Mobilità, l’opportunità sprecata dell’Europa

Mobilità, l’opportunità sprecata dell’Europa

La crisi che attraversa l’Europa intera si potrebbe spiegare anche solo con la crisi della mobilità degli stessi lavoratori europei. Cosa non da poco, visto che sulla libertà di movimento la stessa Ue è nata. Oggi a molti, specie ai più giovani, non sembra affatto strano che si possa passare il week end a Berlino, Parigi, Amsterdam o Barcellona. Fino a pochi decenni fa sarebbe stato inconcepibile: considerato il tempo necessario per ottenere i visti – con le annesse lungaggini burocratiche – e il tempo di superare i controlli alle frontiere, due giorni e mezzo di trasferta all’estero sarebbero stati una magra soddisfazione rispetto alle difficoltà affrontate. La libera circolazione, cioè – tra le altre cose – la possibilità di spostarsi tra gli Stati dell’Unione europea senza che sia necessario avere altro in tasca che un documento d’identità, è un diritto di tutti i cittadini dell’Ue. Ma alle origini dell’Unione, quando esistevano le Comunità europee, questo diritto era un privilegio riservato ai lavoratori. Eppure i numeri di lavoratori che vivono in un Paese Ue e lavorano in uno diverso sono bassi: tra il 2011 e il 2012, la mobilità nel Vecchio continente è stata solo dello 0,2% sul totale della popolazione, molto lontana dal 2,7% registrato nello stesso periodo all’interno degli Stati degli Usa.  

La libertà di movimento dei lavoratori

Il Trattato Ceca, Comunità europea del carbone e dell’acciaio, del 1951 prevedeva che gli Stati membri (all’epoca sei: Italia, Francia, Germania, Belgio, Olanda e Lussemburgo) eliminassero le restrizioni fondate sulla cittadinanza all’occupazione nei settori del carbone e dell’acciaio. Oltre a garantire la libera circolazione dei lavoratori del settore, dunque, il Trattato Ceca vietava inoltre qualsiasi discriminazione nella retribuzione e nelle condizioni di lavoro fondata sulla nazionalità. Pochi anni dopo, nel 1957, il Trattato sulla Comunità economica europea (Cee) ha esteso a tutti i lavoratori questi diritti. Nel corso degli anni Sessanta gli Stati si sono progressivamente adeguati a questa novità: prima con alcune riserve (nel 1961 lo straniero otteneva il posto di lavoro solo se nessun cittadino lo voleva; nel 1964 era ancora possibile sospendere la libera circolazione nel caso lo spostamento di manodopera rischiasse di causare gravi squilibri nel Paese), poi completamente e, anzi, estendendo nel 1968 il trattamento favorevole del lavoratore anche ai suoi familiari, anche se disoccupati, anche se cittadini extracomunitari.

I lavoratori potevano rispondere a offerte di lavoro in tutti gli Stati membri, spostarsi liberamente nel territorio comunitario esibendo solo un documento d’identità, prendere casa là dove si lavora, stabilirsi nello Stato e via dicendo. Sempre, ovviamente, senza poter essere discriminati in base alla nazionalità (fanno eccezione alcuni settori strategici in cui ancora gli Stati possono limitare l’accesso esclusivamente ai propri cittadini). Questa disciplina è stata estesa e facilitata dal trattato di Schengen del 1985. La logica è questa: noi europei possiamo circolare liberamente in Europa, gli altri – gli extracomunitari – avranno più difficoltà a entrare. Questo significa, come è scritto anche nel Trattato sull’Unione europea, che ogni cittadino dell’Ue ha il diritto di lavorare e risiedere in un altro Stato membro senza subire discriminazioni per la sua nazionalità. Le norme comunitarie sulla libera circolazione dei lavoratori sono valide anche per gli Stati che fanno parte dello Spazio economico europeo, mentre la Svizzera ha un accordo bilaterale con l’Ue sulla libera circolazione delle persone.

Attualmente, i Paesi che partecipano a pieno titolo allo spazio Schengen sono 26: 22 Stati membri dell’Ue, più Norvegia, Islanda, Svizzera e Liechtenstein (che hanno lo status di Paesi associati). L’Irlanda e il Regno Unito non hanno aderito alla convenzione, ma hanno la possibilità di decidere espressamente di applicare alcune parti del trattato; la Danimarca è invece soggetta a disposizioni specifiche. Bulgaria, Romania e Cipro hanno firmato ma non ancora recepito la convenzione. La Croazia dovrà entrare definitivamente nello spazio Schengen entro il 2015.

