La porta della trappola

La porta della trappola

La porta della trappola è il decimo racconto de Il trionfo dell’uovo (qui il testo completo in lingua originale) un libro di racconti dello scrittore americano Sherwood Anderson, pubblicato nel 1921

Winifred Walker capiva alcune cose abbastanza chiaramente. Aveva capito che quando un uomo viene messo dietro a delle sbarre di ferro è in prigione. Il matrimonio invece per lei era il matrimonio.

Anche suo marito Hugh Walker, come ebbe modo di scoprire, la pensava così, eppure non aveva capito. Sarebbe stato meglio se lo avesse fatto. Almeno, in seguito, sarebbe riuscito a ritrovare se stesso. Ma non andò così. Dopo il matrimonio passarono cinque o sei anni, come ombre di alberi mossi dal vento che giocano su un muro. Lui era in uno stato silente, come sotto l’effetto di una droga. Ogni giorno, al mattino e alla sera, vedeva sua moglie. Qualche volta qualcosa accadeva dentro di lui, e la baciava. Nacquero tre figli. Lui insegnava matematica nella piccola università di Union Valley, nell’Illinois, e aspettava.

Che cosa? Cominciò a porsi questa domanda. Lo raggiunse, all’inizio, flebile come un’eco. Poi divenne un interrogativo insistente. “Voglio che tu mi risponda”, sembrava dire. “Smettila di cincischiare. Prestami attenzione”.

Hugh camminando per le strade di quel paese dell’Illinois, mormorò: “Ebbene, sono sposato. Ho dei figli”. Poi tornò a casa. Non era costretto a vivere dello stipendio che gli dava l’università, e perciò aveva una casa piuttosto grande e arredata con agio. C’era una donna nera che si prendeva cura dei figli e un’altra che stava in cucina e svolgeva i mestieri di casa. Una delle due aveva l’abitudine di intonare, sottovoce, canzoni nere. Qualche volta Hugh, prima di entrare, si fermava di fronte alla porta e restava ad ascoltare. Poteva vedere, attraverso il vetro della porta, la stanza dove la sua famiglia era riunita. I due figli grandi giocavano, sul pavimento, con dei cubi. Sua moglie era seduta a cucire. La vecchia nera stava su una sedia a dondolo con il bambino più piccolo, un bebè, tra le braccia. Tutta la stanza sembrava sotto l’incantesimo della voce che continuava a cantilenare. Hugh cadde vittima dell’incantesimo. Aspettò in silenzio. La voce lo rapì, portandolo in luoghi lontani, tra foreste, lungo cigli di paludi. Non c’era niente di molto chiaro, in quello che pensava. Avrebbe dato parecchio per poter avere quella chiarezza.

Entrò nella casa. “Ebbene, sono qui”, sembrò dire la sua mente. “Eccomi. Questa è la mia casa, questi sono i miei figli”.

Gettò uno sguardo su sua moglie Winifred. Da quando si erano sposati era diventata più rotonda. “Forse è la madre che sta venendo fuori; ha avuto tre figli”, pensò.

La vecchia nera che cantava si allontanò, portando con sé il bambino. Lui e Winifred si scambiarono qualche parola. “Caro, è andata bene la giornata?”, chiese lei. “Sì”, rispose lui.

Se i due bambini più grandi fossero rimasti impegnati nel loro gioco la sua catena di pensieri non si sarebbe interrotta. Sua moglie non la interrompeva mai. Lo facevano i due figli, quando gli correvano incontro per strattonarlo e per aggrapparsi a lui. Poi, per il resto della sera, dopo che i figli erano andati a dormire, la superficie del suo guscio non veniva mai incrinata. Veniva un collega, un professore della stessa università, con la moglie; oppure lui e Winifred andavano a casa di un vicino. Si parlava. E perfino quando lui e Winifred erano da soli nella casa si parlava. “Le persiane stanno cominciando a staccarsi”, diceva. La casa era vecchia, con persiane verdi, che si allentavano continuamente. Di notte si muovevano avanti e indietro nei cardini e facevano un gran baccano.

