Scioperano a Groupon: “I coupon online non tirano più”

Scioperano a Groupon: “I coupon online non tirano più”

Tira aria di burrasca dalle parti di Groupon Italia. Mercoledì 25 giugno i dipendenti italiani della multinazionale americana dei coupon scioperano dalle 10 del mattino ai piedi della sede di corso Buenos Aires a Milano. L’azienda, riportano i sindacati, avrebbe fatto ricadere le performance negative locali dell’ultimo anno sui dipendenti, annunciando licenziamenti e delocalizzazioni. Secondo le parti sociali, la multinazionale avrebbe definito «le lavoratrici e i lavoratori non in linea con la filosofia aziendale dei “corpi infetti da eliminare” e minaccia di licenziare coloro che non sono performanti», cercando di «individuare candidature spontanee per risoluzioni consensuali e addirittura afferma che se non ci si rimette in linea, si può anche chiudere in Italia e portare tutto all’estero dove il costo del lavoro è inferiore». Groupon, dopo l’annuncio dello sciopero, smentisce tutto e risponde che «non sta adottando piani di ridimensionamento aziendale né sta effettuando licenziamenti come falsamente riportato». Anzi, «i piani di assunzione procedono; l’azienda sta infatti assumendo nuove figure professionali in diversi dipartimenti aziendali».

Intanto lo sciopero non si ferma. Cgil e Cisl hanno proclamato 8 ore di stop. Nella sede italiana, su oltre 300 dipendenti (oltre 400 con gli esterni , gli iscritti al sindacato sono circa un sesto dei lavoratori. «Groupon è quello che è grazie ai suoi dipendenti», dicono i rappresentanti sindacali, «che sono più qualificati rispetto al loro inquadramento in azienda». Il colosso americano, raccontano, «dice di essere in calo e in uno degli incontri mensili con i dipendenti è stato fatto passare il concetto che era il reparto commerciale a lavorare poco. Al tavolo sindacale, invece, abbiamo visto i dati precisi e la media dei contratti mensili stipulati era uguale rispetto all’anno precedente». Il problema, dicono, «non è quindi la performance dei lavoratori, è che semplicemente si stanno vendendo meno cupon, forse perché non c’è più il boom degli inizi in cui le persone prendevano le offerte al volo».

La multinazionale, quotata al Nasdaq di New York dal 2011, nel primo trimestre del 2014 ha annunciato una crescita mondiale del fatturato del 29 per cento, soprattutto nel settore mobile con più di 10 milioni di app scaricate nei primi tre mesi dell’anno. I dati locali, però, non vengono forniti. «Essendo Groupon una realtà quotata in borsa dal 2011 e presente in 48 Paesi, possiamo veicolare dati e numeri solo a livello mondo», dicono dall’ufficio stampa. In Italia, però, a quanto pare, dove Groupon è arrivato dal marzo 2010, la bolla dei coupon a pochi euro si sarebbe sgonfiata dopo la febbre da offerte dei primi tempi, nonostante dall’azienda facciano sapere che il nostro Paese, insieme al Regno Unito, è «il mercato più florido in assoluto», con più di 10 milioni di utenti iscritti e oltre 30mila attività commerciali e imprese che «si sono interfacciate per la prima volta al mercato digitale, fondamentale in periodi come quello attuale, proprio grazie a Groupon». E sul fronte dei dipendenti, aggiungono che «in anni difficili per il mondo del lavoro, Groupon ha assunto a tempo indeterminato più di 400 giovani talentuosi ai quali vengono riconosciuti anche benefici aggiuntivi rispetto a quanto previsto dalla legge e dal Ccnl, quali – ad esempio – ticket restaurant, revisione annuale delle retribuzioni (l’ultima avvenuta lo scorso aprile), progetti di formazione, sistemi di incentivazione decisamente superiori alla media del mercato».

E allora perché scioperare? I lavoratori raccontano che «nell’ultimo tavolo sindacale, la responsabile delle risorse umane, la terza arrivata in due anni, ci ha detto che se questo era l’andazzo del portale, bisognava raggiungere nuove performance entro dicembre 2014 e lavorare il triplo di quanto si fa ora. Altrimenti ci sarebbero stati licenziamenti e delocalizzazioni». Intanto, una parte del team travel è stata già spostata in Romania. E anche il servizio clienti, a quanto dicono i sindacati, a breve potrebbe essere spostato all’estero. Ora, quello che le sigle temono, è anche la concentrazione di parte delle attività in alcuni Paesi europei, a partire dal marketing, che dovrebbe volare in Irlanda.

«I lavoratori», spiegano i sindacati in una nota, «rigettano le continue provocazioni aziendali, tese a sminuire la loro professionalità. Le centralizzazioni di attività che l’azienda sta avviando unilateralmente, la mancata valorizzazione e incentivazione dei lavoratori, non consentono di essere più competitivi e di aggredire maggiormente il mercato italiano». 

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