TaccolaDietro gli scandali le leggi amiche della corruzione

Dietro gli scandali le leggi amiche della corruzione

«Non è solo questione di manigoldi». Per il presidente del Consiglio nazionale degli Architetti, Leopoldo Freyrie, la corruzione legata agli appalti pubblici in Italia è diventata endemica anche per un sistema di leggi del tutto inadeguate. E il principale accusato è il Codice appalti, varato solo nel 2006 ma già talmente stratificato da risultare incomprensibile per chinque. Da questo alla corruzione il passo è breve.

Il primo attacco al sistema di leggi è stato sferrato mercoledì dal procuratore aggiunto di Venezia, Carlo Nordio, che sta coordinando le indagini sulle tangenti per il Mose. «Al di là dell’inchiesta di oggi – ha detto il magistrato in conferenza stampa – voglio ricordare quanto scrissi già 15 anni fa: una delle cause della corruzione deriva dalla farraginosità delle leggi, dal numero delle leggi e dalla loro incomprensibilità, e da una diffusione di competenze che rende difficile individuare le varie responsabilità». Per poi proseguire: «se è consentito al magistrato dare un messaggio forte, per ridurre, se non eliminare, la corruzione la strada è la riduzione delle leggi e l’individuazione delle competenze. Alzare le pene, come si continua a fare, e contemplare nuovi reati non serve assolutamente a niente».

Parole a cui era subito seguita una nota del presidente degli architetti: «Mose, Expo, G8, Ponte sullo Stretto – si leggeva – sono solo alcuni dei pessimi esempi di come le gestioni speciali conducano a condizioni di opacità, pessima qualità, spreco di risorse. Eppure la politica sembra non trarne insegnamento e continua a ripetere all’infinito gli stessi errori. Quando uno Stato ha bisogno di leggi speciali e di commissariare se stesso per riuscire a realizzare le opere pubbliche, fuori dalle regole che impone ai suoi cittadini, vuole dire che ha scritto norme sbagliate o inapplicabili che vanno, quindi, cambiate urgentemente».

Al telefono Freyrie spiega come sia stato possibile arrivare alla palude in cui l’Italia sembra immersa da anni.

Architetto Freyrie, c’è un nesso tra i continui scandali che si sono susseguiti negli ultimi anni, G8, Aquila, Expo e ora Mose, e una scarsa qualità delle leggi, come ha detto chiaramente il giudice Nordio?
Certamente. Noi abbiamo un Codice degli appalti che nell’ultimo anno è stato ritoccato un centinaio di volte ed è diventato negli anni un agglomerato improbabile. Ora ha 257 articoli, c’è un limitato numero di esperti in Italia in grado di capire cosa c’è dentro. Tanto che lo Stato quando c’è da fare le grandi opera lo bypassa, nomina un commissario e avvia una procedura di emergenza. Questo ha senso per un terremoto, ma non per le grandi opere. Il Ponte di Messina, il Mose, l’Expo erano importanti opere, ma non opere di emergenza.

Cosa insegna il caso Mose?
Gli insegnamenti sono due: il primo è che il Codice degli appalti va buttato via, perché crea le condizioni per cui lo Stato commissiona continuamente se stesso. Per fortuna una nuova direttiva Ue sui lavori pubblici deve essere recepita entro due anni, e questo ci obbligherà a scrivere un nuovo codice.

Come dovrà essere il nuovo codice?
Dobbiamo tornare ai principi della legge Merloni, sostituita dall’attuale codice nel 2006, che aveva tre finalità: la qualità delle opere, la trasparenza delle procedure e la concorrenza sul mercato. L’attuale Codice degli appalti non risponde ad alcuna delle tre finalità.

Qual è il secondo insegnamento?
È che quando sommi ruoli pubblici e gestione operativa ottieni questi risultati. Prendiamo il caso del Ponte di Messina: è stata creata una s.p.a. e sono stati spesi centinaia di milioni per non fare il ponte. Da allora in Italia ogni volta che il pubblico deve fare una grande opera crea una s.p.a., che gestisce gli appalti al suo interno, al di fuori di ogni logica di trasparenza e concorrenza. L’Expo è un caso esemplare di questa gestione privatistica da parte di una società per azioni, con la sola eccezione del Padiglione Italia, per il quale c’è stato un concorso di progettazione. Una volta il pubblico dava l’indirizzo politico, metteva risorse e controllava come venivano spese. Ecco, il pubblico deve tornare a fare il pubblico. Quando il pubblico fa business fa danni, basti pensare a quello che hanno fatto a Milano i sindaci Albertini e Moratti con i derivati. Nella migliore delle ipotesi non hanno le competenze.

Individuare un soggetto responsabile dei lavori non è alla base del project financing?
Ma il project financing è un’altra cosa: nel project financing il pubblico, se non ha i soldi per fare una scuola, chiama i privati. Il pubblico mette un chip e chi realizza la scuola per 20 anni la può usare la sera per fare convegni. Dopo 20 anni la scuola torna al pubblico. L’Expo non è certo un’opera di project financing: il pubblico ha messo una montagna di soldi, ha creato una società con un cda messo da politici e che ha affidato le opere senza criteri di trasparenza. Siamo al paradosso che un piccolo comune per fare una scuola deve seguire il Codice degli appalti e metterci magari anni per districarsi tra problemi difficili da affrontare con il personale tecnico a disposizione, mentre per grandissime opere si può agire senza trasparenza.

Si aspettava un epilogo simile per il Mose?
Che avessero rubato no, che succedessero casini, come sempre accade, sì. Sul mercato privato un committente chiede tempi e costi certi. Questo nel pubblico non avviene mai.

Come si è arrivati a un Codice degli appalti così farraginoso?
Il Codice è stato concepito in una logica giuridica e burocratica, perdendo di vista le finalità. Ci sono stati degli interventi anche mirati di correzione, ma più l’hanno modificato più è diventato sbagliato, perché c’è una tale concatenazione di disposizioni che non è più gestibile.

Quindi è illusorio pensare che la nuova Autorità nazionale anticorruzione basti a risolvere la situazione?
È il sistema normativo che crea le condizioni di questi scandali, aggiunto al mischiare pubblico e privato. In Lombardia Infrastrutture Lombarde (la struttura guidata da Antonio Rognoni, arrestato nell’ambito dell’inchiesta su Expo 2015, ndr) faceva tutto, controllore e controllata, quando è chiaro dai tempi di Tocqueville che la separazione dei ruoli è fondamentale. Non è, quindi, solo una questione di manigoldi.

È anche l’eccessiva discrezionalità che crea i presupposti per la corruzione?
Sì, certamente. Ma manca la premessa: serve un dibattito pubblico e non ideologico su quali sono le priorità. Chi ha deciso che l’Expo si dovesse fare? Ed è stata consultata la popolazione sul Mose? Questo non toglie il diritto e dovere della politica di fare delle scelte, ma prima la decisione va condivisa e poi attuata con regole chiare.