Hugh fece qualche commento, disse che per le persiane avrebbe visto un carpentiere e poi la sua mente cominciò a girovagare, lontano dalla presenza della moglie, fuori dalla casa, in un’altra sfera. “Io sono una casa, e le mie persiane si stanno lasciando andare”, disse la sua mente. Pensò a se stesso come a una cosa vivente racchiusa in un guscio che cerca di uscir fuori. Per evitare altre conversazioni che lo avrebbero distratto da questi pensieri prese un libro e finse di leggere. Quando anche sua moglie cominciò a leggere, lui si mise a guardarla, da vicino, con attenzione. Aveva un naso così e così, degli occhi così e così. Con le mani aveva un’abitudine tutta sua. Quando si perdeva nelle pagine di un libro avvicinava lentamente la mano alla guancia, fino a toccarla, e poi la abbassava di nuovo. I capelli non erano ordinati. Dopo il matrimonio, e dopo l’arrivo dei figli, non si era presa cura del suo corpo. Quando leggeva affondava nella poltrona come un sacco. Era una di quelle persone per cui la corsa era giunta al termine.

Hugh amava perdersi in pensieri sulla figura di sua moglie, ma non tentava di comprendere la donna che era seduta di fronte a lui. Era così con i figli. Qualche volta, ma solo per un momento, erano per lui delle cose vive, vive come il suo stesso corpo. Poi, per altri lunghi periodi, gli sembravano lontani, come la voce cantilenante della vecchia nera.

La cosa strana era che la vecchia nera, invece, era sempre abbastanza reale. Sentiva che esisteva, tra lui e la donna, un’intesa. Lei stava fuori dalla sua vita. Poteva guardarla come si guarda un albero. Certe volte, la sera, dopo aver messo a dormire i bambini al piano superiore della casa, la vecchia donna nera passava, veloce e diretta in cucina, in mezzo alla stanza dove lui era seduto con un libro in mano e fingeva di leggere. Non guardava Winifred, ma Hugh. Lui credeva di vedere una leggera luce nei suoi vecchi occhi. Gli sembrava che dicessero: “Io ti capisco, figlio mio”.

Hugh era risoluto a far pulizia della sua vita, se fosse riuscito. “Tutto bene, quindi”, diceva, come se stesse parlando con una terza persona nella stanza. Era abbastanza sicuro che ci fosse una terza persona, lì, e che questa terza persona fosse dentro di lui, nel suo corpo. Lui quindi si rivolgeva alla terza persona.

“Ebbene, c’è questa donna, questa persona che ho sposato. Ha l’aria di essere qualcosa di compiuto, che ha raggiunto il suo scopo”, diceva, come se parlasse ad alta voce. Qualche volta gli sembrava di aver davvero parlato ad alta voce, e si girava di scatto, con uno sguardo tagliente rivolto verso la moglie. Lei continuava la lettura, persa nel suo libro. “Potrebbe essere così”, continuava lui, “ha avuto questi figli. Sono dei fatti compiuti, per lei. Sono usciti dal suo corpo, non dal mio. Il suo corpo ha fatto qualcosa. E ora si riposa. E se sta diventando simile a un sacco, non è un problema”.

