“Hidden champion”, le imprese che cambieranno il mondo

“Hidden champion”, le imprese che cambieranno il mondo

Quando si dipingono gli scenari economici globali si tende a considerare le performance degli Stati o di gruppi di Stati: si cerca di capire quanto cresceranno gli Usa, se aumenteranno le esportazioni della Germania o quelle dell’Italia. La considerazione è giusta, ma è utile ricordare, come dice in modo anche provocatorio Hermann Simon, della Simon, Kucher & Partners, «che sono le aziende che esportano, non gli Stati». Questo è il punto di partenza del suo ragionamento, come racconta nella sua conferenza a Linkontro, evento organizzato dalla Nielsen a Santa Margherita di Pula. «In genere si pensa che siano le grandi aziende a trainare l’economia», dice, «ma in realtà sono altri i motori: sono i cosiddetti “hidden champion”, campioni sconosciuti che lavorano bene e rendono forte o meno un Paese». Una carta da giocare soprattutto a livello globale, dove le scale di grandezza cambiano e pochissime aziende possono essere ancora considerate grandi. «Nel futuro solo Cina, Usa ed Europa (come insieme) saranno in serie A, dal punto di vista produttivo», spiega. «Paesi come l’Italia, ma anche la Germania, saranno in seconda posizione. Sono ordini di grandezza diversi, ma questo non implica che non si possa comunque essere competivi». E come? Con altri mezzi e altri “campioni”.

Cosa è un’azienda hidden champion?
La definizione è semplice: si tratta di aziende di media grandezza, con revenue inferiori ai cinque miliardi di euro e, al tempo stesso, nei primi posti al mondo nel loro settore specifico. Questo settore, voglio precisare, deve essere molto specifico. Un’altra condizione è il fatto che non siano molto note al grande pubblico. Per fare un esempio italiano, per chiarirsi subito, un’azienda come la Brembo è una hidden champion. Anche la Campari.

Le definisce quasi una rivoluzione. Perché sono così importanti?
Sono il vero motore dell’economia, in generale, di un Paese. Sia per quanto riguarda i ricavi assommati, sia per aspetti meno considerati ma di importanza vitale: contribuiscono allo sviluppo della ricerca e alla creazione di nicchie di mercato. La Germania, che è il Paese con il maggior numero di hidden champion, ne ha 1.307. Alcune di queste, in passato, si sono evolute e sono diventati giganti, come la Porsche Holding, che negli anni ’90 sfiorava i cinque miliardi e ora supera i 15. L’Italia, che ha un sistema industriale non molto diverso da quello tedesco, invece, ne ha solo 76, è settima in classifica, ma il suo punteggio scende molto se si guarda a una percentuale pro-capite.

Come si spiega questa differenza tra Italia e Germania? 
Più che ragioni strutturali, credo che sia un fatto di mentalità. In Germania le aziende pensano da molti anni in termini globali, hanno già accettato la sfida di un palcoscenico grande come il mondo. Da qui deriva tutta una serie di strategie di sviluppo: investimenti pensati non per un ritorno immediato ma con una prospettiva a lungo termine, soprattuto di sviluppo tecnologico; l’apprendimento dato per scontato di più lingue; le esperienze internazionali; una maggiore cultura aziendale anche nelle scuole. In questo senso l’Italia non ha ancora sviluppato queste condizioni. E qui, a mio avviso, è un settore in cui può intervenire lo stato, promuovendo un’istruzione diversa. Ad esempio aumentando il vocational training, pochi giorni alla settimana in un’azienda, fin da giovani, per capire il mondo del lavoro e sapere come orientarsi. In Germania sono molto importanti.

Simon kucher hermann-simon_hidden_champions

Cosa deve fare un’azienda per diventare un hidden champion?
Focalizzarsi su un settore, quello di maggior competenza, e andare nel profondo. È del tutto inutile, ormai, diversificare per tentare di raggiungere fasce e clientele differenti. Per essere competitivi occorre essere i migliori. Dalla mia ricerca è emerso che gli hidden champion sono le aziende con obiettivi strategici molto ambiziosi, pochissimo turnover e personale preparatissimo, oltre a un occhio molto attento ai clienti. Un caso come l’italiana Selle Royal, a mio avviso, è illuminante: è un’azienda che produce sellini per biciclette.

Cosa c’è di speciale? 
Si sono specializzati in quel settore, hanno investito nella ricerca e nella tecnologia e hanno stabilito un rapporto molto buono con il cliente: tecnologia e attenzione al consumatore. Si fa così.

Uno dei problemi, soprattutto in Italia, è quello dei costi.
I costi non sono un problema. Certo, gli Stati dovrebbero essere presenti e gravare il meno possibile, ma il punto sta negli investimenti. Gli imprenditori si lamentano sempre, è ovvio. Ma quello che devono fare è solo una cosa: innovare. Per farlo, ci sono due precondizioni: il focus su un settore, e l’investimento. Bisogna metterci i soldi. Gli hidden champion spendono il doppio dell’azienda media. In ricerca e sviluppo. Il futuro è questo qua, c’è poco da fare: serve tecnologia e serve grande specializzazione. E un rapporto costante con il cliente.

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