Italia: la disoccupazione “reale” supera il 30%

Italia: la disoccupazione “reale” supera il 30%

Un milione di posti di lavoro persi dal 2007 a oggi, di cui più di 400mila nell’edilizia e quasi altrettanto nell’industria. Se consideriamo anche cassintegrati, part time involontari e inattivi disponibili, il tasso di disoccupazione nel nostro Paese (la cosiddetta disoccupazione allargata) supera il 30 per cento. Lo dice il rapporto sul mercato del lavoro 2013-2014 del Cnel, Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, secondo cui perché il tasso di disoccupazione scenda intorno al 7%, come prima dello scoppio della crisi, servirebbe la «creazione da qui al 2020 di quasi 2 milioni di posti di lavoro». Un’ipotesi che «sembra irrealizzabile». Intanto l’Istat diffonde i nuovi dati sulla disoccupazione che mostrano un piccolissimo segno meno: i senza lavoro ad agosto 2014 sono diminuiti dello 0,1 per cento rispetto allo stesso periodo scorso anno, ma continua a crescere il numero dei giovani (15-24 anni) disoccupati, al 44,2%, in aumento del 3,6 per cento. 

Ad aumentare non è solo la disoccupazione, ma anche lo scoraggiamento: gli italiani che hanno smesso di cercare un posto di lavoro sono ormai più di 3 milioni. Secondo gli ultimi dati Istat aggiornati ad agosto, il tasso di inattività è fermo al 36,4 per cento. Il tutto, mentre anche l’Italia crisi si muove a due velocità: la caduta del Pil al Sud è quasi il doppio di quella delle regioni del centro Nord, e i giovani restano ai margini di un mercato del lavoro che invecchia sempre più. Il risultato è che il cambiamento tecnologico è frenato, così come l’innovazione, e questo si riflette in maniera sfavorevole sulla competitività delle nostre imprese. 

(Grafico tratto dal Rapporto sul lavoro Cnel 2013-2014)

Crescita col freno a mano Nello scenario europeo, la posizione dell’economia italiana resta tra le più difficili. Dalla metà del 2013, nonostante piccoli indicatori di graduale recupero, l’economia ha continuato ad alternare variazioni di segno diverso, ma tutte vicine allo zero. «Le prospettive restano ancora incerte», si legge nel rapporto Cnel, «e non è ancora scontato che il superamento della crisi sia prossimo». Se non ci fosse stata la crisi, il nostro Pil sarebbe superiore del 19% rispetto ai livelli attuali. Una perdita clamorosa, frutto di due recessioni consecutive (2007-2009 e dal 2011 in poi).  

Economia debole, e disoccupazione forte Di pari passo con l’economia, l’occupazione ha continuato a contrarsi anche nella seconda metà del 2013, stabilizzandosi nella prima parte del 2014 ma solo nel Nord Italia. Questo clima di flessione, non solo non ha creato posti di lavoro, ma ha addirittura scoraggiato l’ingresso nel mercato del lavoro. «L’economia è ancora troppo debole per poter determinare in tempi brevi un chiaro miglioramento delle condizioni del marcato del lavoro», dicono dal Cnel, «anche considerando che le difficoltà del quadro economico generale stanno esercitando una pressione significativa al ribasso sull’andamento delle retribuzioni. […] Solamente una svolta significativa nei tassi di crescita dell’economia potrà permettere un inserimento professionale ai molti giovani che sono fuori dal mercato del lavoro». 

