Hong Kong, l’aria di declino alimenta le proteste

Hong Kong, l’aria di declino alimenta le proteste

Benny Tai ha 49 anni ed è un professore di legge dell’Università di Hong Kong. Gira liberamente per le strade della sua città e rilascia interviste ai giornalisti internazionali (il 6 luglio il Washington Post ne ha pubblicata una). Non teme di essere arrestato né imprigionato. Pochi metri più in là, fa giustamente notare il Washington Post, tutto questo non sarebbe possibile. Benny Tai è il fondatore del movimento Occupy Central, che a Hong Kong organizza proteste e sit-in. La Cina continentale riserva una cella in prigione a chiunque organizzi una pubblica protesta. A Hong Kong no, nella Regione amministrativa speciale della Repubblica cinese, ex colonia britannica, libertà di parola e assemblea sono garantite.

2 luglio 2014 – La polizia rimuove un manifestante dal sit-in organizzato nel Central, il distretto finanziario di Hong Kong (PHILIPPE LOPEZ/Getty IMages)

Eppure, il 1° luglio 2014 migliaia di abitanti di Hong Kong sono scesi in strada per chiedere più democrazia. Manifestavano, come ogni anno, contro il governo centrale di Pechino nell’anniversario del ritorno di Hong Kong sotto la sovranità cinese, avvenuto nel 1997 dopo un accordo tra Pechino e la Gran Bretagna. Ma quest’anno la manifestazione è stata decisamente più grossa del solito. Se per gli organizzatori vi ha partecipato quasi mezzo milione di persone, le autorità hanno parlato di 100.000 abitanti. Studi fatti dall’autorevole South China Morning Post parlano di 140.000 persone.

fine giornata, le persone arrestate erano 511, riferisce la polizia, colpevoli di aver partecipato a un sit-in «non autorizzato» nel distretto finanziario della città, il Central. Un sit-in organizzato da Benny Tai e dal suo Occupy Central.

Perché proprio ora?

Dopo continue – seppur limitate – proteste annuali, Pechino aveva promesso agli abitanti di Hong Kong che entro il 2017 (la data delle prossime elezioni governative) avrebbero ottenuto il suffragio universale. La Basic law, la mini-costituzione che governa Hong Kong dal 1997 e frutto di un accordo tra governo britannico e cinese, concede alcune delle libertà democratiche britanniche, come l’assemblea e la stampa, ma non tutte. Non c’è pieno diritto alla privacy, mancano leggi contro le discriminazioni sessuali, non ci sono tutele dei diritti dei lavoratori. Ma soprattuto manca, a Hong Kong, il fulcro della democrazia, il suffragio universale, appunto. La Basic law, tuttavia, prevede che proprio il suffragio universale sia progressivamente introdotto, superando l’attuale sistema secondo cui l’Executive chief della città (carica introdotta per sostituire l’ultimo governatore britannico salpato dal porto di Hong Kong il 1 luglio 1997 insieme a Carlo d’Inghilterra) viene eletto dai 1200 membri dell’Election committee, rappresentanti solo di alcuni gruppi di interesse cittadini (i Functional committee)

1 luglio 2014 – Cittadini di Hong Kong protestano per chiedere più democrazia (PHILIPPE LOPEZ/Getty IMages)

Attorno alla metà di giugno Pechino ha rilasciato un libro bianco (in cinese, inglese e altre lingue straniere) per affermare che «come stato unitario, il governo centrale cinese ha competenza su tutte le regioni amministrative locali, compresa la Hksar, Hong Kong Special Administrative Region». I giornali cinesi, dal People’s Daily  al Global Times Chinese Edition non hanno fatto questioni. Anzi, si sono subito schierati con Pechino. Il primo sollevando l’importanza del «patriottismo», il secondo affermando che «l’opposizione dovrebbe capire che Hong Kong non è un Paese indipendente. Devono capire che non hanno la possibilità di trasformare Hong Kong nell’Ucraina o nella Thailandia».

Gli abitanti di Hong Kong, invece, si sono subito allarmati. La mossa di Pechino è apparsa come una pericolosa marcia indietro. E quindici giorni dopo, Occupy Central di Benny Tai ha organizzato un referendum «simbolico» con quattro nuove proposte elettorali. Vi hanno preso parte 800mila persone e il 42% di loro ha votato affinché il compito di scegliere i candidati al ruolo di Chief executive spetti a un comitato elettorale e ai partiti politici. Pechino, invece, vorrebbe introdurre nel 2017 il suffragio universale diretto, ma dando la possibilità di scegliere solo tra una lista di nomi forniti da un apposito comitato (più facilmente controllabile da Pechino).

