Il credit crunch è peggiore di quello che vi raccontano

Il credit crunch è peggiore di quello che vi raccontano

La vera dimensione della “straordinaria contrazione” del credito (che non è la stessa cosa di credit-crunch secondo la diplomatica ironia del primo ministro) non appare essere quella dei numeri totali comunicati dalla Banca d’Italia e dall’Abi. Questa è la scoperta fatta sfogliando le pubblicazioni della stessa Banca d’Italia sulle economie regionali.  

Nelle tabelle contenute negli ultimi rapporti pubblicati in giugno se ne può trovare una che mostra l’effettivo tasso di riduzione del credito alle imprese nelle sue principali forme tecniche, che sommate rappresentano circa il 90% del credito erogato. E i dati sono a dir poco sorprendenti. Prendendo sei tra le principali regioni d’Italia si scopre che i volumi di aperture di credito in conto corrente sono diminuiti dell’11% tra dicembre 2012 e dicembre 2013, gli anticipi fatture e il salvo buon fine sulle RiBa sono scesi del 12% e i finanziamenti a scadenza dell’8,3% (vedi grafici), in totale molto di più di quel 4-5% di riduzione dichiarato dalle statistiche aggregate.

Prendendo il dato medio non ponderato per le sei regioni la differenza sarebbe di quasi il 6% (4,85% con sofferenze e pronti-termine, contro 10,50% di dato depurato).

Perché questa differenza? Lo rivelano le note alle tabelle pubblicate nei rapporti. Il dato complessivo di credito alle imprese contiene anche le sofferenze (che sono stabili per definizione) e i volumi di pronti-termine, il fattore che distorce il dato sul credito effettivo. Depurata di queste due componenti la stretta del credito mostra la sua peggiore faccia su valori che come si vede si avvicinano al 10%, confermando una sensazione che veniva dalla pratica quotidiana e dalla vicinanza con le imprese. Per amore di precisione e concretezza.

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