Hong Kong, gli studenti in marcia per la libertà

Hong Kong, gli studenti in marcia per la libertà

Decine di migliaia di studenti e cittadini sono tornati anche oggi, 29 settembre a occupare pacificamente una vasta area di Hong Kong Island che dal quartiere delle banche di Central si spinge fino al quartiere commerciale di Causeway Bay, e oltre. Il governo di Hong Kong ha annunciato proprio oggi il ritiro della polizia antisommossa, ma quella appena trascorsa è stata una notte di violenze e di arresti nella regione amministrativa speciale della Repubblica Popolare Cinese. Nel weekend la polizia ha usato spray urticanti, gas lacrimogeni e manganelli per caricare le migliaia di studenti che chiedono maggiore democrazia. Secondo gli organizzatori, la campagna di disobbedienza civile ha raccolto 13.000 studenti in un campus a nord di Hong Kong.

«I cittadini riuniti nelle strade si sono calmati, la polizia è stata richiamata», ha annunciato questa mattina il Governo in una nota sul suo sito internet che invita però i manifestanti a «liberare le strade occupate al più presto, per lasciar passare i veicoli di emergenza e i mezzi pubblici». Più di 200 linee di autobus sono state sospese o deviate, il traffico è stato interrotto e diverse stazioni della metropolitana sono state chiuse.

(Anthony Kwan / Getty Images)

Perché si manifesta

Al centro della protesta che paralizza Hong Kong c’è il nodo della nuova legge elettorale per la scelta del capo dell’esecutivo dell’ex colonia britannica. Quando Hong Kong è passata sotto la sovranità cinese nel 1997, Pechino promise che, entro il 20esimo anniversario del passaggio di consegne, la popolazione avrebbe potuto scegliere il proprio leader a suffragio universale, in base al principio «un Paese, due sistemi».

La popolazione di Hong Kong gode da sempre di maggiori diritti civili rispetto al resto della Cina. Tuttavia, il capo del suo esecutivo è sempre stato scelto da un comitato di professionisti e uomini d’affari descritto come «ampiamente rappresentativo» della situazione locale, ma in realtà vicino a Pechino.

Nel 2007, il Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo, massimo organo legislativo cinese, stabilì che l’elezione diretta del capo dell’esecutivo di Hong Kong non poteva avvenire prima del 2017 e quella dei deputati non prima del 2020.

Il 31 agosto di quest’anno, lo stesso Comitato ha imposto una serie di restrizioni per la scelta dei candidati alle elezioni per il capo dell’esecutivo di Hong Kong: sarà il comitato di 1200 professionisti e uomini d’affari a indicare due o tre nomi, che dovranno ottenere al suo interno almeno i due terzi dei voti per potersi candidare. Inoltre chi vincerà le elezioni a suffragio universale dovrà ottenere il placet di Pechino prima di potersi insediare nelle sue funzioni. Le restrizioni imposte alla scelta dei candidati appaiono agli occhi dei manifestanti come un modo per vanificare la promessa di libere elezioni a suffragio universale.

(Anthony Kwan / Getty Images)

Pechino agli Usa: “Non interferite” 

Dopo che Stati Uniti e altri Paesi occidentali si sono espressi a sostegno degli studenti di Hong Kong, Pechino ha lanciato un monito, chiedendo agli Stati Uniti di non «interferire» nella politica interna di Hong Kong. «Il governo centrale è fermamente contro ogni attività illegale tesa a distruggere il rispetto della legge e la società pacifica a Hong Kong», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri, Hua Chunying. «Speriamo che Paesi importanti tengano a freno dichiarazioni e azioni, in modo da non interferire con gli affari interni di Hong Kong e non sostenere Occupy Centrale e le altre attività illegali in nessun modo».  

Londra – come fa sapere il Foreign Office – ha espresso preoccupazione riguardo la situazione a Hong Kong e ha invitato le parti in causa ad impegnarsi in «discussioni costruttive». Poi la ribattuta degli Stati Uniti. «Gli Usa seguono da vicino la situazione a Hong Kong esostengono le aspirazioni della popolazione di Hong Kong», afferma il portavoce della Casa Bianca Josh Earnest. Che poi ha aggiunto: Gli Stati Uniti chiedono alle autorità di Hong Kong di mostrare «moderazione» nei confronti delle proteste.
 

