L’Europa compie 64 anni. E li porta benissimo

L’Europa compie 64 anni. E li porta benissimo

9 maggio 1950. Il ministro degli Esteri francese Robert Schuman cambia l’Europa. Lo fa con poche parole, quelle giuste per ricominciare dai cocci della seconda guerra mondiale. Dal Salon de l’Horologe, al Quay d’Orsay di Parigi, in un pomeriggio che segna una nuova primavera per il Vecchio Continente, la Francia dichiara pace alla Germania.

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Il piano proposto da Schuman, ideato in realtà dal connazionale Jean Monnet, nasce dall’evidenza empirica: «L’Europa non è stata fatta: abbiamo avuto la guerra». La soluzione per non cadere negli stessi errori? Fondere le produzioni di carbone e di acciaio degli ex belligeranti, assicurando le basi comuni per lo sviluppo economico, «prima tappa della Federazione europea», e cambiare così il destino di quelle regioni «che per lungo tempo si sono dedicate alla fabbricazione di strumenti bellici di cui più costantemente sono state le vittime».

«La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano», teorizza Schuman nel suo discorso. È l’inizio dell’era del funzionalismo. Dal primo sforzo creativo nasce la Ceca, Comunità europea del carbone e dell’acciaio. Metterà insieme l’industria pesante di Francia, Germania Ovest, Italia, Belgio, Olanda e Lussemburgo – i primi Paesi che hanno unito l’Europa – per un cinquantennio. E dalla dichiarazione Schuman un nuovo conflitto tra due nazioni per tradizione nemiche, Francia e Germania, è diventato, come preconizzato dal politico francese, «non solo impensabile, ma materialmente impossibile».

La storia contemporanea italiana ed europea si incontrano quel 9 maggio. Una ricorrenza che oggi ha preso il nome di Festa dell’Europa. Lo Europe Day per molti è un giorno come un altro, nessuna parata o festa nazionale. Le Istituzioni europee aprono le porte ai cittadini, i politici del Continente ricordano per un giorno di essere grandi europeisti, ma la memoria degli italiani più che al 1950 torna indietro al 1978, quando, quello stesso giorno di maggio, furono trovati i corpi senza vita di Aldo Moro e Peppino Impastato. Il 9 maggio è un giorno di festa per l’Europa, una ferita da rimarginare per l’Italia. Di certo però la storia dell’Europa e quella italiana sono diventate la stessa storia quel 9 maggio 1950. Tra i padri fondatori della Ceca – e della Comunità economica europea nel 1957 – c’è anche Alcide De Gasperi, allora presidente del Consiglio. Lo stesso politico democristiano che le Brigate rosse, 28 anni dopo, affiancheranno al nome  di Aldo Moro nel primo comunicato seguito al rapimento dell’ex presidente della Dc, in cui attaccano “quel regime democristiano che da trent’anni opprime il popolo italiano”.

I padri fondatori. Insieme a Robert Schuman e Alcide De Gasperi, i primi che hanno concretizzato il sogno europeo sono stati Jean Monnet, primo presidente della Ceca, il cancelliere tedesco Konrad Adenauer, il lussemburghese Joseph Bech, il britannico Winston Churchill , il belga Paul-Henri Spaak. E Altiero Spinelli. Alle spalle hanno tutti la tragedia personale di due guerre mondiali. Ognuno di loro, con una divisa diversa, ha opposto resistenza al nazifascismo e al pensiero unico. Ma agli orrori del nazionalismo, al di là delle divergenze politiche, hanno trovato una risposta comune: il progetto di unità europea. Senza retorica hanno promosso da subito il pragmatismo in Europa, con la condivisione di un mercato comune, istituito col Trattato di Roma e la Cee, Comunità economica europea, la nonna dell’attuale Unione europea. Obiettivo finale condiviso: gli Stati Uniti d’Europa.
Tra i fondatori Spinelli, profetico autore del Manifesto di Ventotene per un’Europa libera e unita, resta, ancora oggi, il personaggio pass-partout dei politici italiani sotto elezioni Europee. Sulla bocca di tutti ogni cinque anni per le varie campagne elettorali pro-Europa, l’antifascista che scrive per primo di innovatori (europeisti) e conservatori (nazionalisti), da Ventotene a Bruxelles ha sempre lottato per difendere la costruzione europea , parlando come un veggente pazzo di Stati Uniti d’Europa, politica estera comune ed esercito unico per i Paesi membri, unione monetaria e fiscale. Nel febbraio del 1984 presentava al Parlamento europeo un progetto costituzionale per gli Stati Uniti d’Europa, approvato dall’Europarlamento ma bocciato dal Consiglio europeo. Fino all’ultimo respiro, nel 1986, Altiero Spinelli ha messo l’Europa al primo posto, senza timore di non essere rieletto.