I lavoratori europei preferiscono restare a casa

La Commissione europea, almeno in teoria, promuove la libertà di movimento dei lavoratori. La piattaforma principale per far incontrare domanda e offerta si chiama Eures, una sorta di portale paneuropeo per chi è alla ricerca di un impiego: oltre le 1,7 milioni di offerte di lavoro, 972 datori di lavoro, 910 consulenti, ma solo 37mila i curriculum inseriti. È evidente che cittadini europei preferiscano restare nel proprio Paese d’origine anziché spostarsi all’estero per lavorare. Si emigra solo quando non c’è altra soluzione possibile. E viene in mente di nuovo il paragone con gli Stati Uniti, dove spostarsi ad esempio dal Texas allo Stato di New York è all’ordine del giorno. In Europa la mobilità professionale vera e propria, al di là dell’emergenza economica, resta ancora una goccia nell’oceano.

LA MOBILITÀ IN EUROPA E NEGLI STATI UNITI

Perché non siamo come gli americani? Da un sondaggio Eurobarometro del settembre 2011 emerge che il 15% dei cittadini europei non prende in considerazione la possibilità di lavorare in un Paese europeo perché ci sono «troppi ostacoli». Eppure il 28% si dice disposto a lavorare in futuro in un altro Paese dell’Ue. Tra le questioni elencate come “ostacoli”, ci sono le diverse condizioni di assunzione, i requisiti di nazionalità per accedere ad alcuni posti (soprattutto nella pubblica amministrazione), le diverse condizioni di lavoro in termini di retribuzioni e prospettive di carriera, problemi nell’accesso a benefici sociali, scarsa considerazione di titoli di studio o qualifiche professionali acquisite negli altri Stati membri. Ma contano anche la lingua, i legami familiari, la cultura e il clima. «Lo spostamento», ha sottolineato Lazlo Andor, commissario europeo per l’occupazione, gli affari sociali e l’integrazione in una lezione all’Università di Bristol dello scorso febbraio, «resta comunque una scelta individuale». Il fatto che la lingua e il clima possano rappresentare un ostacolo alla mobilità dei lavoratori emerge, ad esempio, dalla scarsa attrattività della Svezia, nonostante abbia regole di accesso simili a Regno Unito e Irlanda e un sistema di welfare da fare invidia a tutto in continente. Spagna e Italia, invece, erano destinazione di molti lavoratori bulgari e romeni anche prima che venisse aperto a loro il mercato del lavoro.

Per semplificare e velocizzare le procedure per il riconoscimento delle qualifiche professionali nell’Ue, ad esempio, nel 2013 è stata pensata la “Tessera professionale europea”, una tessera elettronica rilasciata dallo Stato di origine ai titolari di una qualifica professionale per agevolare l’esercizio della professione in qualsiasi Stato membro dell’Ue (e prevenire l’esilio in un altro Paese di operatori sanitari condannati per un crimine o sottoposti a sanzione disciplinare). La tessera dovrà essere recepita nell’Ue entro il 18 gennaio 2016. Le professioni da regolamentare sono circa 800, di cui sette automaticamente riconosciute in tutti i Paesi membri, cioè medici, dentisti, farmacisti, infermieri, ostetrici, veterinari e architetti. Per garantire maggiore trasparenza nel mercato dei servizi professionali, la Commissione ha poi deciso di sviluppare una banca dati delle professioni regolamentate che sarà accessibile al pubblico. E ad aprile è stata lanciata una consultazione pubblica che durerà fino al 2 giugno con le autorità competenti, ordini e collegi per regolamentare le professioni di infermiere, dottore, farmacista, fisioterapista, ingegnere, guida alpina, agente immobiliare. 

Nella direttiva, entrata in vigore il 17 gennaio 2014, rientra anche il riconoscimento dei tirocini per favorire la circolazione dei laureati: coloro che svolgono un tirocinio qualificante per l’accesso a una professione in uno Stato membro diverso da quello in cui conseguono il titolo di studio potranno chiedere il riconoscimento nel proprio Paese. 

