Gettato via

Gettato via

Gettato via (Thrown away) è il terzo racconto dei Racconti semplici delle colline, pubblicati nel 1888 dallo scrittore britannico Rudyard Kipling.

E qualcuno fa le bizze, qualcuno si lancerà

(Quindi su! Resta saldo! Stai buono tu!)

Con qualcuno devi essere gentile, con altri sferzare

(Là! Là! Chi ti vuole ammazzare?)

Qualcuno – in ogni affare ci son perdite –

sarà stroncato prima di essere al morso e domo

combatterà come un demonio mentre la corda taglia a fondo

e morirà stanco e pazzo nel recinto.

Coro del recinto di Toolungala

È poco saggio crescere un ragazzo in quello che i genitori chiamano un «ambiente protetto», se poi il ragazzo deve andare nel mondo e badare a se stesso. A meno che non sia quell’uno su mille, passerà certamente molti guai non necessari; e potrebbe, forse, farsi molto del male semplicemente a causa dell’ignoranza delle giuste proporzioni delle cose.

Fate mangiare a un cucciolo il sapone del bagno, o fategli mordere uno stivale appena lucidato. Morde e si diverte finché, dai e dai, scopre che il lucido e il sapone Old Brown Windsor lo fanno stare parecchio male; così capisce che il sapone e gli stivali non sono salutari. Qualunque vecchio cane che gira per la casa gli mostrerà presto quanto sia poco saggio mordere le orecchie di qualcuno più grosso di lui. Ha buona memoria, visto che è giovane, e a sei mesi è diventata una bestiola beneducata che se ne va in giro con buone maniere e castigato appetito. Se invece è stato tenuto alla larga da stivali, sapone e grossi cani finché non è cresciuto e con i denti sviluppati, pensate solo a quanto paurosamente se la passerà male e prenderà delle botte! Applicate quella nozione all’«ambiente protetto» e vedete come funziona. Non suona bene, ma è il minore dei mali.

C’era un ragazzo una volta che era stato cresciuto secondo la teoria dell’«ambiente protetto»; e la teoria lo uccise. Stette sempre con i suoi, dall’ora in cui venne al mondo fin quando andò all’accademia di Sandhurst, quasi tra i primi del concorso. Era straordinariamente ben istruito in tutto ciò che fa contento un istitutore privato, e portava con sé il peso ulteriore di «non aver mai causato ai suoi genitori un’ora di ansia in vita sua». Quello che imparò a Sandhurst oltre alla regolare routine non ha molta importanza. Si guardò intorno e trovò che il sapone e il lucido, per così dire, erano molto buoni. Ne mangiò un po’, e venne fuori da Sandhurst non così altezzoso come quando ci era entrato. Poi ci fu un intermezzo e una scenata con i suoi, che si aspettavano molto da lui. Quindi un anno «dimenticato dal mondo» in un battaglione di deposito di terza categoria dove tutti i subalterni erano bambini e tutti i superiori delle vecchie signore; e alla fine arrivò in India, dove era tagliato fuori dal sostegno dei suoi parenti e in tempo di difficoltà non poteva contare su nessuno al di fuori di se stesso.

Ora, l’India è un posto, più di ogni altro, in cui non si devono prendere le cose troppo sul serio – facendo sempre eccezione per il sole di mezzogiorno. Troppo lavoro e troppa energia uccidono un uomo con la stessa efficienza dei troppi stravizi o del troppo bere. Le scappatelle non contano, perché tutti vengono trasferiti prima o poi, e tu oppure lei lasciate la Stazione per non tornare più. Il lavoro fatto bene non conta, perché la regola vuole che un uomo sia giudicato dai suoi risultati peggiori e che qualcun altro si prenda tutto il merito di quelli migliori. Neppure il lavoro fatto male conta, perché altri fanno peggio, e in India gli incompetenti restano in giro più a lungo rispetto a qualsiasi altro posto. Gli svaghi non contano, perché sei costretto a ripeterli non appena li hai imparati la prima volta, e gran parte degli svaghi sono soltanto il tentativo di vincere il denaro di qualcun altro. La malattia non conta, perché fa parte del lavoro di tutti i giorni, e se muori qualcun altro prende il tuo posto nelle otto ore tra la morte e il funerale. Nulla conta tranne i permessi per tornare in Patria e gli straordinari, e questi solo perché sono scarsi. È una terra pigra, grezza, dove tutti lavorano con strumenti imperfetti; e la cosa più saggia è non prendere niente e nessuno sul serio, ma scappare il prima possibile verso qualche posto dove il divertimento è il divertimento e vale la pena avere una reputazione.

