Rubrica Scienza&SaluteCannabis terapeutica: tabù e costi elevati gli ostacoli

Cannabis terapeutica: tabù e costi elevati gli ostacoli

«Io le canne non me le sono mai fatte. Non credevo nemmeno all’uso terapeutico della marijuana, ero scettico, pensavo a una moda. Poi mi hanno messo davanti a questa possibilità e ho accettato. Solo che quel farmaco lo sto ancora aspettando, da ottobre, e alla fine mi hanno detto: “se lo compri da solo”. Certo, potrei, piuttosto che prendere il cortisone… peccato che costa 750 euro a flacone, senza rimborso, e che per legge ne avrei diritto». Quella di Toni De Marchi, giornalista malato di sclerosi multipla dal 2004, è solo una delle tante storie riportate dall’associazione Luca Coscioni nel dossier “La cannabis fa bene, la cannabis fa male”. Poi c’è Savino, che ha 27 anni ed è malato di Sla, Enrica che di anni ne ha 58 e soffre di anoressia ed Elisa affetta da una fibromialgia (dolori lancinanti diffusi in tutto il corpo), che non le lasciano vivere la sua vita da trentenne. Solo per dirne alcuni. Poi c’è chi soffre di glaucoma, di neuropatia, di lesioni midollari, di morbo di Crohn. Tutti hanno in comune malattie diverse i cui sintomi possono essere alleviati grazie ai farmaci cannabinoidi, come dimostra la letteratura scientifica e la loro diretta esperienza. Eppure sono anche tutti sono costretti a seguire iter burocratici articolatissimi per avere questi farmaci, e aspettare mesi, anni; o ricorrere al mercato nero. «Spesso medici, farmacisti e operatori sanitari non sanno come gestire questo medicinale e nella mentalità comune la cannabis è una droga. Per questo molti pazienti che hanno contattato l’Associazione Luca Coscioni, ci hanno raccontato che si sono sentiti dire dal medico a cui si erano rivolti, di andare dallo spacciatore» racconta a Linkiesta Antonella Soldo, una degli autori del dossier.

Poi il 5 settembre il quotidiano La Stampa dà la notizia che la cannabis per uso terapeutico sarà coltivata dalla Stato, in particolare dall’esercito, nello stabilimento chimico militare di Firenze. E non stupisce che la notizia, nel giro di qualche ora, faccia il giro del web e venga ripresa da praticamente tutte le testate nazionali. «Il via libera è stato dato dai ministri della Difesa e della Salute Roberta Pinotti e Beatrice Lorenzin, dopo varie polemiche e rallentamenti. La notizia verrà ufficializzata entro settembre» riporta il quotidiano torinese. A proporre lo stabilimento di Firenze era stato il senatore Luigi Manconi del Partito Democratico. «Riceviamo ogni giorno le richieste di molti pazienti che presentano le patologie per cui la cannabis terapeutica è stata autorizzata, e che vorrebbero poterne usufruire – spiega a Linkiesta Filomena Gallo, segretaria dell’Associazione Luca Coscioni – ma non possono, sia per via dei costi elevati di importazione sia perché i medici non la prescrivono anche se per legge sono autorizzati a farlo. Nel 2013 secondo i dati del ministero della Salute meno di 40 pazienti hanno potuto usufruire di questo tipo di terapia. Per questo insieme al senatore Manconi abbiamo depositato una proposta di legge per affrontare i problemi che ci sono in Italia oggi, e abbiamo chiesto che lo stabilimento di Firenze lavorasse anche per la preparazione dei cannabinoidi. La notizia comparsa ieri sui giornali è una risposta che abbiamo già avuto in altra sede e che ora si sta concretizzando».

I prodotti vegetali derivati dalle infiorescenze essiccate della Cannabis, contengono il Thc (o delta-9-tetraidrocannabinolo, principale sostanza attiva della cannabis) e in minor misura il cannabidiolo. Secondo numerosi studi scientifici i derivati della cannabis si sono dimostrati efficaci per alcune patologie, tra cui la spasticità associata a dolore (sclerosi multipla, lesioni del midollo spinale), nausea e vomito (da chemioterapia, radioterapia, terapie per HIV o epatite C), dolore cronico, stimolazione dell’appetito, glaucoma. Sotto forma di piante, questi derivati sono conosciuti come Bedrocan, Bedrobinol, Bediol, Bedica, quattro tipi diversi di infiorescenze, prodotti dall’azienda olandese Bedrocan, che differiscono tra di loro per le percentuali di Thc e di Cbd. Possono essere somministrati come tisane (da assumere più volte durante il giorno), o per via inalatoria, attraverso speciali apparecchi riscaldatori/vaporizzatori.