Disoccupazione allargata Ma non bisogna solo pensare all’incidenza della perdita dei posti di lavoro o alla difficoltà di ingresso in un mercato del lavoro ingessato: il panorama lavorativo si è via via deteriorato creando anche situazioni di sottoccupazione. Come per i cosiddetti “part time involontari”, cioè coloro che vorrebbero lavorare a tempo pieno ma lavorano a tempo parziale per una scelta del datore di lavoro, cresciuti dell’83% dal 2008 al 2013 (+1 milione 121mila individui). Nella lista del disagio lavorativo vanno inseriti poi anche i cassintegrati (presenti soprattutto nei settori della meccanica, edilizia e commercio): nel 2012 le ore di cassa integrazione erogate corrispondono a circa 240mila persone registrate fra gli occupati nel calcolo della disoccupazione, anche se di fatto non hanno lavorato. Sia chi lavora involontariamente a orario ridotto sia i cassintegrati rappresentano un’ampia fascia di sottoccupati, o disoccupati parziali, che la crisi ha contribuito ad alimentare. La definizione di disoccupazione, che secondo i canoni Istat si aggira intorno al 12,3%, non rappresenta quindi l’intero mondo del disagio lavorativo. La crisi ha provocato un forte aumento non solo della disoccupazione in senso stretto – che si riferisce ai senza lavoro alla ricerca di un impiego – ma anche del numero di sottoccupati e delle persone che hanno interrotto l’attività di ricerca perché scoraggiati o perché in attesa dell’esito di passate azioni di ricerca. Se tra i disoccupati contiamo anche gli inattivi disponibili e i disoccupati parziali, il tasso di disoccupazione – si legge nel rapporto Cnel – nel 2013 supera il 30 per cento.

Giovani e vecchi Tra gli italiani di età compresa tra i 15 e i 29 anni, il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 29,6 per cento, quasi il doppio del valore del 2008. In questa fascia di età, in cui i tassi di partecipazione sono bassi per via dei percorsi di studio che si seguono, i disoccupati rappresentano il 12,3 per cento della popolazione. Le tendenze più recenti indicano che nonostante nel corso del 2014 l’occupazione si stia pian piano stabilizzando, la situazione dei giovani resta ancora molto critica: nel primo trimestre 2014 le persone in cerca di lavoro sotto i 30 anni sono aumentate ancora del 9,8 per cento rispetto allo stesso periodo del 2013, e il tasso di disoccupazione corrispondente è salito di 5 punti percentuali, al 33,7 per cento.

È aumentata però anche la quota di popolazione di 55 anni e oltre che, in un contesto di crescenti difficoltà, è in cerca di lavoro o vorrebbe lavorare dopo aver perso il lavoro. Un fenomeno non usuale in quanto per i lavoratori più anziani di solito la perdita del posto di lavoro si associa al passaggio verso l’inattività, e rappresenta quindi un ulteriore segnale della presenza di persone che potrebbero hanno il lavoro senza aver però maturato i requisiti per la pensione. In questo hanno avuto un forte impatto le riforme pensionistiche, che hanno portato al posticipo dell’uscita per pensionamento. Una tendenza già evidente negli anni scorsi, ma a partire dal 2012 c’è stata un’accelerazione con la riforma previdenziale di fine 2011 della coppia Monti-Fornero. Si propone così una situazione peculiare, si legge nel rapporto Cnel: il minor numero di persone che escono dal mercato riduce la domanda di lavoro “sostitutiva”, di rimpiazzo dei lavoratori che vanno in pensione, a scapito delle generazioni più giovani. A questo contribuiscono peraltro anche le misure di blocco del turn-over nel settore pubblico imposte negli ultimi anni. 

(Grafici tratti dal Rapporto sul lavoro Cnel 2013-2014)

I ragazzi della crisi La situazione più drammatica è quindi quella giovanile: bassi tassi di disoccupazione, alti livelli di precariato, perdita di fiducia, predisposizione alla fuga dall’Italia. Dal 2007 al 2013 la quota di under 30 sul totale degli occupati è scesa dal 16,6 per cento al 12,3 per cento. Simmetricamente, la quota di over 55 è passata dall’11,9 per cento al 16,2 per cento. A questo si aggiunge un ulteriore incremento della quota di disoccupati di lunga durata, cioè quelli in cerca di lavoro da almeno 12 mesi, che ormai rappresenta il 53,3 per cento dei giovani in cerca di lavoro. Particolarmente critica è la condizione dei 25-29enni, fascia di età che include i ragazzi che finiscono gli studi e si mettono alla ricerca di un lavoro. In questo gruppo, la riduzione del tasso di occupazione rispetto al 2008 è stata di 11,6 punti percentuali. Le difficoltà dei giovani si sono manifestate in tutta Italia, ma con maggiore intensità nel Mezzogiorno (-33 per cento rispetto al 2008). 