Si alzò, inventò una scusa qualsiasi, uscì dalla stanza e poi dalla casa. Quando era un ragazzo, aveva trovato aiuto nelle lunghe camminate che faceva in mezzo alla campagna, e che gli capitavano come manifestazioni di una malattia ricorrente. Camminare in sé non serviva a niente. Stancava il suo corpo, ma quando il corpo era stanco poteva dormire. Dopo tanti giorni di cammino e di sonno succedeva qualcosa: nella sua mente, per qualche strano motivo, la realtà della vita ritrovava stabilità. Qualcosa, anche poco, succedeva. Una volta un uomo in strada, davanti a lui, lanciò un sasso a un cane, che corse fuori da un casolare abbaiando. Era sera, forse, e lui stava camminando in una campagna fatta di basse colline. All’improvviso si ritrovò in cima a una di queste colline. Davanti a lui la strada si immergeva nell’oscurità ma a ovest, attraverso i campi, c’era una fattoria. Il sole era già sceso, solo un bagliore vago illuminava l’orizzonte. Una donna veniva dalla fattoria e si dirigeva verso un’altra costruzione. Non riusciva a vederla distintamente. Sembrava che stesse trasportando qualcosa, senza dubbio un secchio di latte; stava andando a mungere una mucca.

L’uomo in strada che aveva lanciato il sasso al cane del casolare si era girato e aveva visto Hugh, nella strada, dietro di lui. Si vergognava di aver avuto paura del cane. Per un istante sembrò che volesse aspettare Hugh e parlargli, ma poi fu preso dalla confusione e scappò via. Era un uomo di mezza età ma d’un tratto sembrò, inaspettatamente, un ragazzo.

Anche la donna della fattoria che aveva visto andare, nell’oscurità, verso l’edificio lontano, si era fermata e guardava verso di lui. Era impossibile che lo vedesse. Era vestita di bianco, perciò lui poteva vederla, ma con difficoltà, in contrasto con il verde scurore degli alberi di un frutteto alle sue spalle. Comunque lei restò ferma a guardare e sembrò che lo guardasse negli occhi. Si immaginò che fosse stata sollevata da una mano invisibile e portata a lui; ebbe la sensazione di sapere tutto della sua vita e della vita dell’uomo che aveva lanciato il sasso al cane.

Da ragazzo, quando la vita era già sfuggita dalla sua presa, Hugh aveva camminato a lungo finché non gli erano capitate diverse cose come queste, e allora, d’improvviso, si era sentito di nuovo a posto e aveva potuto lavorare di nuovo, e di nuovo vivere in mezzo agli uomini.

Dopo il matrimonio, e dopo serate a casa come questa, cominciava a camminare a gran velocità, non appena si allontanava dalla casa. Il più velocemente possibile, poi, usciva dal paese fino a raggiungere, a grandi passi, una strada che portava a una prateria ondeggiante. “Ebbene, non posso più camminare per giorni e giorni come facevo una volta”, pensò. “Nella vita ci sono cose concrete e io devo fare i conti con queste cose concrete. Winifred, mia moglie, è una di queste. Anche i miei figli. Devo afferrarli con le mie mani. Vivere vicino a loro e con loro. È il modo in cui le vite vengono vissute”.

Hugh uscì dalla città e prese una strada che correva in mezzo ai campi di granoturco. Era un uomo dalla corporatura atletica. Indossava vestiti larghi. Avanzava sconvolto e perplesso. Un momento prima pensava di essere capace di occupare il posto che tocca, nella vita, a un uomo e il momento dopo non lo pensava per niente.

La campagna si aprì, distesa, in tutte le direzioni. Era sempre notte quando faceva queste camminate e non poteva vedere nulla, ma aveva sempre la capacità di calcolare le distanze. “Tutto va avanti, ma io resto fermo”, pensò. Era insegnante di quell’università da sei anni. Ragazzi e ragazze erano entrati in una stanza e lui aveva insegnato loro delle cose. Non era niente. Erano state messe in scena parole e immagini. Un tentativo era stato messo in campo per risvegliare le menti.

Per cosa?

