sciolse sulla decadenza da senatore di Berlusconi. Il governo Letta continuò però ad avere una maggioranza con la parte del PdL non finita in FI, che prese il nome di Nuovo Centro Destra (Ncd). E qui arriva Renzi. Renzi ha vinto le primarie del suo partito nel dicembre del 2013. Si noti che la sua vittoria è stata anche il frutto del voto dei non iscritti al Pd. Perciò il Parlamento è quello delle elezioni del 2013, ma il maggior partito – il Pd – ha un nuovo equilibrio interno. Renzi appena due mesi dopo ha forzato la sua nomina a Presidente del Consiglio esponendo un bivio decisionale: 1) andare subito alle elezioni non sapendo, con il sistema vigente come va a finire; 2) oppure provare a dare una scossa di governabilità che Letta non esprimeva. È stata scelta dalla direzione del Pd con maggioranza quasi assoluta la seconda strada: Renzi al posto di Letta.

Il Pd di Bersani sarebbe stato euro-filo, ma con una politica economica che rimandava le riforme a dopo il rilancio. Poi – prima con Letta e poi con Renzi – il Pd è tornato a volere prima le riforme – della spesa, del mercato dei prodotti e del lavoro – e poi la negoziazione dei vincoli di bilancio dell’euro-area. Lo ha ribadito Renzi giovedì scorso a Porta a Porta.

Un dubbio sull’aumento della spesa pubblica

Siamo al dunque. Si hanno retoriche e logiche. Si tratta di vedere dove iniziano le prime e dove le seconde. Finora i punti di vista sono stati esposti – spero – senza faziosità. La mia opinione – ridotta ai minimi termini – è questa. Ammettiamo pure che la spesa pubblica sia virtuosa – ossia che il reddito cresca più della spesa in deficit (=il moltiplicatore della spesa sia maggiore di 1). Siamo sicuri che, una volta che la spesa pubblica sia stata espansa con successo, essa rientri? In altre parole, pensiamo che il deficit pubblico, svolto il suo compito “propulsivo”, effettivamente rientri? Oppure pensiamo che la spesa pubblica per sua natura – essa è, alla fine, “catturata” dai gruppi organizzati – crescerà in modo perpetuo? Se si immagina che un giorno il debito pubblico sarà di gran lunga maggiore di quello di oggi, proprio perché la spesa è “catturata”, si deve anche immaginare che le imposte volte a ripagarlo saranno maggiori. La liberalizzazione del mercato dei prodotti (=meno corporazioni) e del lavoro (=più contratti decentrati) stimola la crescita e dunque, alla fine, l’occupazione. Lo sviluppo economico è tanto maggiore quanto minori sono i vincoli sia nel mercato dei prodotti sia in quello del lavoro. Se non vi sono vincoli, le innovazioni si diffondono più facilmente, perché si hanno meno ostacoli nella diffusione dei prodotti, che, a loro volta, possono materializzarsi solo se la forza lavoro si sposta – senza troppe frizioni – dai vecchi ai nuovi settori. Senza austerità le riforme sono rimandate, perché c’è abbastanza domanda per mantenere le cose come sono. Alla lunga, però, non si cresce. 

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