Ma questo ragazzo – la storia è vecchia come le Colline – spuntò fuori e prese tutto sul serio. Era carino e venne coccolato. Prese le coccole seriamente, e si affannò intorno a donne che non valevano la fatica di sellare un pony per invitarle. La sua nuova vita libera in India gli piacque moltissimo. In effetti sembra attraente, sulle prime, dal punto di vista di un subalterno – tutta pony, ragazze, danze e così via. La assaggiò come un cucciolo assaggia il sapone; solo che arrivò a mangiarne tardi, quando i denti stavano crescendo. Non aveva senso della misura – proprio come il cucciolo – e non riusciva a capire perché non veniva trattato con la considerazione di cui godeva sotto il tetto paterno. Questo urtò i suoi sentimenti.

Litigò con altri ragazzi e, dato che era sensibile fino al midollo, si ricordò di questi battibecchi, che lo misero in agitazione. Scoprì il whist, le corse di cavalli e cose del genere (che dovrebbero servire da svago dopo l’ufficio) e gli piacquero; ma prese sul serio anche quelli, proprio come fece con il doposbornia. Perse soldi al whist e alle corse perché per lui erano una novità.

Prese seriamente quelle perdite, e sprecò tanta energia e interesse su una corsa da due soldi per ronzini con la criniera tagliata come se fosse la corsa del Derby. Le ragioni di tutto questo erano per metà inesperienza – molto simile a come il cucciolo litiga con l’angolo del tappeto – e per l’altra metà stordimento nato dall’esser finito fuori della sua vita tranquilla, nello splendore e nell’eccitazione di una più vivace. Nessuno gli parlò del sapone e del lucido perché l’uomo medio di solito dà per assodato che un altro uomo medio ci stia piuttosto attento. Fu uno spettacolo misero vedere il ragazzo farsi a pezzi da solo, come un puledro malgestito cade e si ferisce quando si allontana dallo stalliere. Questa sbrigliata libertà in divertimenti per cui non valeva la pena uscire dalle righe, e ancor meno piantar grane, durò sei mesi – per tutta una stagione fredda – e poi pensammo che la perdita dei soldi e della salute, e gli infortuni ai cavalli, avrebbero riportato alla sobrietà il ragazzo, che da allora in poi avrebbe rigato dritto. In novantanove casi su cento sarebbe successo così. Potete vedere la regola all’opera in ogni Stazione Indiana. Ma questo caso particolare sfuggì alla norma perché il ragazzo era sensibile e prendeva le cose sul serio – come devo aver detto più o meno sette volte finora. Naturalmente, non potevamo dire quanto gli eccessi facessero effetto su di lui. Non erano niente di straziante o di eccezionale. Poteva essersi rovinato e aver bisogno di un po’ di assistenza. Ad ogni modo, il ricordo delle sue gesta sarebbe appassito nell’arco di una sola stagione calda, e un banchiere lo avrebbe aiutato a stare a galla nei guai finanziari. Ma lui dovette essersi fatto tutta un’altra idea, credendo di essersi rovinato oltre ogni possibile redenzione. Il Colonnello gli parlò severamente quando finì la stagione fredda. Questo lo abbatté ancora di più; e non era altro che la solita lavata di testa del Colonnello!