Ecco, ancora la vecchia domanda che tornava, che chiedeva sempre una risposa, come un animaletto che pretende di mangiare. Hugh rinunciò a ogni tentativo di rispondere. Camminò in fretta, cercando di stancarsi fisicamente. Si impegnò a concentrarsi su cose da nulla, nel tentativo di dimenticare le distanze. Una notte uscì dalla strada e camminò intorno a un campo di mais. Contò i gambi in ogni fila di piante di grano e calcolò il numero totale che poteva contenere un campo intero. “Dovrebbe produrre circa 30 tonnellate e mezzo di grano, quel campo”, dissé tra sé e sé, come se la cosa gli importasse davvero. Strappò un ciuffo di fili da una pannocchia e cominciò a giocarci. Provò a modellarsi un baffone giallo. “Con un paio di baffi gialli avrei il mio perché” pensò.

Un giorno, in classe, Hugh cominciò all’improvviso a guardare con un nuovo interesse ai suoi alunni. Una ragazza attirò la sua attenzione. Era seduta vicino al figlio di un commerciante della Union Valley. Il ragazzo stava scrivendo qualcosa sul retro di un quaderno. Lei vi diede un’occhiata, poi girò la testa. Il ragazzo era rimasto in attesa.

Era inverno e il figlio del commerciante aveva appena chiesto alla ragazza di andare con lui a una festa sui pattini. Hugh, tuttavia, non lo sapeva. Si sentì vecchio all’improvviso. Fece una domanda alla ragazza, lei andò in confusione. Le tremò la voce.

Quando, finita la lezione, la classe lasciò l’aula, accadde una cosa incredibile. Chiese al figlio del commerciante di fermarsi un momento. I due rimasero da soli nell’aula, e lui, d’un tratto fu preso da una violenta rabbia. La voce, però, gli rimase fredda e calma. “Ragazzo mio”, disse. “Tu non vieni qui per scrivere sul retro di un quaderno e sprecare il tuo tempo. Se dovessi vedere di nuovo qualcosa di simile farò una cosa che non ti aspetti. Ti butterò fuori dalla finestra. Ecco cosa farò”.

A un cenno di Hugh il ragazzo si allontanò, bianco e in silenzio. Hugh si sentì male. Per diversi giorni pensò alla ragazza che aveva, quasi per caso, attirato la sua attenzione. “Troverò il modo di avvicinarmi a lei. Scoprirò cose su di lei”, pensò.

Non era una cosa insolita, per i professori della Union Valley, portare a casa alcuni studenti. Hugh decise che avrebbe portato la ragazza a casa sua. Ci pensò per molti giorni e un tardo pomeriggio la vide che scendeva la collina della scuola, davanti a lui.

La ragazza si chiamava Mary Cochran ed era arrivata alla scuola da pochi mesi da Huntersburg, nell’Illinois, di sicuro un altro posto come Union Valley. Non sapeva niente di lei a parte che il padre era morto e la madre anche, forse. Camminò in fretta lungo la collina per raggiungerla. “Signorina Cochran”, la chiamò, e fu sorpreso di scoprire che la voce gli tremava un poco. “Perché sono così in ansia?”, si chiese.

Una nuova vita cominciò nella casa di Hugh Walker. Era un bene, per lui, avere qualcuno intorno che non fosse della sua famiglia. Winifred Walker e i figli avevano accettato la presenza della ragazza. Winifred aveva insistito perché tornasse. Lei venne diverse volte alla settimana.

Per Mary Cochran era piacevole essere alla presenza di una famiglia con bambini. Nei pomeriggi invernali prendeva i due figli di Hugh, una slitta, e andava su una collinetta vicino alla casa. Si levavano grida. Mary Cochran tirava la slitta sulla collina e i bambini la seguivano. Poi scendevano tutti insieme a gran velocità.

La ragazza, che in poco tempo si stava trasformando in una donna, vedeva Hugh Walker come qualcosa che rimaneva fuori dalla sua vita. Lei e l’uomo che, tutto d’un tratto e con una certa intensità, si era interessato a lei avevano poco da dirsi. Winifred pareva averla accettata, senza problemi, come un’aggiunta alla famiglia. Spesso, nel pomeriggio, quando le serve erano impegnate, se ne andava lasciando i figli nelle mani di Mary.

