La resa dei conti del Pd nell’Umbria rossa di rabbia

La resa dei conti del Pd nell’Umbria rossa di rabbia

Non c’è solo Livorno nella lista delle roccaforti rosse espugnate. Non bastano nemmeno Urbino e Riccione a spiegare la disfatta della “ditta” come la conoscevano al Nazareno prima dell’avvento dei Renzi boys. Il vero psicodramma dei ballottaggi va in scena in Umbria, regno rosso e longevo che oggi perde i suoi pezzi pregiati ed è costretto ad aprire le finestre per ricalibrare le correnti. La pietra dello scandalo ha la forma di Perugia, capitale post-comunista amministrata per settant’anni dal centrosinistra e oggi passata nelle mani di un 35enne di Forza Italia, quell’Andrea Romizi che lascia a piedi il democratico Wladimiro Boccali con sedici punti di scarto. Circostanza che i militanti storici non avrebbero immaginato nemmeno nei peggiori incubi.

Invece va così. Il cuperliano Boccali, sindaco uscente e due volte assessore, vede bocciata l’amministrazione di una città che si dimena tra spaccio di droga e sprazzi di cultura, diventando «capro espiatorio» di squilibri politici prossimi alla deflagrazione. Nella ex Umbria Felix lo stesso Partito Democratico che alle europee aveva incassato il 49% perde pure Spoleto e Gubbio, la prima conquistata dal centrodestra di Fabrizio Cardarelli mentre la seconda segna un duello interno al centrosinistra dove trionfa Filippo Maria Stirati radunando i fuoriusciti del Pd oltre a Sel, Psi e liste civiche. Al bollettino di guerra si aggiunga Bastia Umbra dove per l’ennesima volta il Pd cede il passo alla destra. I premi di consolazione elencati dai dirigenti locali sono le vittorie a Terni, Foligno, Marsciano, Orvieto e Gualdo Tadino. Ma non bastano a fermare le scosse di avvertimento di un terremoto pronto ad aprire la resa dei conti in quello che è sempre stato un feudo blindato e compatto, prodigo di soddisfazioni per Pc-Pds-Pd. 

Adesso nel partito è una gara all’assunzione di responsabilità, una corsa al cospargimento del capo con cenere dal retrogusto renziano che per qualcuno odora di opportunismo. Tutti colpevoli e nessun condannato? Catiuscia Marini, governatrice della regione ed esponente della sinistra del partito, attacca: «Il voto di Perugia coinvolge il Pd dell’Umbria nella sua interezza. Auspico che la segreteria regionale del Pd si faccia carico di questo serio confronto politico al fine di esprimere una classe dirigente realmente adeguata ad affrontare i prossimi appuntamenti elettorali». Dal canto suo il segretario regionale del Pd, il renziano Giacomo Leonelli, risponde a tono parlando di «sconfitta epocale e terrificante, senza possibilità di appello. I risultati delle amministrative hanno espresso un’esigenza di cambiamento devastante. Rivoluzioneremo il partito cercando di capire ciò che non va, dato che abbiamo perso con la classe dirigente uscente».

Perugia era la capitale, l’Umbria lo Stato in cui è cresciuto un sistema di potere a prova di elezioni. C’è chi parla di una «gabbia dorata» rafforzata da decenni di governo ininterrotto durante i quali il partito è stato gradualmente percepito come un blocco rigido che decideva secondo i suoi schemi e macinava consenso tramite le sue liturgie: dai sindacati alle associazioni di categoria, dalle banche alle clientele, dalle coop alle aziende municipalizzate. «Una comunità che si perpetuava uguale a se stessa, il percorso nelle giovanili e l’approdo alla direzione del partito, in una cooptazione permanente».