Gli scontri dello scorso luglio

Già il 1° luglio scorso migliaia di abitanti di Hong Kong sono scesi in strada per chiedere più democrazia. Manifestavano, come ogni anno, contro il governo centrale di Pechino nell’anniversario del ritorno di Hong Kong sotto la sovranità cinese, avvenuto nel 1997 dopo un accordo tra Pechino e la Gran Bretagna. Ma quest’anno la manifestazione è stata decisamente più grossa del solito. Se per gli organizzatori vi ha partecipato quasi mezzo milione di persone, le autorità hanno parlato di 100.000 abitanti. Studi fatti dall’autorevole South China Morning Post parlano di 140.000 persone.

La sintesi dei fatti secondo la Bbc

La basic law, la mini-costituzione che governa Hong Kong

Dal 1997 Hong Kong è governata dalla Basic law, la mini-costituzione frutto di un accordo tra governo britannico e cinese al momento del passaggio di sovranità. Essa concede alcune delle libertà democratiche britanniche, come l’assemblea e la stampa. Mancano tuttavia il diritto alla privacy, leggi contro le discriminazioni sessuali, e tutele dei diritti dei lavoratori. La Basic law non contempla in particolare il suffragio universale, ma prevede che questo sia progressivamente introdotto, superando l’attuale sistema secondo cui l’Executive chief della città (carica introdotta per sostituire l’ultimo governatore britannico salpato dal porto di Hong Kong il 1 luglio 1997 insieme a Carlo d’Inghilterra) viene eletto dai 1200 membri dell’Election committee, rappresentanti solo di alcuni gruppi di interesse cittadini (i Functional committee). 

(Anthony Kwan / Getty Images)

Come raccontato da Linkiesta, «attorno alla metà di giugno Pechino ha rilasciato un libro bianco (in cinese, inglese e altre lingue straniere) per affermare che «come stato unitario, il governo centrale cinese ha competenza su tutte le regioni amministrative locali, compresa la Hksar, Hong Kong Special Administrative Region». I giornali cinesi, dal People’s Daily al Global Times Chinese Edition non hanno fatto questioni. Anzi, si sono subito schierati con Pechino. Il primo sollevando l’importanza del «patriottismo», il secondo affermando che «l’opposizione dovrebbe capire che Hong Kong non è un Paese indipendente. Devono capire che non hanno la possibilità di trasformare Hong Kong nell’Ucraina o nella Thailandia».
Gli abitanti di Hong Kong, invece, si sono subito allarmati. La mossa di Pechino è apparsa come una pericolosa marcia indietro rispetto alla promessa di andare verso il suffragio universale, come prevede la mini-costituzione. E quindici giorni dopo, Occupy Central di Benny Tai ha organizzato un referendum «simbolico» con quattro nuove proposte elettorali. Vi hanno preso parte 800mila persone e il 42% di loro ha votato affinché il compito di scegliere i candidati al ruolo di Chief executive spetti a un comitato elettorale e ai partiti politici. Pechino, invece, vorrebbe introdurre nel 2017 il suffragio universale diretto, ma dando la possibilità di scegliere solo tra una lista di nomi forniti da un apposito comitato (più facilmente controllabile da Pechino)».

(DALE DE LA REY / Getty Images)

​Ragioni economiche alla base della protesta

Intervistando Gabriele Battaglia, giornalista di China Files di base a Pechino, avevamo scoperto anche che parte delle tensioni degli abitanti di Hong Kong hanno anche natura economica. Raccontava Battaglia come tutti, a Hong Kong, sono convinti che il successo della città dal tasso di disoccupazione al 3,1%, con un Pil in crescita del 2,9% nel 2014 (previsioni Economist), e che nel 2012 si è piazzata terza al mondo per ingresso di capitale straniero, stia proprio qui, nel loro essere “diversamente cinesi”. Stando in Cina ma con ampia indipendenza da Pechino e con regole occidentali.

«A Hong Kong è maturata negli ultimi anni questa psicologia del declino, perché altre città della Cina continentale stanno prendendo il sopravvento nell’area, a partire da Shanghai, diventata nel settembre 2013 zona di libero scambio(è un porto franco con flussi di capitali e scambio di merci transfrontaliere liberalizzati, ndr)».

Insomma, la concorrenza cinese stressa gli abitanti di Hong Kong, dicevamo già a luglio, un tempo unico e ricco hub finanziario dell’estremo Oriente. Ora però siamo nella fase opposta. Pechino è visto come un nemico commerciale. E il contrasto economico ingrossa le proteste e le paure. «Nell’aprile 2013 i portuali di Hong Kong hanno scioperato per giorni», racconta Battaglia. Manifestavano per avere salari più alti e ritmi di lavoro più umani (lamentavano di non avere nemmeno il tempo necessario per mangiare e andare al bagno). «Il rischio è stato quello che i terminal dei container fossero spostati in altre città portuali cinesi, in particolare a Shenzhen».