Era appunto un tardo pomeriggio e forse Hugh era tornato a casa dall’università insieme a Mary. In primavera si dedicava al lavoro nel giardino, spesso trascurato. Era stato dissodato, avevano già seminato, ma comunque prese una zappa e un rastrello e si mise a lavorare. I bambini giocavano, intorno alla casa, con la ragazza. Hugh non li guardava. Guardava lei. “Fa parte di quell’universo di persone con cui vivo e con le quali dovrei lavorare”, pensò. “Ma, al contrario di Winifred e dei bambini, non è mia. Potrei andare da lei, adesso, toccarle le mani, guardarla, allontanarmi e non vederla più”.

Per quell’uomo sconvolto questo pensiero era consolante. La sera, quando usciva per camminare, la sensazione di distanza che si stendeva intorno a lui non lo spingeva più a continare a camminare, proseguendo per ore, come un matto, nel tentativo di fare una breccia in un muro intangibile.

Pensava a Mary Cochran. Una ragazza di un paese di campagna. Deve essere come milioni di ragazze americane. Si chiedeva cosa le passasse per la testa quando si siedeva in classe, quando lo accompagnava per le strade di Union Valley, quando giocava con i bambini nel cortile dietro la casa.

Quando venne l’inverno, nella crescente oscurità di un tardo pomeriggio, Mary e i bambini stavano facendo un pupazzo di neve nel cortile. Lui salì al piano superiore e si fermò, nel buio, a guardare dalla finestra. La figura della ragazza, alta e diritta, si muoveva veloce, appena accennata nell’oscurità. “Ebbene, niente le è accaduto. Potrebbe diventare qualsiasi cosa, o nulla del tutto. Ha l’aspetto di un albero giovane, che non ha ancora dato frutti”, pensò. Uscì dalla stanza e rimase a lungo seduto nel buio. Quella notte, quando uscì per la sua consueta passeggiata serale, non rimase fuori a lungo, ma si precipitò a tornare e andò nella sua stanza. Chiuse a chiave. Inconsciamente non voleva che Winifred si avvicinasse alla porta e disturbasse i suoi pensieri. Qualche volta capitava.

Lei leggeva romanzi tutto il tempo. Leggeva i romanzi di Robert Louis Stevenson. Quando li aveva letti tutti ricominciava da capo.

Talvolta saliva al piano di sopra e rimaneva a parlare vicino alla sua porta. Raccontava qualche pettegolezzo di paese, ripeteva qualche perla di saggezza che inaspettatamente era uscita dalla bocca dei bambini. Qualche volta entrava nella stanza e spegneva la luce. C’era un divano, vicino a una finestra. Si sedeva sul bordo. Qualcosa accadeva, come prima del matrimonio. La sua figura cominciava a brillare di una vita nuova. Lui allora si metteva a sedere sul divano. Lei sollevava la mano e gli toccava il viso.

In quel momento Hugh non voleva che questo accadesse. Rimase in piedi, nella stanza, per un momento e poi riaprì la serratura. Uscì e andò in cima alle scale. “Fai piano quando sali, Winifred. Ho mal di testa. Adesso provo a dormire”, mentì.

Dopo che fu tornato in camera ed ebbe chiuso di nuovo la porta a chiave, si sentì al sicuro. Non si svestì, ma si gettò sul divano e spense la luce.

Pensò a Mary Cochran, la ragazza, ma era sicuro che stesse pensando a lei in modo impersonale. Era come la donna che andava a mungere la mucca, quella che aveva incontrato tra le colline quando era un ragazzo ed era solito camminare lungo, per la campagna, per curare la sua irriquietezza. Nella vita, lui si sentiva come l’uomo che aveva lanciato il sasso contro il cane.