Quanto segue è un curioso esempio del modo in cui siamo tutti collegati tra noi e responsabili gli uni degli altri. La cosa che fece perdere il lume della ragione nella testa del ragazzo fu un’osservazione che fece una donna mentre parlava con lui. Non c’è motivo di ripeterla, dato che fu solo una frasetta crudele, buttata lì senza pensare, che lo fece arrossire fino alla radice dei capelli. Se ne stette chiuso in se stesso per tre giorni, e poi fece richiesta di un permesso di due giorni, per andare a caccia vicino a un avamposto degli ingegneri del canale, lontano più o meno trenta miglia. Ottenne il permesso e quella sera alla mensa fu più rumoroso e offensivo che mai. Diceva che stava «andando a caccia di selvaggina grossa» e se ne andò alle dieci e mezza su di un ekka. La pernice – che è tutto quello che si poteva trovare vicino all’avamposto – non è una gran selvaggina; così tutti quanti risero.

La mattina dopo uno dei Maggiori tornò da un breve permesso e sentì che il ragazzo era andato a caccia di «selvaggina grossa». Il Maggiore si era preso a cuore il ragazzo e aveva tentato, più di una volta, di dargli una regolata durante la stagione fredda. Il Maggiore si rannuvolò quando sentì della spedizione e andò nella stanza del ragazzo, dove si guardò intorno.

Presto se ne uscì e mi trovò che lasciavo qualche mio biglietto da visita in mensa. Non c’era nessun altro nella stanza. Disse: «Il ragazzo se ne è andato per cacciare. Ma forse un uomo va a caccia con un revolver e l’occorrente per scrivere?»

Io dissi: «Non ha senso, Maggiore!», perché capivo quello che aveva in mente. Disse: «Senso o no, vado al canale adesso – subito. Non mi sento tranquillo». Poi rimase un po’ soprappensiero e disse: «Sai mentire?» «Lo sa meglio di me – risposi – è il mio mestiere».

«Molto bene – disse il Maggiore – devi venire con me al canale adesso – subito – in un ekka per andare a caccia di antilopi. Vai e mettiti in tenuta da caccia – veloce – e guida fin qui con una pistola». Il Maggiore era un uomo che sapeva comandare; e sapevo che non avrebbe dato ordini per nulla. Così obbedii, e al ritorno trovai il maggiore in un ekka – custodie delle armi e cibo infilati sotto – già tutto pronto per una battuta di caccia.

Mandò via il guidatore e si mise alle redini lui stesso. Tenemmo un trotto tranquillo mentre eravamo alla stazione; ma non appena arrivammo alla strada polverosa che attraversa le pianure, fece volare quel pony. Un cavallo locale può fare quasi tutto con un pizzicotto. Facemmo le trenta miglia in meno di tre ore, ma la povera bestia era quasi morta.

A un certo punto dissi: «Cos’è questa fretta indiavolata, Maggiore?» Lui rispose, tranquillo: «Il ragazzo è stato per conto suo, da solo, per – uno, due, cinque – quattordici ore adesso! Ti dico, non mi sento tranquillo». L’inquietudine si allargò a me e detti una mano a spronare il pony.

Quando arrivammo all’avamposto degli ingegneri del canale il Maggiore chiamò il servitore del ragazzo; ma non ci fu risposta. Allora salimmo verso la casa, chiamando il ragazzo per nome; ma non ci fu risposta. «Oh, dev’essere fuori a caccia» dissi.

Proprio allora vidi attraverso una finestra una piccola lanterna a kerosene accesa. E questo alle quattro del pomeriggio. Ci fermammo entrambi, impietriti, nella veranda, trattenendo il fiato per afferrare ogni rumore; e sentimmo, dentro la stanza, il «brrr-brrr-brrr» di una moltitudine di mosche. Il Maggiore non disse nulla, ma si tolse l’elmetto ed entrammo con grande delicatezza.

Il ragazzo era morto sullo charpoy al centro della stanza spoglia e imbiancata di calce. Si era quasi spappolato la testa con il revolver. Le casse con le armi da caccia erano ancora chiuse, come anche la branda, e sul tavolo c’era il materiale per scrivere del ragazzo con alcune fotografie. Se ne era andato per morire come un topo avvelenato!

Il Maggiore disse piano tra sé e sé: «Povero ragazzo! Povero, povero diavolo!» Poi si spostò dal letto e disse: «Voglio il tuo aiuto in questo affare.»

