Via dall’Italia, dove creare lavoro è più semplice

Via dall’Italia, dove creare lavoro è più semplice

QUI LONDRA
Aprire una società in pochi minuti e con sole 15 sterline. Lo hanno fatto due ragazzi italiani, Andrea Passadori e Giacomo Moiso, 25 e 26 anni. Non certo in Italia, ma a Londra. Davanti a un computer, mentre si trovavano a Parigi per un periodo di studio. La società-lampo, che ora ha già quasi un anno d’età, si chiama Fluentify: una piattaforma web per migliorare il proprio inglese facendo lezioni online con tutor madrelingua in videoconferenza da casa. «Avremmo voluto fondarla in Italia», dice Alessandro da Londra, «ma ci hanno messo in guardia. E anche i fondi di venture capital che poi abbiamo incontrato ce lo hanno detto: se la nostra fosse stata una società italiana, non ci avrebbero neanche pensato a finanziarci».

Ad Andrea e Giacomo si sono uniti poi altri due italiani, Claudio Bosco, 24, e Matteo Avalle, 27. Il team è fatto. E in un ambiente vivace come quello londinese, trovare un investitore che desse forma imprenditoriale alla loro idea non è stato difficile. «Londra è un ambiente fertile, ci sono persone che vengono da tutto il mondo», raccontano. «Abbiamo partecipato a un programma per startup. I primi tre mesi gli incubatori ci hanno aiutato a capire come parlare con gli investitori, come presentare un business plan». Da lì in poi i fondi di investimento hanno cominciato a contattarli. Anche perché, in Inghilterra, investire in una startup è anche conveniente dal punto di vista fiscale. «Chi investe ha un incentivo di oltre il 100% del capitale investito», spiegano. I ragazzi hanno parlato a 20-30 investitori privati. «Avevamo quasi l’imbarazzo della scelta». Ma durante i colloqui, qualcuno, sentendo l’accento italiano, chiedeva subito: «Avete una società inglese? Se fosse stata italiana, non ci avremmo neanche pensato». Alla fine l’investitore l’hanno trovato. E pure italiano: Stefano Marsaglia, co-ceo di Mediobanca, che ha investito 250mila sterline, 300mila euro circa. Soldi italiani volati a Londra per una srl inglese (Ltd, private limited company) fatta da italiani. Come il cade che si morde la coda.

Fluentify Creative Hub (Dalla pagina Facebook di Fluentify)

Ma cos’è che spaventa dell’Italia? «La giustizia, ad esempio», risponde Giacomo. «In Italia la durata media di un processo è di otto anni, quando la media europea è di due. Se l’investitore rivuole indietro i soldi perché io, ad esempio, ho raccontato una bugia, quei soldi non li rivede più». E poi «la flessibilità del lavoro. Noi ora siamo in quattro e stiamo coinvolgendo sempre più collaboratori, ma un giorno potremmo non averne più bisogno. In Italia licenziare è difficilissimo. In Inghilterra si lavora solo con contratti a termine, l’ammortizzatore sociale è il mercato stesso. In poco tempo si trova di nuovo un’occupazione. Essere freelance è normale».

Con queste basi, ora Fluentify ha collezionato ben 70 tutor sparsi tra Canada, Australia, Stati Uniti, Regno Unito e Sud Africa. Per conoscerli, basta connettersi e guardare il video di presentazione. Non ci sono solo i classici prof di inglese. Ci sono esperti di business, musicisti, informatici. Peter, ad esempio, lavora nella City come importatore di mobili di design italiani, e in poco tempo è diventato punto di riferimento (non solo per la lingua) per chi lavora in questo settore. Gli utenti, che per una sessione di trenta minuti pagano dai 7 ai 12 euro (con possibilità di comprare pacchetti multipli scontati), sono sia persone alla ricerca di un lavoro, sia aziende che usano Fluentify per far studiare la lingua inglese ai propri dipendenti. I tutor vengono pagati in base alle sessioni vendute, e la società trattiene il 20 per cento. Gli stipendi, certo, al momento non sono altissimi, confessano i ragazzi. Anche perché «tutto quello che fatturiamo lo reinvestiamo».

