Arresti e repressione, il Brasile dopo i Mondiali

Arresti e repressione, il Brasile dopo i Mondiali

Il Brasile ha stupito. Al termine di questi sofferti Mondiali di calcio bisogna proprio dirlo. Accanto alla disfatta calcistica e alla tanto citata «vergonha» che ne è conseguita, cʼè il fatto che ci si aspettava succedesse qualcosa di tragico. Io me lo aspettavo, sinceramente. Me lo aspettavo anche in relazione alla grande ondata di scioperi che ha preceduto lʼinaugurazione del Mondiale. Nessuna grande manifestazione o città messa a ferro e fuoco, niente boicottaggi silenziosi o chiassosi. Quasi fino alla fine le mie aspettative sono state disilluse.

Un uomo protesta per chiedere migliori servizi sociali vicino alla Stadio Maracana il 13 luglio (YASUYOSHI CHIBA/Getty Images)

Forse non è ancora arrivato il momento di fare un bilancio, o di azzardare riflessioni e analisi. È bene dare tempo alle polveri di decantare, ai turisti di tornare alle proprie case, alle lattine di birra di essere raccolte. È altrettanto bene, però, informare di alcuni fatti molto preoccupanti accaduti alla vigilia del termine del mega-evento mondiale.

Sabato 12 luglio la polizia di Rio de Janeiro ha arrestato circa venti persone per supposta relazione con le manifestazioni previste per il giorno successivo, il 13 luglio, giorno della finale dei Mondiali. Tra venerdì e sabato sono stati emessi decine di mandati di cattura. Lʼaccusa: supposta organizzazione e partecipazione ad atti violenti nel 2013, supposta partecipazione violenta alle proteste previste per il giorno successivo. E ancora: possesso di bottiglie con materiale infiammabile, numeri del giornale Estudantes do povo, ginocchiere e maschere anti-gas. Tra le venti persone arrestate ci sono studenti, educatori, professori universitari tra i quali Camilla Jurdan, la coordinatrice dei programmi post-lauream in Filosofia della UERJ (Università Statale dello Stato di Rio de Janeiro), due minorenni e il padre di un sospetto, in quanto detentore di unʼarma ufficialmente dichiarata.

Volantini lasciati dai manifestanti vicino alla Stadio Maracana a Rio de Janeiro (YASUYOSHI CHIBA/Getty Images)

Il giorno 15 di luglio è stato organizzato un presidio davanti al tribunale di Rio de Janeiro per chiedere la liberazione degli arrestati. La manifestazione si è spostata pacificamente verso il centro e la polizia non è intervenuta. A stagliarsi verso il cielo carioca cartelli che recitavano «libertà ai prigionieri politici», «manifestare non è crimine», «la democrazia chiede soccorso», «mai più dittatura», «fine della polizia militare». Al posto del grido «nao vai ter copa», si urlava «nao vai ter voto» («non ci sarà la Copa», «non ci sarà voto»).

Il 30 luglio è previsto un atto nazionale che potrebbe radunare moltissime persone senza raggiungere probabilmente i numeri delle violentissime manifestazioni del giugno del 2013.

La polizia controlla le manifestazioni del 13 luglio, giorno della finale dei Mondiali, presso lo Stadio Maracana (YASUYOSHI CHIBA/Getty Images)

Come stanno facendo notare molti intellettuali brasiliani, questi incarceramenti preventivi non sono solo gravi in quanto tali o perché, come dichiarato da alcune associazioni in difesa dei diritti umani, sono «incostituzionali». Sono preoccupanti anche perché hanno il potere di agire come forza intimidatoria. Hanno il potere di dissuadere i cittadini brasiliani dal partecipare, protestare, alzare la voce contro le dinamiche nazionali e urbane che scricchiolano. Hanno il potere di mettere paura alle persone, di generare molto più terrore di quanto non possa fare un esercito di PM (la Polizia Miliatre) armati per le strade.

Perché se è vero che i Mondiali sono finiti, il Brasile si sta preparando a un evento molto meno globale, ma forse più determinante per le sorti del gigante sud-americano: le elezioni nazionali.

A ottobre i cittadini brasiliani saranno chiamati alle urne e chi governa dovrebbe fare attenzione a non far ingurgitare tutti i malcontenti e i desideri repressi con la violenza nelle strade.

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