I più colpiti, in ogni caso, sono stati i giovani meno istruiti: mentre il tasso di disoccupazione per i laureati è passato dal 14,4 al 24,4 per cento tra il 2008 e il 2013, tra i diplomati e coloro che hanno conseguito solo la licenza media l’incremento è stato più significativo (13.9 punti percentuali in più per i primi e quasi 17 punti in più per i secondi). Al minore svantaggio relativo dei laureati, però, si associa il fenomeno della sovraistruzione, cioè la crescente disponibilità ad accettare lavori meno qualificati e sottopagati. L’Italia è tra gli ultimi Paesi comunitari per impiego di capitale umano qualificato nel processo produttivo: la quota di laureati sul totale dell’occupazione supera di poco il 20 per cento nel 2013, a fronte di un valore superiore al 33 per cento relativo alla media comunitaria. Tra gli imprenditori, è laureato è in media solo il 29% del totale. Il basso livello di capitale umano degli imprenditori è associato generalmente alla ridotta dimensione aziendale e a una struttura proprietaria dominata dal controllo familiare. La presenza di imprenditori con un elevato titolo di studio è correlata invece con la domanda di lavoro qualificato, con politiche del personale che valorizzano il capitale umano e, in conseguenza di ciò, con la performance produttiva. 

“Involontariamente” Neet Dal 2008 i Neet (Not in Education, Employment or Training) – popolazione target della “Garanzia Giovani”, il programma da 1,5 miliardi che intende sostenerne l’ingresso nel mercato del lavoro – sono aumentati di 587mila unità, attestandosi a quota 2,4 milioni nel 2013, con un’incidenza sulla popolazione corrispondente del 26 per cento. Nel Mezzogiorno, in particolare, la quota di giovani che non studiano e non lavorano ha raggiunto il 35,6 per cento.

Un elemento di interesse, però, è la composizione dei Neet. Ricordando che il gruppo si compone sia di disoccupati che di inattivi, bisogna sottolineare che la quota relativa agli inattivi, cioè coloro che non cercano lavoro, è diminuita negli anni, mentre è aumentata la quota dei disoccupati e delle forze lavoro potenziali. Questo dato mostra che la crisi ha scoraggiato i giovani meno di quanto si immagini. Ovviamente il numero dei Neet inattivi è aumentato, ma meno dei disoccupati. Ciò significa che vi è una sempre più consistente quota di giovani che è “involontariamente” Neet, che cerca lavoro, sfatando, in parte, l’idea dei giovani italiani che rimangono sul divano, nel limbo di non occupazione e non studio, per scelta di vita. In particolare, a essere maggiormente scoraggiati nella ricerca di un impiego sono i giovani Neet con un basso titolo di studio, cioè quelli che, avendo ricevuto una minore istruzione, hanno forse meno strumenti per affrontare il mondo del lavoro; ma la quota di Neet negli ultimi anni è aumentata molto anche tra chi ha un diploma e tra i laureati, a conferma che in Italia neanche un’istruzione maggiore rappresenta più una garanzia per l’ingresso nel mondo del lavoro.

Secondo i dati Istat aggiornati ad agosto 2014, il tasso di inattività dei giovani tra 15 e 24 anni, pari al 73,2%, è cresciuto di 0,5 punti percentuali nell’ultimo mese e di 0,7 punti nei dodici mesi.

Working poor, ovvero lavoratori poveri A essersi ridotte, in questi anni, sono anche le retribuzioni, in particolare nel settore pubblico, con riflessi sul potere di acquisto dei singoli e delle famiglie. Nonostante il lavoro sia tradizionalmente ritenuto una buona assicurazione contro la povertà, avere un’occupazione nell’Italia della crisi non è più una condizione sufficiente per tutelarsi da questo rischio. Tra i dipendenti, i lavoratori sotto la soglia di povertà sono oltre 2 milioni 640mila occupati. Tra gli autonomi, sono invece 756mila. working poor sono concentrati in particolari in settori, come l’agricoltura, i servizi alle famiglie, alloggio e ristorazione – in cui il tasso di irregolarità è superiore alla media dell’economia.

