Renzi e la grande sfida del semestre europeo

Renzi e la grande sfida del semestre europeo

Che Europa esce dalle elezioni? Più unita o più divisa? L’euro si rafforza o si indebolisce? La prossima legislatura segnerà un rilancio o il tramonto della moneta unica? Sui mercati volano tappi di champagne e, in effetti, se guardiamo ai dati nudi e crudi dobbiamo ammettere che gli europeisti hanno resistito, compresi i filo-euro. Ma l’Europa che esce dalle urne è più che mai a geometria variabile. Prendendo la mappa dell’Unione, è possibile vedere che dall’Olanda alla Polonia si stende la grande pianura sulla quale regna la Germania. L’ovest atlantico è attraversato dalle convulsioni sovraniste anglo-francesi. Il turbolento sud resta in preda al disagio economico e sociale, però non rappresenta nessuna minaccia anti-sistema. L’asse Parigi-Berlino si è spezzato, probabilmente per sempre, e ad esso non si sostituirà un asse Berlino-Roma anche se i due partiti maggiori a Bruxelles sono la Cdu di Angela Merkel e il Pd di Matteo Renzi. Tuttavia l’Italia non verrà più considerata la piaga (politica non solo economica) dell’Europa e potrà giocarsi la sua partita a tutto campo. Insomma, basta con i Piigs e con le tutele transalpine

I partiti euroscettici o eurofobi hanno avuto ovunque un ottimo risultato, anche in Germania con Alternative für Deutschland. Ma hanno vinto solo in tre Paesi: la Gran Bretagna, la Francia e la Grecia. Nei primi due, sia l’Ukip (United Kingdom Indipendence Party) di Nigel Farage sia il Front National di Marine Le Pen possono esercitare una influenza forte sugli equilibri politici interni, anche se è difficile che accada nell’immediato. Londra a questo punto aspetta il referendum di settembre sulla Scozia. A Parigi gli eredi del generale de Gaulle e quelli di Mitterrand, sconfitti e umiliati, cercheranno di difendersi con una sorta di fronte anti-fascista riverniciato. Syriza ha ottenuto un successo di bandiera che non mette in crisi la coalizione di governo

In tutte le altre province dell’Unione i partiti con il maggior numero di consensi appartengono o alla famiglia dei popolari o a quella dei socialisti, anche in Spagna o in Portogallo, due dei Paesi più colpiti dall’austerità teutonica. In Italia la vittoria travolgente di Matteo Renzi e soprattutto la resa di Beppe Grillo hanno un effetto stabilizzatore. 

Ciò significa che nell’area euro non c’è nessuna forza politica in grado di metter fine alla moneta unica. Il nuovo parlamento europeo lo dimostra: su 751 seggi i popolari ne hanno 212, i socialisti 187, i liberal-democratici 72, i verdi 55; dunque i pro euro possono contare su 526 deputati. L’estrema destra ha ottenuto un ottimo risultato, così come l’estrema sinistra, ma non remano nella stessa direzione. Per l’Eurolandia il vero problema (e certo si tratta di un problemone) è la Francia, il Paese più vicino al Giappone, troppo stagnante, conservatore, soddisfatto di se stesso, con un ceto politico autoreferenziale, invecchiato nelle idee e negli uomini. Per l’Unione nel suo complesso il mal di testa viene dalla Gran Bretagna e anche questo è un rebus niente male, perché se l’europeista Scozia si separa e addirittura chiede di adottare l’euro, a quel punto davvero la vecchia Inghilterra resta assediata e indebolita

Uno dei risultati più evidenti è la fine del rapporto preferenziale tra Francia e Germania, quello che veniva chiamato fin dalla fondazione “il motore” dell’unità europea. Si è spezzato sul lato occidentale del Reno, ma per la verità da tempo non aveva più nemmeno il consenso dei tedeschi. Volendo essere maliziosi potremmo dire che gli ammiccamenti della Merkel e di Sarkozy contro Berlusconi, sono stati il canto del cigno della strana e ormai impresentabile coppia. Con la crisi del 2008 e il consolidarsi del potere nelle mani di Frau Angela, Berlino ha cominciato sempre più a navigare per proprio conto, rifiutando fin dall’inizio una gestione concordata della crisi bancaria prima e di quella greca poi. Ha cambiato idea nell’annus horribilis in cui l’euro stava per crollare, tra l’estate 2011 e l’estate 2012, ma sempre in modo riluttante, trascinata dalle circostanze. 

Si è detto che la Germania ha esercitato un dominio non una leadership e che la sua politica si è ri-nazionalizzata. Vero, ma non perché l’attuale classe dirigente voglia andarsene per la propria strada, ma perché è convinta che il suo modello di successo possa essere esportato e replicato. I risultati elettorali non sono tali da modificare questa linea politica, ma certo indurranno a cambiar tattica. Lo si vedrà subito, con i primi incontri a Bruxelles, e ancor meglio la settimana prossima, il 5 giugno, quando la Banca centrale europea è chiamata ad adottare la nuova politica monetaria per fermare la deflazione e rilanciare la crescita. A quel punto, Kaiser Draghi prenderà di nuovo in mano le redini delleconomia. La Bundesbank continuerà ad avere il mal di pancia, ma dovrà prendersi un imodium. 

Il risultato clamoroso di Renzi mette l’Italia sugli scudi e rende importante il semestre di presidenza (normalmente mera routine), tanto più in questa Europa senza assi preferenziali. Berlino, rimasta orfana di Parigi, ascolterà Roma? La risposta più gettonata è sì a condizione che il governo italiano si presenti al tavolo con le riforme ben avviate (mercato del lavoro, amministrazione pubblica, giustizia civile, sistema elettorale, tutte le slide illustrate anche agli uomini della Merkel). È vero, ma non basta. L’Italia dovrà essere in grado di avanzare proposte concrete per sbloccare il doppio impasse nel quale si dibatte l’Unione e che ha favorito le convulsioni anti-europeiste: la moneta senza sovrano e la tecnocrazia senza politica. 

Nel caso dell’euro si tratta di aprire il cantiere che riguarda il coordinamento delle politiche economiche (non solo fiscali, si pensi all’energia diventata quanto mai prioritaria). Il secondo dossier implica la scelta di leader di alto livello alla guida della commissione. Ci vuole, insomma, il famoso numero di telefono che Henry Kissinger chiede da decenni, ma anche qualcuno all’altezza di rispondere dall’altra parte del filo. La crisi con la Russia, del resto, ha reso prioritaria una vera politica estera e di sicurezza comune. Su entrambi i fronti Renzi deve presentarsi con idee chiare prima ancora di prendere le redini del semestre. E prima di contrattare (come deve fare) una revisione dei tempi e delle condizioni (insostenibili) per il pareggio del bilancio e il taglio del debito; così da inserire anche questa scelta dentro una nuova logica cooperativa e non più competitiva. Buoni propositi? Molto di più: una risposta possibile all’Europa dello scontento.

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