Gli spostamenti da Est a Ovest e le emigrazioni dopo la crisi

I grandi spostamenti intracontinentali si sono registrati solo quando in Europa sono entrati Paesi economicamente più deboli. Fino all’allargamento dell’Europa del 2004 i numeri della mobilità erano molto più bassi di quelli attuali: nel 1999 si era trasferito da una regione all’altra solo l’1,2% della popolazione dell’Ue. Dopo il 2004, il numero di lavoratori emigrati è cresciuto dai 4,7 milioni del 2005 agli 8 milioni del 2013: una crescita dal 2,1% al 3,3% della forza totale del lavoro europeo.
I tre quarti di queste persone vengono dai Paesi entrati in Europa negli ultimi dieci anni: Cipro, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Slovacchia, Slovenia, Bulgaria e Romania. Gli spostamenti hanno quasi sempre la stessa direzione: dai Paesi con stipendi più bassi verso Paesi con stipendi più alti, da Est verso Ovest. In tanti si spostano dalla Romania all’Italia ad esempio, ma è molto raro il movimento contrario. Non è un caso, forse, che in alcuni supermercati italiani stiano comparendo interi scaffali dedicati alla cucina rumena. Nella maggior parte dei casi i lavoratori dell’Est Europa svolgono nei Paesi di destinazione lavori per i quali sono sovraqualificati. Nel 2012, ad esempio, il 50% di loro aveva una educazione universitaria. 

«La mobilità dei lavoratori da Sud a Nord è stata invece molto limitata», ha spiegato Laszlo Andor. «Almeno finché non è arrivata la crisi». Nella prima fase della crisi economica, dal 2009 al 2010, la mobilità è calata bruscamente, riducendosi del 41% rispetto al 2007/2008, a causa del calo della domanda di lavoro anche nei Paesi più ricchi. I lavoratori sono tornati invece a muoversi tra il 2011 e il 2012, soprattutto da Stati del Sud Europa come la Grecia e il Portogallo, colpiti duramente dalla crisi e con tassi di disoccupazione molto alti.

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I flussi migratori intraeuropei post crisi si dirigono verso la Germania, la Svizzera e, in misura minore, verso la Gran Bretagna. Circa il 70 per cento del recente boom migratorio verso la Germania può essere attribuito al peggioramento delle condizioni economiche nelle destinazioni alternative, scrivono Tito Boeri ed Herbert Brücker su Lavoce.info. L’immigrazione dai nuovi Stati membri dell’Ue almeno in parte «compensa la scarsa mobilità dei lavoratori italiani, greci, spagnoli e portoghesi, riduce la disoccupazione nell’Europa meridionale in crisi e previene un eccesso di domanda in Paesi come la Germania. Gli immigrati devono poter andare dove c’è lavoro».


CRESCITA DELLA MOBILITÀ DEI LAVORATORI EUROPEI IN MILIONI NEGLI ULTIMI ANNI

Dove vanno i lavoratori italiani

L’Italia, con 676mila connazionali in giro per l’Europa, cioè il 3,4% sull’intera popolazione nazionale, rientra nella media europea. Il “picco” di lavoratori mobili lo raggiungono comunque i Paesi dell’ex blocco sovietico. Il record è dei romeni, con il 13,1% (oltre 1,2 milioni) dei lavoratori impegnati nel resto dell’Ue, seguiti da portoghesi (11,7%), lituani (11,2) e irlandesi (10,7). Secondo la Commissione europea, solo nel 2012 il gruppo nazionale più numeroso che ha lavorato e risieduto in un Paese dell’Ue diverso dal proprio è quello romeno con 1,212 milioni di lavoratori (pari al 13% della forza lavoro nazionale), seguito dal gruppo polacco con 1,016 milioni (il 6,5% della forza lavoro in Polonia) e italiano con 672.200 lavoratori (il 3% della forza lavoro della Penisola). 

Secondo l’Aire, l’ufficio del ministero degli Interni che registra i trasferimenti dei cittadini in altre nazioni, nel 2013 i flussi in uscita dall’Italia sono aumentati del 19 per cento, dopo l’incremento del 30 per cento già registrato nel 2012. In soli due anni, gli italiani che hanno varcato i confini per andare a lavorare sono cresciuti del 55 per cento. La destinazione maggiore sembra essere l’Inghilterra: lo scorso anno la percentuale di italiani con un’età compresa tra i 20 e i 40 partiti per il Regno Unito è aumentata del 71 per cento. Dopo il primo posto della Gran Bretagna (12.904 espatri), tra le mete di destinazione degli italiani troviamo Germania (11.713), Svizzera (10.300), Francia (8.342) e Argentina (7.496), primo dei Paesi non europei. 

La zona dove si espatria maggiormente è Centro-Nord Italia. In particolare la Lombardia, con 16.418 espatri (+24,7% sul 2012), seguita dal Veneto (8.743). Al terzo posto, il Lazio (8.211 gli emigrati, con un incremento del 37,9%).