Facendo un confronto con il periodo pre-crisi, nel triennio 2009-2011 la quota di lavoratori poveri è cresciuta dal 13 al 15 per cento. Una bassa remunerazione, si potrebbe dire, può rappresentare un gradino di ingresso per chi entra nel mercato del lavoro: la transizione dalla scuola al lavoro, soprattutto per i lavoratori meno qualificati, coincide spesso con un’occupazione a basso salario. Ma, se la situazione di bassa remunerazione persiste nel tempo, il lavoratore si trova incastrato nella “trappola” della povertà. Da un anno all’altro meno di un lavoratore a basso reddito su dieci resta tale. Più della metà quindi esce dallo stato di working poor, trovando un’occupazione con salario sopra la soglia di povertà. Il punto è che però una quota non trascurabile dei lavoratori a basso reddito (circa il 38 per cento) esce dall’occupazione “povera”, diventando disoccupato o inattivo. Gli esiti più probabili per chi è lavoratore a basso salario sono dunque il passaggio sopra la soglia, ma anche l’uscita dal mercato del lavoro: due esiti opposti, soprattutto se si considera che il passaggio all’inattività nasconde a volte il fenomeno dello scoraggiamento. 

Quando più componenti del nucleo familiare sono lavoratori a bassa remunerazione e il reddito da lavoro complessivo risulta insufficiente per uscire dalla povertà, assistiamo a quella che nel rapporto Cnel viene definita in work poverty. Rientrano nella definizione di in work poor le famiglie (e di conseguenza, gli individui che ne fanno parte) in cui uno o più componenti siano occupati, e il cui reddito disponibile risulti inferiore al 60 per cento del reddito mediano. Nel 2011 il numero di famiglie in condizione di in work poverty risultava pari a circa 2 milioni e 50mila, circa l’8,1 per cento delle famiglie italiane, mentre in termini individuali la diffusione era pari al 10,6 per cento della popolazione residente in Italia, ovvero 6 milioni 500mila persone.

La probabilità di essere in una situazione di in work poverty è maggiore per gli individui che appartengono a famiglie residenti nel Mezzogiorno (18-20 per cento, il doppio rispetto alla media italiana), e per le famiglie che non sono proprietarie dell’abitazione di residenza (20%). Le famiglie monoparentali con figli a carico (20,6 per cento) presentano maggiori rischi di in work poverty per i loro membri: il lavoro di uno o più dei componenti non è sempre sufficiente a garantire livelli adeguati di benessere. I single beneficiano generalmente di un minor rischio di povertà, ma non quelli più giovani, che sono a maggior rischio di avere occupazioni meno stabili e peggio retribuite (13 per cento). Il rischio di povertà cresce quando la persona di riferimento ha meno di 30 anni (18 per cento), mentre scende con il titolo di studio universitario (4,7 per cento).

(Grafico tratto dal Rapporto sul lavoro Cnel 2013-2014)

Contratti a termine indeterminatiUna delle caratteristiche del nuovo panorama lavorativo italiano è che i contratti a termine non vengono usati come porte d’ingresso per ottenere poi contratti a tempo indeterminato. Se il passaggio ai contratti non a termine prima valeva per quasi il 30% degli occupati a tempo determinato, con la crisi questa percentuale è scesa al 18 per cento. Quando un contratto a termine finisce, le strade sono due: la disoccupazione o l’inattività, quando cioè si smette di cercare un lavoro. Non a caso, sono aumentati gli scoraggiati: coloro che, pur disponibili a lavorare, dicono di aver smesso di cercare una occupazione sono aumentati di 115mila unità, fino a raggiungere la quota dei 3,1 milioni (457mila in più rispetto al 2008).

Negli ultimi anni, il grado di protezione dei contratti a tempo indeterminato e determinato è diminuito in Italia, ma anche in altri Paesi come Spagna, Grecia e Portogallo che ancora soffrivano di una certa di rigidità del mercato del lavoro. E gli ultimi annunci sul Jobs Act non fanno che confermare questa tendenza (decreto Poletti compreso, in particolare sul contratto a termine). La deregolamentazione, spiegano dal Cnel, di solito si è accompagnata con una maggiore spesa per chi perde il lavoro. I dati aggiornati al 2013 sulla spesa per il sostegno dei disoccupati non ci sono ancora, e quindi non è possibile stabilire definitivamente se parallelamente alla maggiore flessibilità ottenuta la riforma Fornero ci sia stato un incremento adeguato delle risorse a disposizione di chi perde il lavoro. Ma sappiamo che nel 2012 – secondo quanto pubblicato dall’Inps – sono stati spesi circa 14 miliardi di euro per trattamenti di disoccupazione, corrispondenti allo 0,9 per cento del Pil nazionale: un decimo in più rispetto a quanto speso nel 2011. 

