La città che doveva essere Nagasaki

La città che doveva essere Nagasaki

Nell’ordine di bombardamento contro le città giapponesi del 25 luglio 1945 firmato dal capo di stato maggiore Thomas T. Handy si legge: «1. Il 509 Composite Group dell’aeronautica militare sgancerà la prima bomba speciale non appena le condizioni atmosferiche permetteranno il bombardamento dopo il 3 agosto 1945 su uno di questi obiettivi. Hiroshima. Kokura, Niigata e Nagasaki. […] 2. Altre bombe verranno sganciate sui bersagli indicati non appena saranno rese disponibili dallo staff del progetto [Manhattan]» (enfasi mia).

Dodici giorni dopo, tre giorni dopo il 3 agosto indicato nell’ordine, alle 2:25 di notte del 6 agosto 1945, il bombardiere B-29 Enola Gay si alza in volo dalla base aerea di Tinian sulle isole Marianne, vola per sei ore verso il Giappone, puntando uno di questi bersagli, la città di Hiroshima. Alle 9:15 del mattino la bomba, chiamata Little Boy, viene sganciata. Esplode sopra Hiroshima e uccide istantaneamente circa 45mila persone.

Vista la potenza annichilente della bomba atomica, non è facile pensare alle due bombe nucleari sganciate sul Giappone come altro rispetto a cieche prove di forza degli americani nei confronti dei giapponesi. Ma non è così: Hiroshima era stata scelta da un comitato di militari e scienziati come obiettivo strategico, era una grande città industriale, un grande porto della marina e sede dei quartieri generali di una parte dell’esercito giapponese. E tutti gli altri obiettivi avevano una uguale rilevanza militare. La resa dei giapponesi non era mai stata data per certa dagli americani e il bombardamento atomico — per quanto puntasse prima di tutto ad una resa incondizionata del Giappone — era anche tattico. In quei giorni, il presidente Truman, scriveva «ho detto al Segretario alla Guerra, il signor Stimson, di usare [la bomba] su obiettivi militari, che i bersagli siano soldati e marinai e non donne e bambini. Anche se i giapponesi sono selvaggi, spietati e fanatici, noi come leader del mondo e per il benessere comune non possiamo sganciare la terribile bomba sulla vecchia capitale [Kyoto] o la nuova [Tokyo]. Siamo d’accordo. Gli obbiettivi saranno puramente militari e invieremo un avviso chiedendo ai giapponesi di arrendersi e di salvare le loro vite. Sono sicuro che non lo faranno, ma almeno gli avremo dato una possibilità».

Ma la bomba aveva, naturalmente, anche una componente psicologica. Dopo il primo bombardamento atomico, gli americani iniziarono a trasmettere appelli via radio chiedendo la resa, aerei con altoparlanti volarono sopra il Giappone per diffondere il messaggio della devastazione atomica e l’esercito stampò milioni di volantini con la foto del fungo di Hiroshima e li distribuì in volo sopra tutto il Paese. Ma, come previsto da Truman, i giapponesi non si arresero. E così gli americani si prepararono a dimostrare che il loro non era un bluff, sganciando una seconda bomba. Stavolta non solo con l’idea di colpire un obiettivo militare ma anche per mostrare di avere una riserva illimitata di bombe atomiche pronte a colpire il Giappone.

Tre giorni dopo, il 9 agosto 1945, la bomba atomica Fat Man, veniva caricata su un altro bombardiere B-29 chiamato Bockscar. Il suo bersaglio, però, non è quello che tutti conosciamo. Bockscar non è diretto verso Nagasaki, ma verso Kokura, una cittadina della prefettura di Fukuoka e sede di un grande deposito di munizioni dell’esercito giapponese. Ma la missione, per fortuna di Kokura, non andò per niente come previsto.

Prima di tutto, Bockscar non doveva essere il bombardiere scelto per trasportare la bomba. La missione per il secondo bombardamento era programmata per l’11 agosto, ma per via delle condizioni meteorologiche fu anticipata al 9. Questo cambio portò anche a un cambio di aereo: The Great Artist, l’aereo scelto per la missione, era ancora equipaggiato con i sensori usati nella prima missione su Hiroshima (in cui aveva fatto da aereo di supporto) e non sarebbe stato pronto in tempo per il secondo lancio. Così Fat Man fu caricata su Bockscar e l’equipaggio di The Great Artist volò su quell’aereo. Immediatamente prima della partenza, però, un ingegnere si accorse che una delle pompe di carburante dell’aereo non funzionava a dovere. Non c’era tempo né di aggiustarla né di cambiarla, e Bockscar si sarebbe dovuto portare dietro 640 galloni di carburante extra inutilizzabili che avrebbero appesantito l’aereo e, ovviamente, ridotto la sua autonomia di volo.