“Ebbene, lei non ha ancora assunto una forma. È come un albero giovane”, si disse di nuovo. “Le persone sono così. Crescono e all’improvviso non sono più bambini. Accadrà anche ai miei figli. E la piccola Winifred, che ancora non riesce a parlare, sarà d’un tratto come questa ragazza. Non c’è un motivo particolare per cui ho scelto di concentrare i miei pensieri su di lei. Per qualche ragione io mi sono ritirato dalla vita e lei mi ci ha riportato. Avebbe potuto succedere quella volta che gettai lo sguardo su un bambino che giocava nella strada, o sul vecchio che saliva le scale di una casa. Lei non è mia. Se ne andrà, lontano dalla mia vista. Winifred e i bambini resteranno, qui, e io continuerò a restare qui. Siamo imprigionati dal fatto che ognuno di noi appartiene all’altro. E questa Mary Cochran invece è libera, o almeno è libera er quanto riguarda questo genere di prigionia. Di sicuro, tra un po’, anche lei si costruirà una prigione per sé e ci vivrà dentro, ma io non avrò nulla a che fare con la faccenda”.

Ormai Mary Cochran era al terzo anno di università a Union Valley e nella famiglia Walker era diventata quasi un’istituzione. Eppure, non conosceva ancora Hugh. Conosceva i due bambini, meglio di lui, e forse meglio anche della madre. In autunno lei e i due ragazzi andavano nella foresta a raccogliere noci. D’inverno pattinavano in un piccolo stagno vicino a casa.

Winifred l’aveva accettata, come accettava ogni cosa, come accettava la presenza delle due donne nere, l’arrivo dei figli, il solito silenzio del marito.

E in quel momento, in modo improvviso e inaspettato, il silenzio di Hugh, che era durato per tutta la loro vita coniugale, si ruppe. Tornò a casa insieme a un signore tedesco, che a scuola teneva la cattedra di lingue moderne e litigò violentemente. Si fermava a parlare con le persone nella strada. Quando andava a lavorare nel giardino fischiettava e cantava.

Un pomeriggio d’autunno tornò a casa e trovò tutta la famiglia riunita nel soggiorno. I bambini giocavano sul pavimento e la serva nera era seduta sulla poltrona vicina alla finestra. Teneva in braccio la bambina, mormorando le sue canzoni. Mary Cochran era lì. Era seduta e leggeva un libro.

Hugh camminò direttamente verso di lei e guardò oltre le sue spalle. In quel momento Winifred entrò nella stanza. Lui si allungò in avanti e strappò il libro dalle mani della ragazza, che alzò lo sguardo, stupita. Hugh bestemmiò e lo scagliò il libro nel focolare nel lato della stanza. Dalla sua bocca uscì un fiume di parole: malediceva i libri e le persone e le scuole. “Vadano tutti al diavolo”, diceva. “Cos’è che ti spinge a voler leggere cose sulla vita? Cos’è che spinge le persone a voler riflettere sulla vita? Perché non vivono e basta? Perché non lasciano perdere i libri, i pensieri, le scuole?”

Si voltò a guardare la moglie, che era diventata pallida e lo fissava con uno strano sguardo incerto. La vecchia nera si alzò velocemente e andò via. I due bambini più grandi cominciarono a piangere. Hugh si sentì male. Guardò la ragazza stupita nella poltrona. Anche lei aveva le lacrime agli occhi. E poi guardò sua moglie, e stringeva nervosamente il cappotto con le dita. Alle due donne parve un ragazzo sorpreso a rubare nella dispensa. “È uno dei miei stupidi momenti di irritazione”, disse, guardando la moglie ma rivolgendosi, in realtà, alla ragazza. “Lo vedete che sono più serio di quanto non finga di essere. Non ero certo irritato dal libro. Ma da qualcos’altro. C’è così tanto nella vita che si può fare, e io faccio così poco”.

Andò al piano di sopra, nella sua stanza, chiedendosi perché avesse mentito alle due donne, e perché mentiva, di continuo, anche a se stesso.