Boom delle domande di disoccupazione e mobilità Nel 2013, i beneficiari di indennità di disoccupazione ordinaria (e Aspi) sono risultati circa 649mila, con un incremento rispetto al 2012 del 12,1 per cento; mentre i disoccupati con requisiti ridotti, ovvero coloro che percepiscono prestazioni per la disoccupazione dell’anno precedente, erano circa 515 mila. A questi si affiancano i percettori della mini Aspi (poco più di 57mila beneficiari), che ha iniziato a decorrere da gennaio, e che si differenzia dall’indennità a requisiti ridotti per il fatto di essere erogata durante il periodo di disoccupazione (e non l’anno successivo), in analogia alla vecchia prestazione di disoccupazione ordinaria e alla nuova Aspi. La media annua dei lavoratori beneficiari di indennità di mobilità è stata invece pari a circa 181mila, con un incremento dello 0,5 per cento rispetto al 2012.

Rispetto alle domande di disoccupazione, che hanno fatto registrare un +15,9%, le domande di mobilità sono state maggiori, salite di quasi il 35 per cento tra il 2012 e il 2013. I lavoratori che possono fare domanda per ricevere l’indennità di mobilità sono generalmente quelli che sono stati licenziati dopo un periodo di Cig straordinaria e che le imprese, per motivi tecnici o produttivi, non sono riuscite a reinserire. Secondo i dati del ministero del Lavoro, sono soprattutto gli over 60 ad aver fatto domanda di mobilità, probabilmente a causa del posticipo dei requisiti per il pensionamento dopo la riforma Fornero.

In termini assoluti, l’incremento complessivo medio del 2013 rispetto all’anno precedente corrisponde a circa 91mila soggetti che beneficiano di una qualche forma di sostegno, di cui quasi 70mila per disoccupazione e 886mila per mobilità. Il 26,8 per cento delle persone rimaste senza lavoro ha beneficiato lo scorso anno di uno dei due principali istituti di protezione previsti dal nostro ordinamento. Un quota “di copertura” in diminuzione ormai da due anni: se nel 2011 il 30 per cento dei disoccupati risultava sussidiato, nel 2013 lo è poco più di un quarto di loro. 

Troppe tasse sul lavoro I dati mostrano come la posizione dell’Italia nel contesto internazionale in termini di peso della componente fiscale sul costo del lavoro sia tra le meno favorevoli. Secondo il dato Ocse, il cuneo fiscale per il lavoratore singolo era pari nel 2013 al 47,8 per cento, contro una media dell’Europa a 27 di 41,1 e una media Ocse ancora più contenuta, pari al 35,9 per cento. La situazione non varia di molto se si considera il cuneo fiscale per un lavoratore con coniuge e due figli a carico: anzi, la distanza del cuneo fiscale italiano dalla media europea appare ancora più ampia, e nella classifica l’Italia perde una posizione rispetto al caso del lavoratore singolo.

A una maggiore pressione fiscale, aumenta il carico fiscale sul lavoro. I paesi che presentano una combinazione di pressione e cuneo fiscale simile all’Italia sono in particolare la Francia e l’Austria, ma anche in Germania, dove la pressione fiscale è solo leggermente inferiore all’Italia (circa il 40 per cento), il tax wedge appare sensibilmente più alto, di poco inferiore al 50 per cento. Eccezione il Belgio, che presenta il cuneo fiscale più elevato di tutti, pur avendo una pressione fiscale pressoché in linea con l’Italia.

“Impossibile tornare ai livelli precrisi”  «L’uscita del sistema dalla crisi non è agevole», mettono quindi in guardia dal Cnel. E «la caduta della domanda aggregata non può essere contrastata in maniera efficace attraverso misure di stimolo di natura fiscale, dati gli spazi limitati di cui gode la nostra politica di bilancio». Una volta raggiunto il traguardo di un deficit al 3 per cento del Pil, la fase più difficile del percorso di aggiustamento è stata superata, «ma siamo ancora distanti dal poterci permettere politiche fiscali di segno espansivo». Tornare ai livelli occupazionali precrisi? