Pizza ConnectionI signori dell’appalto sotto inchiesta

I signori dell’appalto sotto inchiesta

I signori degli appalti non se la passano bene. Da Nord a Sud del Paese molte tra le maggiori aziende edili italiane sono accusate di sedere attorno al tavolino della mazzetta. Il caso Mantovani a Venezia è solo l’ultimo in ordine di tempo, anche se a dire il vero l’ultimo scossone è arrivato fin dentro l’Associazione nazionale dei costruttori edili, l’Ance, che ha visto finire in manette il vicepresidente dell’ente siciliano. Come ha raccontato La Repubblica poche settimane fa «dieci delle quindici principali aziende italiane sono accusate di aver pagato mazzette, frodato lo Stato, costruito fondi neri e staccato false fatture, brigato per truccare bandi di gara».

“dieci delle quindici principali aziende italiane sono accusate di aver pagato mazzette, frodato lo Stato, costruito fondi neri e staccato false fatture, brigato per truccare bandi di gara”

Una fotografia impietosa, ma veritiera (lo mettono nero su bianco gli atti e anche qualche sentenza), che mette a fuoco un sistema che rappresenta ben più di un problema politico, ma anche, e soprattutto, una anomalia grave che mette le mani direttamente in tasca al cittadino contribuente. A intascare ci sono sempre i soliti noti, in un mercato dove il lavoro diventa sempre più raro e dove nel giro di due anni si passa dalla classifica delle prime venti imprese italiane alla liquidazione, come accaduto alla Cesi di Imola, che avrebbe dovuto portare a termine anche alcune opere cruciali per collegare le città lombarde fuori Milano a Expo.

Nelle cronache negli ultimi mesi hanno fatto la loro comparsa colossi delle costruzioni come Mantovani, Maltauro, Condotte, Pizzarotti e la CMC di Ravenna. Imprese di Venezia, Roma, Vicenza, Parma e Ravenna ma capaci di aggiudicarsi le commesse più importanti del Paese, qualche volta di troppo “oliando” i meccanismi giusti, grazie anche a deroghe e strutture appaltanti ad hoc. Con queste altre importanti società come Fincosit, Salini e Siram, quest’ultima ras degli appalti ospedalieri e finita all’attenzione dell’antimafia nell’ambito delle indagini sull’ex tesoriere della Lega Nord Francesco Belsito.

I casi Expo, Mose e quelle strutture ad hoc
Imprese venete, “cupole” e strutture ad hoc per l’aggiudicazione degli appalti. Questi sono gli ingredienti che hanno portato gli investigatori ad approfondire le gare su Expo e Mose chiudendo, a pochi mesi di distanza una dall’altra, le indagini su Maltauro e Mantovani. Secondo le indagini l’impresa Maltauro, recentemente commissariata su richiesta dell’Autorità nazionale anticorruzione e per cui il Tar ha chiesto l’allontanamento dai cantieri di Expo, avrebbe pagato la nota “cupola” del professor Frigerio per l’ottenimento degli appalti per l’infrastruttura principale di Expo.

Insomma quello di Maltauro era, secondo i pm, e pure secondo le ammissioni di alcuni indagati, un vero e proprio “sistema” di manovra delle commissioni di aggiudicazione. Mazzette in cambio di esiti certi delle gare, il tutto reso possibile anche dalle deroghe al codice degli appalti e delle strutture ad hoc, come ha denunciato su La Repubblica anche lo stesso Paolo Buzzetti presidente dell’Ance. Persino il commissario unico di Expo Giuseppe Sala, sentito dalla Commissione parlamentare antimafia dopo l’esplosione del caso Maltauro, non esitò a rilevare come l’affidamento delle gare per Expo sarebbe stato meglio delegarle a società di general contractor, come propose a Formigoni e Moratti quando l’esposizione universale fu assegnata a Milano. La proposta di Sala rimase però lettera morta. Stesso discorso si può fare per il Consorzio Venezia Nuova, così come rilevato ancora da Buzzetti.

Imprese venete, “cupole” e strutture ad hoc per l’aggiudicazione degli appalti. Questi sono gli ingredienti che hanno portato gli investigatori ad approfondire le gare su Expo e Mose chiudendo, a pochi mesi di distanza una dall’altra, le indagini su Maltauro e Mantovani