Ma l’amore per l’Italia resta. E i quattro fondatori di Fluentify ora hanno intenzione di aprire un ufficio nel nostro Paese e assumere almeno una decina di persone tra sviluppatori e programmatori. «Il problema», dicono, «è il costo del lavoro. A Londra il costo a carico dell’azienda è attorno al 13%; in Italia si arriva al 50 per cento. Per mille euro netti se ne spendono 2mila. Le tasse, come disse Padoa-Schioppa, sono una cosa bellissima sì, ma per quelli che le possono pagare. Noi abbiamo ancora risorse limitate». E ora sono davanti a un bivio: «Assumere ragazzi e portarli a Londra, o restare in Italia. Vedremo cosa farà questo governo». Se dovessero scegliere la prima opzione, «sarebbe una perdita enorme, visto che una realtà come Fluentify in un paio di anni potrebbe coinvolgere centinaia di persone. E noi vorremmo avere il centro gestionale in Italia e non in “esilio” a Londra».

QUI COPENAGHEN
Si chiama Francesco Impallomeni, ha quasi trentaquattro anni e una figlia che ne ha uno e mezzo. Negli ultimi anni ha seguito un progetto legato al caffè per Slow Food International, nell’Africa orientale, dove ha imparato un bel po’ di cose sulle proprietà del seme, della relativa bevanda, della sua filiera di produzione. Soprattutto, però, è in quegli anni che ha iniziato a maturare l’idea di aprire una micro-torrefazione equosolidale e un coffee shop a basso impatto ambientale. Terra d’elezione di questo suo sogno imprenditoriale, la Danimarca e, più nello specifico, la capitale Copenaghen: «In realtà, la scelta di trasferirsi è stata più legata ai benefici che io e mia moglie ne avremmo tratto come genitori che come imprenditori», spiega, riferendosi al (per noi) extraterrestre welfare danese. Ciò non vuol dire, tuttavia, che la Danimarca sia terra ostile per le start up, tutt’altro.

La roulotte-caffetteria a Copenaghen

«Qui le imprese sono generalmente di grande dimensione, tipo la Maersk, per intenderci. La piccola imprenditoria sta diffondendosi ora, legata soprattutto alle tecnologie digitale, e pur non essendoci una legislazione di favore come, ad esempio, quelle anglosassoni, posso comunque ritenermi fortunato rispetto ai miei tanti omologhi che stanno in Italia» . I motivi sono presto detti: «Ho aperto la partita iva in due ore, online, e a quanto mi hanno detto, per aprire una società a responsabilità limitata ci vuole poco di più. Di commercialisti e notai non ce n’è bisogno: il profilo fiscale di ogni contribuente è online e aggiornabile in qualsiasi momento».

Deve ancora «iniziare a fatturare», Francesco. Per il momento sta gestendo per altri una caffetteria su una roulotte in una zona di Copenaghen vocata allo street food. Un’esperienza che gli sta chiarendo le idee su come funziona il mercato danese e su quali siano le sue potenzialità. «Gli ultimi sono stati anni di vero e proprio boom del food – racconta – in una pese che non aveva mai avuto una grande cultura del cibo. A riprova di questo, la diffusione che sta avendo il manifesto del cibo nordico, che sta portando i danesi a riscoprire la loro storia gastronomica». A margine di questa riscoperta, tuttavia, c’è anche parecchio spazio per il made in Italy: «In un contesto sociale tra i più egualitari al mondo, il cibo rappresenta uno dei pochi settori dove si vede segmentazione sociale, sia nei punti vendita della distribuzione organizzata, sia nei ristoranti – spiega – . La nostra cucina è molto popolare soprattutto tra le persone istruite, di fascia medio-alta, anche se il caffè, tanto per citare l’ambito che mi riguarda, è consumato in grandi quantità praticamente da tutti. Credo sia un mercato con grandi potenzialità».

È consapevole, Francesco, che quando comincerà a fatturare si troverà a dover pagare imposte non certo da paradiso fiscale, ma non si straccia le vesti: «Ok, non siamo in Svizzera, ma non è un mistero che i servizi pubblici siano di alto livello e in molti casi assolutamente gratuiti. Quel che dai, ti torna, insomma». Non solo: «La pressione fiscale complessiva è attorno al 40, 50 per cento, ma quella relativa ai redditi d’impresa pesa meno della metà e ci sono un sacco di deduzioni – racconta – . L’obiettivo è chiaro: costringerti, in qualche modo, a investire nella tua impresa, evitando di estrarne tutti i guadagni, come spesso accade in Italia, per fare altro».
 

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