In Italia l’unico medicinale di origine vegetale a base di cannabis autorizzato all’immissione in commercio è il Sativex, registrato dalla britannica Gw Pharmaceuticals e distribuito nel nostro Paese da Novartis. Uno spray costituito da una miscela di cannabidiolo e Thc, indicato per il trattamento per i pazienti affetti da sclerosi multipla, resistenti ad altri farmaci antispastici. È rimborsato dal Servizio sanitario nazionale solo se utilizzato o fornito in ambito ospedaliero, altrimenti il costo al pubblico per una confezione contenente 3 flaconi da 10 ml è di 726 euro. Oggi sono solo undici le regioni che hanno introdotto dei provvedimenti che riguardano l’erogazione di medicinali a base di cannabis (Puglia, Liguria, Veneto, Toscana, Friuli, Marche, Abruzzo, Umbria, Sicilia, Basilicata ed Emilia Romagna) e all’interno delle stesse le direttive sono tutte molto disomogenee. Nelle altre regioni chi necessita del farmaco deve pagarlo di tasca propria. Ci sono poi i derivati sintetici, come il Marinol, Dronabinol, Nabilone, approvati all’estero per il trattamento della nausea e del vomito nelle chemioterapie antitumorali e nell’anoressia in malati di Aids.

In Italia l’utilizzo della cannabis per uso terapeutico è stato approvato già nel 2007, quando l’allora ministro della salute Livia Turco emise un decreto ministeriale che per la prima volta riconosceva l’uso del Thc  e di altri due analoghi sintetici: il Dronabinol (trans-del ta-9-tetraidrocannabinolo) e Nabilone. E ha subito continui aggiornamenti, prima nel 2013 con il decreto Balduzzi, che apriva le porte anche ai farmaci di origine naturale (sostanze vegetali, estratti e tinture) e ancora a marzo del 2014, quando l’attuale ministro Beatrice Lorenzin ha promosso, con un decreto, lo spostamento della cannabis e i prodotti da essa ottenuti (olii, resine) dalla tabella I, in cui si trovano le sostanza stupefacenti, a una a sé stante: la tabella II. Il Thc viene quindi inserito nella tabella dei medicinali di corrente impiego terapeutico (sezione B) soggetti a prescrizione medica da rinnovarsi di volta in volta (ricetta non ripetibile).

Resta però il divieto di coltivazione, con eventuali autorizzazioni che possono essere concesse dal Ministero della Salute per scopi scientifici o per la trasformazione della materia prima cannabis in medicinale. Poiché nessuna azienda farmaceutica in Italia ha richiesto l’autorizzazione per la produzione, i medicinali di origine vegetale a base di cannabis devono essere importati dall’estero. «La produzione presso lo stabilimento chimico militare di Firenze – una struttura con grandi competenze, spazi e strumentazioni, e sotto utilizzata, che da tempo produce farmaci e altro materiale sanitario per l’esercito e per altri usi civili – comporterebbe una disponibilità del medicinale in Italia, tramite una struttura che è dello Stato e senza la complessa procedura di importazione» aggiunge Soldo.

Affidare la coltivazione allo stabilimento di Firenze risolverebbe quello che secondo Filomena Gallo è il primo e principale problema dell’utilizzo della cannabis per uso terapeutico, quello dei costi. «Subito dopo però bisogna risolvere gli ostacoli di natura culturale: spesso medici, farmacisti non sono informati sulle legislazione per la dispensazione dei cannabinoidi. Tutti i medici italiani, anche quelli di base, possono prescrivere quei farmaci, potenzialmente per qualsiasi indicazione terapeutica. Alcuni non lo fanno per motivi ideologici altri perché non lo sanno. Questa disinformazione interessa anche i farmacisti che talvolta si rifiutano di ricevere le ricette. In Italia quindi, anche per quanto riguarda il diritto alla salute, tocca affidarsi al mercato nero, con tutti i rischi che acquistare in strada sostanze non controllate può comportare. Forse c’è bisogno di più informazione, che è l’unico modo per abbattere le barriere culturali». 

In collaborazione con RBS-Ricerca Biomedica e Salute