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I personaggi scomodi. La storia europea è segnata da questi grandi personaggi, capaci di spingere ad accelerazioni impensabili nell’integrazione, ma anche da euroscettici artefici di frenate proverbiali. Il presidente francese Charles De Gaulle e la premier britannica Margaret Thatcher ne sono ottimi esempi: con la forza della persuasione e della ragion di Stato hanno vinto le loro battaglie nazionaliste, remando di fatto contro l’Europa. Tra il 1965 e 1966 il generale De Gaulle è stato capace di bloccare le attività della Cee boicottandone le riunioni. È la “crisi della sedia vuota”: opponendosi a una serie di proposte della Commissione riguardanti anche il finanziamento della Politica agricola comune (massimo interesse francese) per riprendere il suo posto  ai tavoli negoziali De Gaulle ha strappato un accordo politico sul ruolo della Commissione e il voto a maggioranza. A sciogliere il nodo politico è il “compromesso di Lussemburgo”, e a vincere è la logica dell’interesse nazionale. La stessa logica con cui Margaret Thatcher, tra il 1979 e il 1984, ha monopolizzato le riunioni dei capi di Stato e di governo: la Iron Lady vuole i suoi soldi indietro dal Consiglio europeo, lamentando lo sproporzionato contributo britannico al bilancio comunitario. «I want my money back», è non solo il richiamo all’ordine della Thatcher agli altri leader europei, ma una presa di posizione che fa della Gran Bretagna – tra i Paesi membri dal 1973 -, lo Stato più euro-tiepido dell’Unione, che resiste a ogni tentativo di approfondire l’integrazione e si tiene stretta l’amata sterlina.

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L’euro non è una moneta per nazionalisti. C’è chi racconta come la moneta unica sia stato il prezzo che la Francia ha chiesto di pagare alla Germania per la riunificazione tedesca. La caduta del muro è stata forse un fattore di accelerazione, ma è già nel 1977 che il presidente francese Valéry Giscard d’Estaing, il cancelliere tedesco Helmut Schmidt e il presidente della Commissione Roy Jenkins ne hanno posto le basi attraverso il Sistema Monetario Europeo (Sme), una zona di stabilità monetaria che costituisce il primo passo per una vera unione economica e monetaria. A seguire lo Sme negoziati e momenti di stallo, e poi i primi grandi sforzi per sistemare i conti pubblici italiani e raggiungere i criteri per la convergenza tra i Paesi impegnati nel progetto comune. A entrare nell’Eurozona, alla fine degli anni Novanta, saranno undici Stati, tra cui anche l’Italia. Nelle nostre tasche la nuova moneta ha sostituito la vecchia lira il primo gennaio 2002. L’area dell’euro, ancora in espansione, comprende oggi i 18 Stati membri dell’Unione europea che hanno adottato la moneta unica. Non è un gruppo statico. Secondo quanto previsto dai Trattati, tutti gli Stati membri devono entrare a far parte dell’Eurozona. Uniche eccezioni la Danimarca e il Regno Unito, che con una deroga hanno ottenuto di non adottare la moneta.

Gli allargamenti. La storia che impariamo non è questa. È quella dell’Impero romano, di Medio Evo e Rinascimento, del Risorgimento che ci ha fatto italiani e delle guerre che hanno dilaniato il Vecchio Continente. Spesso la conoscenza si ferma alla linea gotica o giù di lì, e ogni Paese europeo racconta una parte di verità che fino al 1945 troverà difficilmente un punto di vista comune. Dalla nascita della Cee, nel 1957, all’ingresso della Croazia nell’Unione europea nel luglio 2013, l’Europa ha invece un altro volto, fatto di 28 Paesi diversi che dialogano, non senza difficoltà, per trovare posizioni e politiche condivise. Per raggiungere questo status ci sono voluti sei allargamenti, in cui sono progressivamente entrati i Paesi del Mediterraneo, le Repubbliche baltiche e parte dei Paesi dell’ex Urss.
Massimo D’Azeglio, patriota italiano ai tempi di Vittorio Emanuele II, viene spesso ricordato per aver colto il problema dell’Unità: «Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani». In altri termini, a una comunità politica servono identità e cittadini che vi si riconoscano, per sopravvivere. L’Unione europea forse sarà davvero tale quando leggeremo sui libri di storia chi è Bronisław Geremek, lo storico ed eurodeputato polacco che per primo ha detto «Fatta l’Europa bisogna fare gli europei».  O magari saranno i nuovi cantastorie a raccontarla in rime… 

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