Sapendo che il ragazzo era morto per sua propria mano, capivo esattamente quale sarebbe stato l’aiuto, così andai al tavolo, presi una sedia, mi accesi un sigaro, e cominciai ad esaminare le carte dello scrittoio; mentre il Maggiore guardava da sopra la mia spalla e ripeteva a sé stesso: «Siamo arrivato troppo tardi! – Come un topo nella tana! – Povero, povero diavolo!»

Il ragazzo doveva aver passato metà della notte a scrivere ai suoi, e al suo colonnello, e ad una ragazza in Patria; e non appena aveva finito, si doveva essere sparato, perché era morto da un pezzo quando entrammo noi.

Lessi tutto quanto aveva scritto, e passai al Maggiore ogni foglio non appena lo avevo finito.

Vedemmo dalle sue parole quanto avesse preso tutto davvero seriamente. Scriveva di «disgrazia che non era in grado di sopportare» – «indelebile vergogna» – «follia criminale» – «vita sprecata» e così via; oltre a un sacco di cose private al padre e alla madre troppo sacre per essere messe per iscritto. La lettera alla ragazza in Patria era la più straziante di tutte; e quasi soffocai mentre la leggevo. Il Maggiore non tentò neppure di tenere gli occhi asciutti. Lo rispettai per questo. Lesse e si agitava di qua e di là, e semplicemente pianse come una donna senza curarsi di nasconderlo. Le lettere erano così tristi e disperate e toccanti. Ci dimenticammo del tutto delle follie del ragazzo, e pensammo solo alla povera cosa sullo charpoy e ai fogli scarabocchiati che avevamo in mano. Era assolutamente impossibile lasciare che le lettere andassero in Patria. Avrebbero spezzato il cuore del padre e ucciso la madre dopo aver stroncato la sua fiducia nel figlio.

Alla fine il Maggiore si asciugò platealmente gli occhi e disse: «Belle cose da buttare addosso a una famiglia inglese! Che cosa dobbiamo fare?»

Dissi, sapendo per che cosa il Maggiore mi aveva portato lì: «Il ragazzo è morto di colera. Eravamo con lui quando è successo. Non possiamo darci alle mezze misure. Procediamo.»

Allora cominciò una delle scene più sudiciamente comiche a cui io abbia mai preso parte – la fabbricazione di una menzogna enorme e per iscritto, supportata da prove, per confortare la famiglia del ragazzo in Patria. Cominciai l’abbozzo di una lettera, mentre il Maggiore dava qualche consiglio e raccoglieva tutta la roba che il ragazzo aveva scritto per bruciarla nel camino. Cominciammo quando la sera era calda e quieta, e la lampada bruciava molto male. Dopo un po’ arrivai a una bozza che mi soddisfaceva, in cui esponevo come il ragazzo fosse l’esempio di ogni virtù, amato dal suo reggimento, con tutte le premesse di una grande carriera davanti a lui e così via; come lo avessimo aiutato durante la malattia – non era il momento delle piccole bugie, capirete – e come fosse morto senza sofferenze. Quasi mi strozzai mentre scrivevo queste cose, pensando ai poveracci che le avrebbero lette. Poi risi davanti a quell’affare grottesco, e la risata si mischiò all’imbarazzo – e il Maggiore disse che entrambi avevamo bisogno di bere.

Mi spiace dire quanto whiskey bevemmo prima che la lettere fosse finita. Non ebbe il minimo effetto su di noi. Poi togliemmo al ragazzo l’orologio, il medaglione e gli anelli. Infine il Maggiore disse: «Dobbiamo mandare anche una ciocca di capelli. Una donna ci tiene.»

Ma c’erano ragioni per cui non potemmo trovare una ciocca da spedire. Il ragazzo aveva i capelli neri, e così, fortunatamente, anche il Maggiore. Tagliai un po’ dei capelli del Maggiore, sopra la tempia, con un coltello, e li misi nel pacchetto che stavamo facendo. Le fitte di risa e l’affanno ebbero di nuovo la meglio su di me e mi dovetti fermare. Il Maggiore era messo altrettanto male; e sapevamo entrambi che il peggio doveva ancora venire.

