Hong Kong, la finanza teme la protesta

Hong Kong, la finanza teme la protesta

A Hong Kong la libertà di stampa è prevista dalla mini-costituzione che governa la città, la cosiddetta basic law. E per Pechino questo è un vero problema. Perché se da un lato l’autorità centrale della Repubblica popolare Cinese ha tutto l’interesse a coprire le proteste in corso nella regione amministrativa speciale, Weiboscope,  dall’altro un centro di ricerca dell’Università di Hong Kong, inizia a ripubblicare tutti i messaggi e le fotografie censurate sul social network Weibo, la versione cinese di Twitter.

Alcuni dei messaggi censurati ripubblicati da Weiboscope, centro di ricerca dell’università di Hong Kong

Weiboscope aggiorna in continuazione l’elenco dei messaggi censurati su Weibo, il social network cinese simile a Twitter

L’indice di censura su Weibo, pubblicato dallo stesso centro, ha segnato un picco proprio il 28 settembre, la notte dei gas lacrimogeni e proiettili di plastica lanciati sulla popolazione. Ma la censura continua a rimanere alta anche oggi, 30 settembre.

L’indice di censura pubblicato da Weiboscope relativo agli ultimi cinque giorni

Nei giorni scorsi, Pechino ha censurato Weibo bloccando i messaggi che contenevano termini come Occupy Central o altre parole chiave. Ha fermato Instagram, la piattaforma per la condivisione di immagini (finora immune alla censura). E su WeChat, un servizio di messaggi e di condivisione di documenti della cinese Tencent ha censurato tutti gli articoli che contenevano la parola Hong Kong. Pechino, insomma, cerca il basso profilo. Ma non è l’unica a volero. Anche la finanza di Hong Kong è interessata a risolvere la situazione senza scalpore.

La censura su social, internet e informazione in genere non serve solo a contenere lo scontento della popolazione alla sola Hong Kong. Se da una parte Pechino teme un diffondersi della protesta nel continente, dall’altra non vuole che le borse di Shangai e Shenzen risentano di questa crisi. E sembra che il gigante giallo abbia ottenuto quello che voleva. Mentre lunedì l’indice di Hong Kong perdeva quasi il 2%, i listini di Shangai e Shenzen salivano come se tutto fosse nella normalità. Intanto mercoledì e giovedì, a causa dei festeggiamenti per il 65° anniversario della Repubblica popolare cinese, la borsa di Hong Kong resterà chiusa, mentre Shangai e Shenzen saranno ferme per una settimana.

In questo tentativo di placare la protesta senza scalpore Pechino non è sola: anche l’establishment capitalista di Hong Kong, infatti, vuole regolare i conti con Occupy pacificamente. Come scrive Rita Fagusoli sul Sole 24 Ore di martedì: «Ricevendo la scorsa settimana una sessantina di tycoons di Hong Kong il presidente Xi Jinping l’ha detto chiaro e tondo, noi chiediamo a Hong Kong stabilità, il nostro Governo vi promette in cambio sostegno contro tutti quelli che a questa stabilità attentano. I capitali non si toccano. Con le manifestazioni di piazza i buoni affari scappano».

I commenti degli utenti di Reddit a proposito dei documenti cancellati su We Chat

«Circa il 60% della borsa di Hong Kong è controllata da imprese cinesi. Dopo la restituzione di Hong Kong alla Cina nel 1997, gli investitori cinesi hanno rinsaldato moltissimo i legami con Pechino. Gli schieramenti sono delineati: da una parte abbiamo i manifestanti con aspirazioni democratiche dall’altra parte abbiamo l’establishment capitalista che sta al cento per cento con Pechino. Questi ultimi temono che un’escalation degli scontri possa far scappare gli investitori esteri» ha spiegato Gabriele Battaglia, giornalista di China Files, un’agenzia editoriale con sede a Pechino. Forse, diversamente che nella Cina continentale, ad Hong Kong bisogna rimanere cauti nell’uso della violenza proprio perché c’è una visibilità internazionale che sfavorirebbe i mercati. «Di sicuro la Cina in questi giorni sta dichiarando ai quattro venti che non è necessario fare una Tienanmen a Hong Kong. Pechino sostiene che gli occidentali che dicono di temere una nuova Tienanmen non hanno capito che in venticinque anni la Cina è cambiata. Abbiamo tantissimi incidenti di massa ogni anno e abbiamo capito come gestirli in maniera molto più “armoniosa”, dicono da Pechino. In realtà ci sono due ipotesi di quello che può succedere nei prossimi giorni: o cercheranno di cacciare la gente dalle strade, ma non è facile, oppure il governo locale farà un passo indietro. Un passo indietro potrebbe essere accontentare le richieste della piazza e rimuovere il Chief Executive della città, CY Leung. Lui è una delle figure più sacrificabili, Pechino potrebbe dare un contentino tirandolo giù».

La discesa dell’indice di borsa in questi giorni è stato rimarcabile, ma non critico. A dimostrazione che gli investitori sono ancora fiduciosi della sicurezza dei loro investimenti. Hong Kong è la porta verso il mondo dell’economia cinese, ma essendo una porta, da fuori si vede cosa c’è dentro. «La reputazione di Hong Kong come hub per i capitali mondiali che entrano in Asia potrebbe essere danneggiata se le proteste peggiorano» ha dichiarato al Wsj Philippe Espinasse, un ex banchiere di Hong Kong che ora scrive di finanza «gli investitori tengono molto alla visibilità e alla sicurezza, e per questo potrebbero preoccuparsi per la stabilità del mercato se la situazione si deteriorasse significativamente». 

Ex colonia dell’Impero britannico, Hong Kong è una regione autonoma abitata per il 93% da cinesi. Da venti anni, figura al primo posto in termini di libertà economica, secondo la Heritage Foundation. Hong Kong è la sesta piazza azionaria mondiale e la seconda in Asia in termini di capitalizzazione, ed è uno dei mercati più attivi per collocamenti: nel 2013 sono stati raccolti 21,7 miliardi di dollari in Ipo (Initial pubblic offer). L’isola è il principale centro finanziario offshore per il renmimbi, con la più ampia liquidità in valuta cinese al mondo fuori dalla Cina: a fine aprile 2014, depositi e certificati di deposito ammontavano a 1.169 miliardi di yuan. (Il Sole 24 Ore)

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