“Cutting the grass”, la strategia miope di Israele

“Cutting the grass”, la strategia miope di Israele

Il prato non lo si taglia tutto l’anno. Le operazioni di tosatura, sospese tra novembre e febbraio, riprendono in primavera, quando la vegetazione torna a crescere. Non lo si taglia sempre allo stesso modo. Lo si tosa più spesso quando le piogge lo fanno alzare velocemente. Meno spesso durante i periodi di siccità. Così fa Israele con Hamas, l’organizzazione palestinese che dal 2006 “governa” la Striscia di Gaza a scapito della (ex)rivale Fatah.

Il prato non lo si taglia tutto l’anno. Non lo si taglia sempre allo stesso modo. Così fa Israele con Hamas

Questa nuova operazione delle Forze di difesa israeliane contro Gaza e i leader del gruppo Hamas, chiamata Protective Edge, è un nuovo taglio del prato dopo lunghi mesi invernali di tranquillità. Regolarmente, Israele taglia le punte più violente del nemico, quello che più mette a rischio la sua sicurezza. Taglia solo le punte, non strappa mai le radici di un conflitto che rimane latente.
Operazione Arcobaleno nel 2004, Piogge Estive nel 2006, Inverno Caldo e Piombo fuso tra 2008 e 2009. Poi nel 2012 l’operazione Pilastro di Sicurezza e infine 2014, con Margine di Sicurezza

I territori palestinesi e israeliani nella mappa della Bbc. Le operazioni aeree israeliane hanno colpito solo la Striscia di Gaza

Entrambi gli attori in campo, Israele e Hamas, non sembrano avere motivi precisi del perché sia scoppiata una nuova guerra, né avere una strategia vera per risolverla. Non una di lungo termine. 

Osservando i fatti di questi giorni, le cause scatenanti il conflitto sono il rapimento e l’uccisione dei tre ragazzi israeliani nella colonia vicino a Hebron da un lato, e la morte truce (è stato bruciato vivo) del ragazzino palestinese Mohammed Abu Khedir dall’altro. Allo stesso modo, possiamo descrivere la “strategia” usata da Israele e Hamas: l’esercito israeliano punta i missili sulla Striscia di Gaza e mira a colpire le case dei leader nemici e gli edifici da cui partono i razzi palestinesi. Mentre Hamas lancia razzi sui «territori sionisti», come lo chiamano, cercando di superare lo scudo dell’Iron Dome e di fare qualche vittima tra gli Israeliani. 

Questo nell’immediato. Ma perché ci troviamo di nuovo di fronte a uno scontro armato? E dove vogliono arrivare i due contendenti? 

«Non si sa se ci sono vere motivazioni», commenta il professore Nathan J. Brown del Canergie endowment for international peace. «Anzi, non è chiaro se Israele e Hamas abbiano davvero una strategia. Sembra che semplicemente reagiscano agli eventi anziché guidarli», commenta. «Entrambi i lati sembrano credere che il conflitto continuerà per qualche tempo, forse settimane», continua Brown. «Israele vuole in parte dissuadere Hamas dal lanciare razzi. Ma il problema per Israele è che non ha ben chiaro se davvero Hamas può essere fermata, soprattutto da quando ha rinunciato alla pretesa di governare la Striscia di Gaza e quindi ha meno da perdere. Ed è un problema anche il fatto che i Palestinesi non hanno alternative agli scontri, così che parlare di «resistenza» e anche di una nuova Intifada è molto persuasivo. Così, Israele potrebbe voler degradare le capacità militari di Hamas e a scoraggiare la sua leadership».

Cosa vuole Israele e cosa vuole Hamas
«L’obiettivo di Israele è la sicurezza. Quello di Gaza è la sopravvivenza, anche se è ironico che usi la guerra per raggiungerlo», spiega sinteticamente Khaled Elgindy, del Brookings Institute.

«La teoria del “Cutting the grass”, tagliare l’erba, (ripresa anche recentemente da Vox, ndr) mi sembra corretta. Israele non mostra interesse nell’affrontare le cause profonde del conflitto, ma solo nell’indebolire il suo nemico. Facendo in modo di non radicalizzarlo. Israele vuole in questo momento distruggere l’accordo tra Hamas e Fatah per un governo di unità nazionale. Perché è meglio avere il tuo nemico diviso e debole piuttosto che unito.

L‘obiettivo di Hamas è più moderato, la sopravvivenza. Sa che Israele non vuole il collasso. Non trarrebbe beneficio dal caos totale e dalla radicalizzazione di Gaza. E colpisce perché vuole rafforzare la sua posizione rispetto a Mahmud Abbas (il Presidente della Palestina succeduto ad Arafat) e Fatah (Organizzazione politica e paramilitare palestinese)».

«Hamas sa che Abbas ha fallito, perché è fallita la strategia dei negoziati. Con gli attacchi, Hamas sta dimostrando che non può liberare la Palaestina ma può influenzare Israele, cioè riesce ad avere un impatto su Israele perché costituisce una minaccia, e può indebolire il turismo e quindi l’economia – già critica – di israele. Abbas invece non ha questo potere. È una “losing option”».

Se Israele non ha interesse ad attaccare la Striscia di Gaza per sempre, non vuole nemmeno che Hamas acquisti troppa forza. Ecco perché la strategia migliore sembra quella del «tagliare l’erba»: periodicamente, elimino le punte violente del nemico, senza mai abbatterlo del tutto.

le operazioni israeliane si concludono con un bilancio delle vittime nettamente a favore di Israele

Ed è una strategia che l’opinione pubblica israeliana può facilmente accettare, visto che tutte le operazioni israeliane si concludono con un bilancio delle vittime nettamente a favore di Israele.

È quel che dimostra una ricerca fatta da Vox, sulla base dei dati raccolti dall’organizzazione per i diritto umani B’T selem che ha tenuto traccia di tutti i morti del conflitto Israelo-palestinese dal 2000 ad oggi.

La mappa di Vox. Clicca qui per ingrandire

Quel che emerge è la forte sproporzione tra i due Paesi. Un Palestinese ha 15 volte più probabilità di essere ucciso di un israeliano. Una disparità che è cresciuta soprattutto dal gennaio 2005, quando il conflitto si è fatto più duro. Da quella data sono morte 4006 persone, 168 israeliani e 3838 palestinesi. Solo il 4% erano israeliani.

Il numero di vittime israeliane diminuisce soprattutto dal 2005 in poi, l’anno in cui, spiega Vox, inizia la costruzione di molte parti del muro che circonda la Cisgiordania, e in cui Israele ritira i suoi coloni e le sue truppe da Gaza.

Ma queste due novità, il muro e il ritiro da Gaza, hanno, secondo Vox, «fatto la loro parte per perpetuare il conflitto. Hanno drasticamente approfondito le barriere fisiche e metaforiche» tra i due popoli, «facendo crescere la paura dell’occupazione nei palestinesi e facilitando per Israele l’accettazione del conflitto come status quo». E il 2005 è anche l’anno in cui Hamas ha preso il controllo della Striscia di Gaza, dopo il ritiro di Israele. (Nel gennaio 2006, Hamas con una vittoria a sorpresa alle elezioni parlamentari palestinesi del 2006, con il 44% circa dei voti ottenne 74 dei 132 seggi della camera, mentre al-Fath, con il 41% circa dei voti ne ottenne solo 45). 

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