La Nigeria e Boko Haram prima degli hashtag

La Nigeria e Boko Haram prima degli hashtag

Due riflettori accesi in poco meno di un mese. Nel volgere di poche settimane, la Nigeria è passata nell’opinione pubblica internazionale da «Paese dei record» divenuto la prima economia africana, a “Paese delle ragazze nella tana del lupo”, quello delle circa 280 alunne rapite da scuola e minacciate di essere vendute al mercato degli esseri umani dai fondamentalisti di Boko Haram. 

Un passaggio che riassunto in foto, racconteremmo così: 

Da qui:

Nigeriani in coda presso un punto vendita di un grande operatore sudafricano del retail (Afp/Getty Images)

A qui:

Pulizie dopo un attacco bomba di Boko Haram nella capitale Abuja, (Afp/Getty Images)

A parole, invece, è questo: 

È il sei aprile e la Nigeria si risveglia come prima economia africana. L’aggiornamento dei dati usati per calcolare il Pil, fermi al 1990, permette alla Nigeria di superare i numeri del Sudafrica. Le luci si accendono sul Paese più popoloso del continente e i giornali internazionali stendono pagine sull’economia nigeriana. Servizi, telecomunicazioni, Internet, real estate: si passano in rassegna tutti i settori coinvolti dal boom economico.

La Nigeria si prepara a vivere “l’effetto stimolo” del conteggio. «Il ricalcolo avrà un impatto psicologico. Segnala agli investitori stranieri che questo Paese ha un’ampia base di consumatori», racconta al Financial Times Ngozi Okonjo-Iweala, il ministro delle Finanze nigeriano.

È la notte del 14 aprile 2014 e i residenti di Chibok, villaggio nello Stato del Borno, nel Nord del Paese, vengono avvisati di attacchi imminenti da parte di Boko Haram. Il 14 aprile una serie di pick-up si dirige verso la scuola del villaggio, l’unica rimasta aperta nella regione dopo che una serie di attacchi di Boko Haram aveva costretto nei giorni precedenti tutte le altre scuole a chiudere. L’istituto di Chibok ha permesso in via eccezionale agli studenti di sostenere gli esami di fine anno. Il villaggio di Chibok è difeso quel giorno da 15 soldati. Cinque ore dopo l’arrivo dei fondamentalisti termina l’assalto al villaggio e 300 alunne circa vengono rapite, caricate sui camion e portate via. Una cinquantina di loro (53 secondo Al Jazeera) riescono a fuggire, saltando giù dal retro dei pick-up. Poche settimane dopo, il 6 maggio, altre otto ragazze vengono rapite in un villaggio non lontano da Chibok. 

Lo stesso giorno Boko Haram rivendica il rapimento delle ragazze e diffonde un video in cui il leader del gruppo, Abubakar Shekau, promette di vendere oltre 270 ragazze al mercato, in nome di Allah. «Le venderò e le farò sposare». E ancora: «Le donne sono schiave. Voglio rassicurare i miei fratelli musulmani che Allah permette la schiavitù». Shekau minaccia nuovi attacchi nelle scuole, definisce l’educazione occidentale «un complotto contro l’Islam» e ai suoi dice: Uccidete studenti e insegnanti. Poi mette in guardia la comunità internazionale: Giù le mani dalla Nigeria. 

È l’8 maggio 2014 e si apre ad Abuja, la capitale, il World Economic Forum of Africa. Il Presidente Goodluck Jonathan annuncia al mondo la promessa di sconfiggere il terrorismo nel Paese. 

INTERVISTA

Marta Montanini, ricercatrice Ispi e autrice del paper “Nigeria: una bufera si abbatte sul Paese dei record, ripercorre in questa intervista quel che è accaduto prima che l’hashtag lanciato dalla candidata Nobel Malala e ripreso da Michelle Obama (#BringBackOurGirls) facesse fare al Paese il secondo giro del mondo in pocho tempo. 

Unisce insomma i puntini che legano la prima foto – quella della Nigeria da 170 milioni di abitanti, della classe media in ascesa e dell’export intenso di petrolio – alla seconda – la Nigeria di Boko Haram, con 1.500 vittime di attentati da inizio anno e 250 mila sfollati solo nel 2014, la Nigeria povera che in passato aveva già partorito l’estremismo violento di Mend, il movimento separatista del Delta del Niger. 