PERCENTUALE DI LAVORATORI IN MOVIMENTO SUL TOTALE DELLA FORZA LAVORO

La paura dell’emigrazione e del welfare shopping

Nonostante la mobilità in Europa rimanga molto bassa, dal Regno Unito alla Germania fino alla Svizzera, nei mesi scorsi abbiamo assistito al crescere di una certa ostilità verso i lavoratori immigrati da altri Stati Ue. In Germania, ad esempio, la Grosse koalition, dopo gli annunci di una possibile ondata migratoria di lavoratori bulgari e romeni fatti dalla Csu bavarese, ha annunciato che avrebbe limitato l’accesso dei cittadini europei al welfare e ristretto i permessi di residenza nel Paese. In Svizzera, invece, i cittadini hanno votato a maggioranza contro la libera circolazione dei lavoratori fra il loro Paese e l’Ue. E anche David Cameron, premier inglese, ha chiesto la rinegoziazione dei trattati europei con l’obiettivo di inserire restrizioni alla libera circolazione dei lavoratori comunitari all’interno dell’Unione europea.

Il principio per cui, garantendo la libertà di spostamento della forza lavoro, si sarebbero ottenuti vantaggi economici per tutti gli Stati europei è andato progressivamente in crisi con l’allargamento dell’Unione. Da sei Stati siamo passati a 28 e in particolare l’allargamento da 15 a 25 del 2004 ha generato molte paure all’interno dei membri “anziani” delle Comunità. Il referendum con cui Francia e Olanda hanno affossato la Costituzione europea nel 2005 – stallo da cui il diritto pubblico dell’Ue non si è ancora del tutto ripreso – è stato influenzato soprattutto dalla paura di un’invasione di lavoratori stranieri che avrebbe finito col compromettere, in una gara al ribasso, i diritti sociali dei lavoratori nazionali. Con la Romania e la Bulgaria, entrate nell’Ue nel 2007, discorso analogo.

La maggiore fonte di preoccupazione per i Paesi destinazione degli immigrati non sembrerebbe legata tanto al lavoro, ma all’accesso da parte degli immigrati al welfare. I dati, scrivono Boeri e Brücker su Lavoce.info, non sembrano però avvalorare la tesi secondo cui gli immigrati abusino dei sistemi di protezione sociale degli europei. Eppure l’accesso ai sistemi di assistenza sociale viene visto come una minaccia, nonostante la direttiva europea sulla libera circolazione preveda norme specifiche per prevenire il cosiddetto “welfare shopping”, cioè il rischio che gli immigrati scelgano in quale Paese stabilirsi non in base alle opportunità lavorative ma in base alla generosità del welfare del Paese.

Il problema principale restano le prestazioni sociali per chi non ha un lavoro prima di muoversi. «Dovrebbe essere l’Unione Europea a finanziare i sussidi di disoccupazione e l’assistenza sociale nel periodo transitorio, attraverso l’introduzione di un programma di sostegno alla mobilità finanziato direttamente dal bilancio dell’Unione», continuano Tito Boeri ed Herbert Brücke. Un sussidio erogato magari solo per un breve periodo. E «dato che la percentuale di immigrati che ricevono prestazioni sociali all’arrivo è inferiore al 10 per cento, il costo di questo programma d’assistenza alla mobilità sarebbe limitato e potrebbe essere contenuto sotto i 2 miliardi di euro per l’intera Unione europea». Il vantaggio di un programma di assistenza simile è che incentiverebbe la circolazione dei lavoratori guidata unicamente dalle opportunità di impiego.

Perché, come ha ricordato il Commissario Andor, da una maggiore mobilità dei lavoratori potrebbe derivare la salvezza stessa dell’Europa. La crescita dei flussi di mobilità nel periodo 2004-2009, «ha avuto come effetto la crescita del pil nei Paesi dell’Europa a 15 intorno all’1%, con ricadute maggiori nei maggiori Paesi di destinazione, come Irlanda, Regno Unito, Spagna e Italia». I lavoratori immigrati, come abbiamo visto, nonostante la laurea sono disposti a fare alcuni di quei lavori che italiani, francesi, tedeschi e spagnoli istruiti non sono più disposti a fare. Oltre al fatto che la mobilità dei lavoratori tende ad avere un impatto positivo sulla situazione demografica dei Paesi di destinazione, visto che nella maggior parte dei casi gli immigrati sono in età lavorativa e pagano più in tasse e contributi sociali di quanto non ne ricevano effettivamente in termini di benefici. Prendiamo il caso di Paesi come l’Italia che soffrono dell’invecchiamento continuo della popolazione e di scarsa natalità: senza l’aiuto dei lavoratori immigrati, il nostro Paese «potrebbe smettere semplicemente di funzionare». Parola di Commissario europeo.