Chiudemmo il pacchetto, le fotografie, il medaglione, i timbri, l’anello, la lettera e la ciocca di capelli con la cera del ragazzo e il suo sigillo. Allora il Maggiore disse: «Per amor di Dio usciamo – fuori da questa stanza – e pensiamo!»

Uscimmo e camminammo sulle rive del canale per un’ora, mangiando e bevendo quello che avevamo con noi, finché non sorse la luna. Ora so perfettamente come si sente un assassino. Alla fine ci costringemmo a tornare nella stanza con la lampada e l’altra cosa dentro e cominciammo con l’altra parte del lavoro. Non ho intenzione di scrivere nulla al riguardo. Fu troppo orribile. Bruciammo la rete del letto e gettammo le ceneri nel canale; prendemmo la stuoia della stanza e facemmo lo stesso. Andai in un villaggio a prendere in prestito due grandi zappe – non volevo che gli abitanti mi aiutassero – mentre il Maggiore si occupava di – delle altre questioni. Ci vollero quattro ore di duro lavoro per scavare la tomba. Mentre lavoravamo, discutemmo se fosse giusto dire quanto ci ricordavamo dell’Ufficio dei Defunti. Arrivammo a un compromesso dicendo il Padre Nostro, con una preghiera privata e informale per la pace dell’anima del ragazzo. Poi riempimmo la fossa e andammo sulla veranda – non in casa – per stenderci e dormire. Eravamo stanchi morti.

Quando ci svegliammo il Maggiore disse, stancamente: «Non possiamo tornare indietro fino a domani. Dobbiamo dargli un tempo decente per morire. È morto presto questa mattina, ricorda. Così sembra più naturale.» Quindi il Maggiore doveva essere stato sveglio tutto il tempo a pensare.

Dissi: «Allora perché non portiamo il corpo indietro alla guarnigione?»

Il Maggiore ci pensò per un minuto: «Perché la gente scappava via quanto sentivano del colera. E l’ekka se ne è andato!» Questo era corretto, a dire il vero. Ci eravamo completamente dimenticati dell’ekka, e il pony era tornato a casa.

Dunque ce ne restammo là da soli, tutto quel torrido giorno, nell’avamposto del canale, provando e riprovando la nostra storia del ragazzo per vedere se aveva punti deboli. Un abitante del luogo comparve nel pomeriggio, ma dicemmo che un sahib era morto di colera e quello scappò via. Al crepuscolo, il Maggiore mi raccontò tutte le sue paure sul ragazzo e storie terribili di suicidio compiuto o sfiorato – storie che facevano rizzare i capelli sulla testa. Disse che lui stesso era passato una volta per la stessa valle di ombre del ragazzo, quando era giovane e nuovo del paese; quindi capiva come i pensieri si facessero battaglia nella sua povera testa confusa. Disse anche che i giovani, nei momenti di rimorso, considerano le loro colpe molto più serie e incancellabili di quanto non siano realmente. Camminammo insieme per tutta la sera e provammo la storia della morte del ragazzo. Non appena sorse la luna e il ragazzo fu, teoricamente, appena sepolto, ci mettemmo sulla strada per la Stazione. Camminammo dalle otto alle sei del mattino; ma anche se eravamo stanchi morti, non ci dimenticammo di andare nella camera del ragazzo e di metter via il revolver con il numero giusto di cartucce nella borsa. Anche di mettere in ordine l’occorrente per scrivere sul tavolo. Andammo dal Colonnello e facemmo rapporto sulla morte, sentendoci più assassini che mai. Poi andammo a letto e dormimmo per ore, perché non ne potevamo più.

La storia tenne finché fu necessario, perché tutti si dimenticarono del ragazzo nell’arco di quindici giorni. Molti, comunque, trovarono il tempo per dire che il Maggiore si era comportato scandalosamente, dato che non aveva portato indietro il corpo per un funerale di reggimento. La cosa più triste di tutte fu una lettera della madre del ragazzo a me e al Maggiore – con grosse macchie bordate d’inchiostro su tutto il foglio. Scrisse le cose più dolci possibili sulla nostra grande gentilezza, e si dichiarò in debito con noi finché sarebbe vissuta.

Tutto considerato, era in debito con noi; ma non esattamente come lo intendeva lei.

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