Boko Haram: quello del 14 aprile è il primo atto eclatante del gruppo fondamentalista?  
Boko Haram è attivo nel Paese 2002 e da allora ha commesso diversi atti estremamente violenti. Quello che è evidente, è la scelta del gruppo di passare negli ultimi anni da attentati verso istituzioni governative ad attacchi contro civili. È evidente anche l’ingrandimento della potenza di fuoco e degli armamenti del gruppo, che mostra di avere legami con Aqmi (Al Qaeda nel Maghreb islamico, il gruppo qaedsta nato in Algeria alla fine degli anni Novanta, ndr) e che si sta espandendo anche oltre la Nigeria. Il rapimento delle circa 280 ragazze sta dando al gruppo una visibilità internazionale nuova. Cercavano un modo per far parlare di loro e lo hanno trovato. Ma per i nigeriani non è nulla di nuovo.

Il rapimento delle ragazze è collegato alla “proclamazone” della Nigeria a prima economia africana, e al World Economic Forum dell’8 maggio ad Abuja? In sostanza: Boko Haram vuole frenare lo sviluppo economico del Paese?
Come dicevo, il rapimento delle ragazze ha attirato l’attenzione dell’Occidente, ma per i nigeriani non è molto diverso da quel che hanno dovuto sopportare negli ultimi anni. Solo nel Borno si contano 3 milioni d persone in crisi umantaria, e nel Paese sono 250 mila gli sfollati da inizo anno, e un migliaio le vittime degli attentati di Boko Haram. Anche le scuole sono da sempre nel mirino dei fondamentalisti, e hanno portato alla morte anche di alunni maschi. Escluderei quindi un legame diretto con il boom economico nigeriano.
Dietro queste violenze c
i sono motivazioni religiose, etniche e legate alla forte disuguaglianza interna al Paese. Di economia si parla poco. Boko Haram è da ascrivere alla corrente hijadista classica, quella che vuole l’imposizione della Sharia. Gli interessi del gruppo sono locali e restano tali. Tanto che i comunicati e i video sono sempre fatti in Hausa, la lingua locale. Si tenga anche presente che l’elezione di Goodluck Jonathan a Presidente della Nigeria nel 2010 ha inasprito la situazione. Il suo predecessore, morto prima della fine del mandato, era musulmano. L’elezione democratica di Jonathan, cristiano, è vista da molti come un sopruso, un mancato rispetto delle regole non scritte del Paese, quelle che cercano di garantire sempre un’equa distribuzione delle cariche tra le varie etnie e gruppi religiosi. La Nigeria non è mai stata un Paese tranquillo. Ha avuto sei colpi di Stato, il terrorismo del movimento separatista Mend, nato nel Delta del Niger…

Il gruppo Mend è antecessore di Boko Haram? 
È un movimento separatista nato per rivendicare la redistribuzione dei proventi derivanti dalla vendita di petrolio e delle risorse naturali del Paese. “Il petrolio nigeriano è anche nostro”, rivendicavano, “i proventi devono finire in servizi per la popolazione”. Non è un caso che il movimento sia nato nella regione nordica del Paese, quella più povera, quella dove è avvenuto il rapimento delle ragazze e dove anche Boko Haram è partcolarmenete forte. Ma Mend agiva in modo diverso, colpendo direttamente i pozzi petroliferi o rapendo lavoratori occidentali. L’allarme che hanno scatenato in Occidente ha portato il governo nigeriano a cercare un accordo. Che si è concluso con la decisione di allocare il 10% dei proventi dalla vendita del petrolio a livello regionale. Mend continua ad essere presente nel Paese. 

Cosa vuole la popolazione della Nigeria? Benessere, consumismo? Difesa della tradizione?
La popolazione vuole risposte a problemi endemici nel Paese: povertà, disuguaglianze diffuse… E la sostituzione di un’elite al governo estremamanete corrotta, persone che fondano il proprio benessere sull’appropriazione indebita di risorse naturali, che fa busness ricoprendo cariche politiche, un’elite accentrratrice. La popolazione del Nord, in particolare, quella vessata dagli attacchi delle ultime settimane e quella che in passato ha partorito il gruppo estremista Mend, chiede anche una migliore distribuzione geografica delle risorse dentro il Paese. La povertà nella regione nordica del Borno è al 78%, nel Sud-ovest è al 59% circa. Ma di fronte alle azioni di Boko Haram c’è un rigetto totale. Come dimostrano le reazioni della popolazione del nord in questi giorni. 

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