Il cotto fiorentino si aggrappa a tecnologia ed export

Il cotto fiorentino si aggrappa a tecnologia ed export

Stefano Tesi è responsabile fiorentino della Filca, sindacato Cisl che si occupa di “costruzioni e affini”. Pensa ai tempi d’oro del distretto del cotto sulle colline del Chianti, e il paragone col presente è doloroso. «Prima si produceva a pieno regime, certi di vendere. Ora spesso si lavora su ordinazione, e la maggioranza delle fornaci è ferma». Le difficoltà sono iniziate a fine anni ’90 e sono continuate con la crisi degli ultimi anni. Il comprensorio però resiste, e cerca il rilancio attraverso più strade: mercati come la Cina, possibile ripresa della domanda interna, innovazione, tecnologia. «Viviamo una fase nera – ammette Tesi – ma sembra che qualcosa si stia muovendo. Da un paio d’anni la discesa si è fermata».

Oggi ci sono tre aziende grandi e un paio più piccole, nel 2004 erano una ventina, con circa 500 lavoratori

Il sindacalista snocciola i numeri del comprensorio e li confronta con quelli di dieci anni fa. «Oggi abbiamo tre aziende grandi e un paio più piccole, per un totale vicino ai 120 addetti, molti in cassa integrazione. Nel 2004 le imprese erano una ventina, con circa 500 lavoratori. Non ho dati precisi sul fatturato, ma sicuramente è crollato». Come mai? «Abbiamo vissuto il boom dell’edilizia: bastava produrre mattonelle ed eri a posto. Si vendeva molto in Italia. Ora invece si è costretti a guardare all’estero». Già prima di dieci anni fa era calata la richiesta di pavimenti in cotto, e nel distretto si era cominciato a differenziare la produzione, usando tecniche innovative. Un esempio su tutti, le pareti ventilate: facciate coperte di mattonelle staccate dal corpo dell’edificio, che possono migliorarne i parametri termici e acustici. «Piacciono molto in Cina, Medio Oriente, Russia, in Paesi a cui interessano più dei pavimenti. Chi ha investito sull’innovazione va avanti e si costruisce nicchie di mercato in queste aree, dove l’edilizia tira». In quest’ottica Tesi parla del dialogo che i sindacati portano avanti con la Regione Toscana, per promuovere nelle sue sedi estere i prodotti del comprensorio e riqualificare gli addetti che hanno perso il posto o ce l’hanno, ma devono aggiornarsi per adattarsi alle nuove richieste dei compratori.

Attraverso il Novecento

Una delle aziende che sono riuscite a resistere nei decenni è la Sannini. Il suo sito web sottolinea che nel 1910 il fondatore creò “il primo insediamento industriale per la lavorazione del cotto”. Una realtà «a carattere familiare», dice Pietro Cardinali, che la segue con la società di consulenza Centro Servizi Industriali e Commerciali. «Di generazione in generazione l’impresa è sempre stata guidata dai Sannini o dai Poccianti, famiglie unite dai matrimoni di due sorelle della prima con due uomini della seconda». Tra tutte le vicende vissute in oltre un secolo di storia, Cardinali ne racconta subito una di cui l’azienda deve andare particolarmente orgogliosa. «Una decina di anni fa arrivò da noi il sindaco di Ferrara. Era disperato, perché aveva fatto pavimentare in cotto la piazza del municipio, e con il freddo dell’inverno i mattoni erano saltati. Ogni giorno il primo cittadino andava in Comune e incrociava i pensionati fermi al bar, che lo rimproveravano per la scelta! Gli abbiamo fatto vedere il nostro prodotto, che non assorbe praticamente acqua, non gela e non si spezza». L’inverno successivo – spiega Cardinali – il sindaco lo usò per sostituire una sola fila di mattonelle, come prova. Quello ancora seguente ci fece ricoprire l’intera piazza.