La Mantovani, signora delle costruzioni anche per gli appalti dell’esposizione universale milanese, è finita invece al centro delle indagini riguardanti il Mose di Venezia. I suoi rappresentati sono attualmente indagati dalla procura di Venezia per associazione a delinquere e frode. Se a Milano era la “cupola” dell’appalto, a Venezia “la cricca” Mose si è portata a casa tre miliardi di euro. Lo Stato ha dato al Consorzio Venezia Nuova circa 1miliardo e 250 milioni di euro. Il sospetto è che «circa 600 milioni di euro non vanno a pagare le opere, ma vanno a un ristretto numero di persone che realizzano così assieme a degli impressionanti superprofitti, degli inspiegabili consensi e degli inspiegabili silenzi da decenni a questa parte». Coinvolti nell’inchiesta anche altri due personaggi di primo piano dell’edilizia italiana: Stefano Tomarelli, consigliere di gestione della Condotte d’Acqua Spa e Alessandro Mazzi, presidente di Fincosit. Dice Giovanni Mazzacurati, Ex Presidente del Consorzio Venezia Nuova, che senza mazzette e fondi neri «il Mose non sarebbe mai stato fatto». Intanto i maggiori costi (delle mazzette) si scaricano sul contribuente.

Vedi a tutto schermo

Il porto di Molfetta, l’ospedale di Parma e la gestione dei ricorsi al Tar
Quello del porto di Molfetta è un appalto che fa gola. Ottantatrè milioni di euro che però si può aggiudicare solo un’impresa in italia: la nota CMC di Ravenna. Per eseguire il lavoro ci vuole una particolare draga, di cui solo la cooperativa di Ravenna è in possesso. Raccontano bene il resto Giuliano Foschini e Fabio Toancci su La Repubblica: «C’è un bambino di un metro e mezzo imbrigliato nella griglia della draga. Un bambino nel senso di quelli che fanno boom», dicono al telefono intercettati. Il bambino sono le bombe tedesche, residui bellici della seconda guerra mondiale, di cui lo specchio d’acqua davanti a Molfetta è pieno e che è complicatissimo da sminare. I lavori così si bloccano e Cmc fa finta di non sapere, tanto da chiedere un’altra decina di milioni per i lavori extra. «Un atteggiamento pericoloso», sostiene la Procura che ha arrestato a ottobre dello scorso anno dei dirigenti e chiesto (senza ottenerla) l’interdizione della società. Nella stessa indagine è indagato il senatore Azzolini, all’epoca sindaco di Molfetta. «Aaaaah! porca tr…, quello qualche volta gli devo dare due cazzotti», diceva a proposito di un dirigente che non voleva firmare un atto.

Poi c’è il project financing, ovvero una di quelle cose dove “il pubblico non metterà un soldo e ne sentirà poi i benefici”. Puntualmente invece il pubblico mette soldi e i benefici, quando ci sono, sono minimi. Esempio è l’Ospedale di Parma, che coinvolge di nuovo una tra le prime dieci aziende edilizie italiane: la Pizzarotti. Rinviati a giudizio per abuso d’ufficio i vertici del colosso edile che si è aggiudicato l’appalto, il patron Paolo Pizzarotti e l’amministratore delegato Aldo Buttini. Con loro anche l’ex assessore ai Lavori Pubblici Giorgio Aiello, per l’ex vicensindaco Paolo Buzzi.

Un altro colosso, Salini, si è trovato impigliato nelle maglie della giustizia. Questa volta una storia di presunte mazzette ai giudici del Tar per l’aggiustamento di alcuni ricorsi sulle gare d’appalto. In particolare è stato coinvolto Claudio Salini, riguardo l’appalto per il nuovo Ponte della Scafa, a Fiumicino.

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L’Ance e la patologia di un settore
Difficile fare difese d’ufficio, persino per l’Associazione nazionale costruttori edili. Il presidente Buzzetti dice che «se Mantovani, Maltauro e Cmc saranno condannate, le espelleremo dall’Ance». Certo è che anche all’interno della stessa associazione qualche mela marcia si trova, e in pochi ci hanno fatto caso prima dell’arrivo della Guardia di Finanza. La notizia di misure di prevenzione patrimonia alle imprese di Pietro Funaro, vicepresidente di Ance Sicilia, è di pochi giorni fa. Per i pm, “Funaro si è dimostrato consapevole partecipe di un sistema di spartizione degli appalti pubblici attraverso la partecipazione con domande di appoggio destinate ad influire sull’esito dell’aggiudicazione”. Tra le pieghe dell’indagine emerge anche come, scrivono gli investigatori della Guardia di Finanza di Trapani, «al pari di altre aziende mafiose, inoltre, mantenevano (i Funaro, ndr) un atteggiamento ostruzionistico nei confronti della Calcestruzzi Ericina, impresa già sequestrata a cosa nostra» per favorire, su tutti altri ras dell’edilizia siciliana come Tommaso “Masino” Coppola e Antonino Birrittella. Entrambi vengono definiti dai magistrati “principali referenti operativi del Pace Francesco”, quest’ultimo già referente sul territorio di Matteo Messina Denaro.

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