«(Il Libro bianco) è un cambio di rotta sul significato del principio “One country, two systems” (formulato da Deng Xiaoping e base dell’accordo Cina-Gran Bretagna nel 1984 per l’autonomia di Hong Kong, ndr)», afferma Alan Leong, leader del pro-democracy Civic Party, intervistato dalla Cnn

Il puro business, sostiene Benny Tai, soffrirà se Hong Kong diventerà nient’altro che un’altra città cinese

In quel Libro bianco, anche i magistrati di Hong Kong hanno trovato una minaccia alla loro indipendenza. Dopo aver letto che «amare il Paese» è un requisito politico basilare per tutti gli amministratori di Hong Kong, compresi i giudici, il 27 giugno sono scesi per le strade a manifestare

27 giugno 2014 – La protesta degli avvocati per le strade di Hong Kong (PHILIPPE LOPEZ/Getty IMages)

Tutti, a Hong Kong, restano fortemente convinti che il successo di questa città dal tasso di disoccupazione al 3,1%, con un Pil in crescita del 2,9% nel 2014 (previsioni Economist), e che nel 2012 si è piazzata terza al mondo per ingresso di capitale straniero, stia proprio qui, nel loro essere “diversamente cinesi”. Stando in Cina ma con ampia indipendenza da Pechino e con regole occidentali.
Il puro business, sostiene Benny Tai, soffrirà se Hong Kong diventerà nient’altro che un’altra città cinese
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ne sono convinti soprattutto ora che in città «si respira aria di decadenza», racconta Gabriele Battaglia, giornalista di China Files di base a Pechino. «A Hong Kong è maturata negli ultimi anni questa psicologia del declino, perché altre città della Cina continentale stanno prendendo il sopravvento nell’area, a partire da Shanghai, diventata nel settembre 2013 zona di libero scambio (è un porto franco con flussi di capitali e scambio di merci transfrontaliere liberalizzati, ndr)».

Concorrenza cinese che crea stress negli abitanti di Hong Kong, un tempo unico e ricco hub finanziario dell’estremo Oriente, con bassa imposizione fiscale e libero scambio di merci.

«Hong Kong ha da sempre rapporto di amore e odio verso la Cina, a seconda delle fasi. Deve le fortune del suo commercio all’essere un porto aperto rivolto verso Pechino. Di fatto a Hong Kong puoi fare quel che in Cina è vietato». Accade fin dai tempi dell’epoca coloniale britannica. Qui gli inglesi fecero ricchezze commerciando l’oppio vietato dalla Cina continentale. «Qui sono arrivati i fuoriusciti cinesi in fuga da Tienanmen e dalla rivoluzione culturale», continua Battaglia.
La Cina è stata «il salvagente della città» anche durante le ultime due grosse crisi, che ne hanno fiaccato lo spirito: quella finanziaria delle Tigri asiatiche a fine anni Novanta e nel 2003 la Sars.

22 giugno 2014 – Cittadini di Hong Kong votano al referendum “simbolico” organizzato dai movimenti democratici (PHILIPPE LOPEZ/Getty IMages)

Ora però siamo nella fase opposta. Pechino è visto come un nemico commerciale. E il contrasto economico ingrossa le proteste e le paure. «Nell’aprile 2013 i portuali di Hong Kong hanno scioperato per giorni», racconta Battaglia. Manifestavano per avere salari più alti e ritmi di lavoro più umani (lamentavano di non avere nemmeno il tempo necessario per mangiare e andare al bagno). «Il rischio è stato quello che i terminal dei container fossero spostati in altre città portuali cinesi, in particolare a Shenzhen».

Ma la città, con questa sua identità mobile, pare condannata a una continua lotta sul crinale tra Cina e Occidente, tra totalitarismo e democrazia. Tra la difesa della sua peculiarità e i tentativi di intromissione di Pechino. Lo raccontavano già i reporter dell’epoca. Nel 1997, pochi giorni prima che l’ultimo governatore britannico Chris Patten lasciasse Hong Kong, i giornali raccontavano di Martin Lee, leader del Partito Democratico di Hong Kong, e del suo viaggio in Occidente per far conoscere i veri piani di Pechino: la decisione di sostituire il Parlamento locale di allora, scelto nel 1995 da circa un milione di elettori del territorio, con una legislatura nominata da un comitato selettivo di sole 400 persone – individualmente approvate da Pechino. E prima ancora, nel 1994, lo stesso Chris Patten aveva provato a introdurre un suffragio universale indiretto, aumentando il numero delle Functional Constituency. Ma la proposta fu insabbiata da Pechino.