La stazione di Roma Tiburtina, con pareti ventilate della Sannini

Dieci anni dopo la Sannini dà lavoro a una sessantina di persone. Negli ultimi anni il giro d’affari è diminuito, e c’è stato un periodo di cassa integrazione. «Ora va un po’ meglio», assicura Cardinali, che parla di importanza crescente dell’export. «Prima rappresentava una quota irrilevante del fatturato, poi siamo passati a percentuali tra il 30 e il 40 per cento. Adesso siamo sopra il 50. Alcuni anni fa ci siamo introdotti in Cina, che da sola può bastare a garantirci il successo, se riusciremo a radicarci sempre di più». Tra gli altri Paesi acquirenti l’unico citato è la Russia: «Resta un mercato interessante, ma si è un po’ ristretto. E l’incognita principale è la durata della stagnazione in Italia». Oltre alle esportazioni, cosa vi ha permesso di sopravvivere? «Un ufficio commerciale sviluppato al massimo, creatività, qualità e innovazione, ostacolata da una burocrazia aumentata negli ultimi anni».

L’unione fa la forza

La seconda storia inizia molto dopo quella della Sannini. «Il Palagio apre nel 1984. Produce pavimenti per circa 15 anni, poi trasforma parte dell’azienda per realizzare lastre con cui rivestire facciate di edifici. Nel 2000 rileva una concorrente, chiamata Il Ferrone; dieci anni dopo ne acquista un’altra, Cotto Impruneta». A parlare è Alessandro Albasini, direttore commerciale di Vivaterra, il gruppo che riunisce i tre marchi. In verità ce n’è un quarto: «La Palagio Engineering, nostra divisione speciale che copre l’intero ciclo di produzione delle pareti ventilate, dal progetto al montaggio». Gli addetti totali sono circa 40 – decisamente meno di un tempo – e negli ultimi anni il fatturato si è stabilizzato intorno ai cinque milioni e mezzo.

«Fino al 2007 era molto più alto – ricorda Albasini –. Poi abbiamo patito la contrazione dell’edilizia». In questo caso la chiave delle strategie di resistenza non è stata l’export, che pesa tra il 5 e il 10% del giro d’affari. «Non è facile vendere all’estero il prodotto che trattiamo, anche perché l’argilla viene lavorata e trasformata in terracotta non solo qui, ma in tutto il mondo, da sempre». Eppure c’è un motivo se il cotto fiorentino è famoso da secoli. «Certo. L’argilla della zona ha una durezza, una compattezza, un basso tasso di assorbimento che non hanno uguali nel mondo. Con questo materiale Brunelleschi coprì la cupola del duomo di Firenze». Questa tradizione, però, non sempre è sufficiente. «Parte delle nostre difficoltà deriva anche dagli anni del boom della terracotta, tra la fine degli anni ’80 e il 2000. Allora aziende di altre regioni “sporcarono” il mercato, offrendo prodotti che c’entravano poco con il vero cotto».

Tra i fattori che hanno permesso a Vivaterra di sopravvivere c’è la tecnologia. «In questo siamo sempre stati avanti, probabilmente anche perché siamo l’azienda dell’area che è nata per ultima. Unire tre imprese che erano autonome, poi, ci ha consentito di ampliare la clientela. Oggi lavoriamo a volumi ridotti, ma per ora riusciamo ad andare avanti». Albasini dice che l’obiettivo di quest’anno è confermare le performance del 2013, e che per il momento l’andamento è quello giusto. Assicura che c’è la previsione di tornare a crescere, ma sottolinea che molto dipenderà dal mercato dell’edilizia. «Quando lo Stato cerca soldi le tasse sugli immobili sono sempre al primo posto. Bisogna rilanciare le ristrutturazioni, agevolando chi investe sulla casa. Buona parte degli edifici italiani risale agli anni ’60 e ’70: potrebbe essere rivisitata, messa a norma, aggiornata». Il futuro del distretto del cotto fiorentino è appeso anche a questa speranza.

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