Ma mentiva davvero a se stesso? Provò a rispondere, ma non ci riuscì. Si sentiva come un uomo che camminava nel buio di un corridoio di una casa e che alla fine si trova di fronte a un muro vuoto. Il vecchio desiderio di fuggire dalla vita, di esaurirsi fisicamente, gli piombò addosso forte come una follia.

Rimase nella sua stanza nell’oscurità a lungo. I bambini smisero di piangere e la casa tornò nel silenzio. Sentì la voce della moglie, che parlava piano, e subito dopo il rumore della porta sul retro della casa. La ragazza, capì, era andata via.

La vita, nella casa, ricominciò come prima. Non accadde nulla. Hugh mangiava la sua cena in silenzio e usciva per lunghe camminate. Per due settimane Mary Cochran non si fece vedere. La incontrò nei dintorni della scuola. Non era più tra i suoi alunni. “La prego, non ci abbandoni per colpa della mia maleducazione”, disse. La ragazza arrossì e non rispose nulla. Quando tornò a casa, quella sera, lei era nel cortile sul retro e giocava con i bambini. Salì subito nella sua stanza. Fece un sorriso tirato. “Non è più come un giovane albero. Ora è quasi come Winifred. È quasi parte di questo luogo. Appartiene a me e a mia moglie”, pensò.

*   *   *   *
 

Le visite di Mary Cochran nella casa dei Walker terminarono in modo molto improvviso. Una sera, quando Hugh era nella sua stanza, lei salì le scale con i due ragazzi. Aveva cenato insieme alla famiglia e li stava mettendo a letto. Era un privilegio che reclamava ogni volta che cenava con loro.

Hugh, subito dopo aver mangiato, si era affrettato a salire in camera. Sapeva dov’era la moglie: al piano di sotto, seduta sotto una lampada, che leggeva uno dei libri di Robert Louis Stevenson.

Hugh rimase a lungo ad ascoltare le voci dei bambini sul pianerottolo superiore. Poi la cosa accadde.

Mary Cochran scese dalla scala che passava vicino alla sua porta. Si fermò, si girò e risalì di nuovo sulle scale. Hugh si alzò e uscì nel corridoio. La ragazza era tornata nella stanza dei bambini perché era stata presa dal desiderio di dare un bacio al più grande dei figli di Hugh, che ora aveva nove anni. Scivolò nella stanza, rimase qualche minuto a guardare i due ragazzi che, ignari della sua presenza, erano già a dormire. Fece qualche passo, si chinò e bacio il ragazzo. Appena uscì, c’era Hugh in piedi nell’oscurità. che la aspettava. La afferrò per la mano e la guidò, lungo le scale, nella sua stanza.

Lei era terribilmente spaventata e la sua paura, in un certo senso, lo incoraggiava. “Ebbene”, sussurrò, “adesso non puoi capire cosa sta per accadere. Ma un giorno sì. Sto per baciarti e poi ti chiederò di andare via da questa casa e non tornare mai più”.

Strinse forte la ragazza contro il suo corpo e la baciò, sulle guance e sulle labbra. Quando la accompagnò alla porta lei era così indebolita dalla paura e assalita da un brivido di desiderio strano e nuovo ebbe molta difficoltà a scendere le scale e arrivare alla presenza della moglie. “Adesso dirà una bugia”, pensò lui. E come un’eco ai suoi pensieri, sentì la voce della ragazza che giungeva dal basso. “Ho un terribile mal di testa. Devo tornare a casa”. La voce era pesante e senza colore. Non era la voce di una ragazza.

“Non è più come un giovane albero”, pensò. Era fiero e felice di ciò che aveva fatto. Quando sentì la porta sul retro che si chiudeva ebbe un tuffo al cuore. Uno strano tremolio gli illuminò gli occhi. “Finirà imprigionata, ma non io non c’entrerò nulla. Non sarà mai mia. E le mie mani non costruiranno mai una prigione per lei”, pensò, con cupa contentezza.

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