Qui la “ditta” era la classe dirigente prima rossa, poi bersaniana e infine cuperliana che ha sempre dominato i rapporti di forza. Fino alla dalemiana Maria Rita Lorenzetti detta «la zarina», due volte governatrice dell’Umbria arrestata nel 2013 in virtù della sua carica di presidente Italferr nell’ambito dell’inchiesta sul passante Tav a Firenze. Le accuse a suo carico sono associazione a delinquere, abuso di ufficio e corruzione, invece nel 2012 le era arrivata la prima richiesta di rinvio a giudizio per abuso d’ufficio e falso nella cosiddetta Sanitopoli umbra. Recentemente è stata avvistata «sola e silenziosa» alla sede Pd di Foligno mentre seguiva lo spoglio elettorale del primo turno delle amministrative.

In Umbria la rottamazione renziana è sempre stata una brezza leggera scansata dai dirigenti locali, ricacciata al di là dei monti che rendono impermeabile una regione senza mare. Oggi col risultato dei ballottaggi quel venticello rischia di trasformarsi in un monsone capace di rimettere in discussione tutto e tutti, a partire dagli intoccabili della ditta, responsabili «dell’arroccamento del partito». La resa dei conti tra le correnti si avvicina e la posta in gioco non è per nulla marginale se si pensa al fatto che nel 2015 sarà già il momento delle elezioni regionali. Spiega a Linkiesta Marco Vinicio Guasticchi, presidente della Provincia di Perugia e tra i pochi renziani umbri della prima ora: «Qui c’è una formula obsoleta con cui approcciarsi all’elettorato. Sembra che dai tempi di Don Camillo e Peppone non sia cambiato nulla, le decisioni si prendono al chiuso di circoli e sezioni dove, quando va bene, votano dieci persone».

Guasticchi, che siede pure nella direzione nazionale del Pd, chiede al partito di abbandonare «le riserve indiane» e tornare nelle piazze facendo tesoro della gestione delle ultime amministrative: «Si perde dove si impongono candidati dall’alto contro il sentiment della comunità, così è successo da noi». La strada verso il futuro pare in discesa, se ieri l’Umbria era un feudo immune alla rottamazione oggi dal Nazareno fanno sapere che è il momento di congedare gli ultimi samurai della vecchia nomenklatura. Nella regione che dà i natali al lago Trasimeno e alla cascata delle Marmore la pratica della rottamazione rappresentava un bagno di umiltà che in pochi sono stati disposti ad accettare. Racconta Guasticchi: «Quattro anni fa portai Renzi a presentare il suo libro a Perugia, vennero quattromila persone ma non si presentò nemmeno un dirigente locale del Pd, anzi io ricevetti moniti e rimproveri, mi dicevano che rischiavo e andavo contro il partito, venivo tacciato di eresia».

Di acqua ne scorre parecchia anche nel fiume Tevere che parte dalla Toscana di Renzi, passa in Umbria e chiude la sua corsa a Roma. Così le primarie di dicembre 2013 per la segreteria suonano la sveglia al partito locale: qui Renzi si impone col 76% mettendo in minoranza Cuperlo e la ditta. Finalmente le orecchie iniziano a sentire, le campane suonano e il carro comincia a riempirsi. A febbraio viene eletto segretario regionale il trentaquattrenne renziano Giacomo Leonelli, ma non basta. Decenni di regime rosso non si cancellano con una folata di rottamazione.

Sono i ballottaggi a dare la spallata al regno post-comunista umbro, oggi costretto ad aprire lo “stato di crisi”. Nel Pd locale tutti professano calma e gesso, invitano a ragionare sulla sconfitta e a ripartire, ma il redde rationem tra le correnti potrebbe non essere indolore in una terra dove il partitone rosso era abituato a comandare. «Bisogna rivedere tutto – incalza Guasticchi – dall’assetto di potere al rapporto con la comunità. Farla finita con autoreferenzialità e arroccamento del partito, la convivenza tra Ds e Margherita deve finalmente trasformarsi in una fusione, ammesso che siamo ancora in tempo per farlo».

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