Alle 2:58 di notte del 9 agosto 1945, due aerei di ricognizione partono dalla base di Tinian. La loro missione: volare sopra Kokura, l’obiettivo primario della missione, e Nagasaki, obiettivo secondario, e controllare le situazioni meteorologiche e visibilità del bersaglio. Su ordine dell’esercito, infatti, le bombe atomiche non dovevano essere sganciate affidandosi solo sul radar dell’aereo ma avendo contatto visivo col bersaglio.

Alle 3:49, Bockscar decolla dalla base di Tinian, seguito a distanza di pochi minuti da The Great Artist e The Big Stink, i due aerei di supporto per la missione. Tre ore dopo, Bockscar e The Great Artist si ritrovano sopra l’isola di Yakushima, il punto d’incontro concordato vicino alle coste del Giappone. Il terzo aereo però non si vede da nessuna parte. La missione richiede silenzio radio e Bockscar e The Great Artist volano per 15 minuti sopra il punto d’incontro semplicemente aspettando The Great Stink, che però non si vede nemmeno all’orizzonte. Nel frattempo, questi in perfetto orario, gli aerei di ricognizione segnalano un cielo coperto ma con visibilità sia sopra Kokura, sia sopra Nagasaki. Gli ordini sono di aspettare al punto di incontro per un massimo di 15 minuti, Bockscar e The Great Artist finiscono per aspettarne oltre 40. Ma The Great Stink non arriva e i due aerei decidono di non poter aspettare oltre e si dirigono sopra il bersaglio primario della missione: la città di Kokura.

Alle 10:20 del mattino del 9 agosto 1945, i due B-29 sono sopra la città di Kokura. Ma, per via del ritardo, qualcosa è cambiato. La città è coperta da «nebbia e fumo». Qui le versioni su cosa sia successo a Kokura discordano leggermente. Alcuni resoconti dicono che a coprire la città fossero semplicemente nuvole, altri dicono che a coprire la città fosse il fumo causato dai bombardamenti statunitensi del mattino precedente sulla vicina città di Yahata. E poi c’è un’altra storia, pazzesca, pubblicata il 26 luglio 2014 dal quotidiano giapponese Mainichi: quella di tre operai di una acciaieria di Kokura che dicono di aver, se non salvato la città, almeno contribuito. Satoru Miyashiro, intervistato da Mainichi a 69 anni dall’evento, racconta che il suo supervisore, sentita la sirena d’allarme che precede gli attacchi aerei ordinò a lui e ad altri operai di caricare l’inceneritore della acciaieria con barili di petrolio riempiti di catrame di carbone (uno scarto della produzione dell’acciaio) e di accendere l’inceneritore. Il supervisore e gli operai corsero al riparo dal possibile bombardamento solo dopo essersi assicurati che dalla ciminiera uscisse un denso fumo nero diretto sopra la città. Mainichi scrive di non aver trovato, negli archivi metereologici giapponesi, resoconti di cattive condizioni atmosferiche nella zona di Kokura il mattino del 9 agosto 1945 e che ci sono testimonianze che dicono che il fumo causato dai bombardamenti di Yahata fosse stato spazzato via da una pioggia la sera precedente, e lascia come credibile ipotesi che una manciata di operai di un’acciaieria abbiano contribuito, insieme a tutti i problemi della missione di Bockscar, a cambiare la storia di Kokura e, di conseguenza, di Nagasaki.

Quello che è sicuro è che Bockscar e The Great Artist volano per 15 minuti sopra la città, volteggiando tre volte senza però avere mai visibilità sul bersaglio. A bordo di Bockscar si discute su cosa fare: per via del ritardo accumulato aspettando The Great Stink e per colpa della pompa non funzionante, il carburante sta diventando un problema. Si decide allora di ridurre la potenza dei motori, rischiare una rotta sopra il territorio giapponese e di puntare verso l’obiettivo secondario della missione: Nagasaki.

Kokura è salva ma, mezz’ora dopo, Fat Man cade sulle acciaierie Mitsubishi situate poco fuori dalla città di Nagasaki, uccide 40mila persone e distrugge — scrive dalla base aerea di Tinian il fisico Norman Ramsey a Robert Oppenheimer — il 44% della città.

L’aereo che Bockscar e The Great Artist hanno aspettato per 40 minuti a largo delle coste giapponesi arriva sopra Nagasaki giusto in tempo per scattare una delle più impressionanti fotografie di tutti i tempi: un fungo atomico alto 18 chilometri, descritto dall’equipaggio come più luminoso di quello di Hiroshima.

(Library of Congress Prints and Photographs Division)

Sei giorni dopo, a mezzogiorno, l’imperatore Hirohito ufficializzava la resa incondizionata del Giappone e la fine della Seconda guerra mondiale.

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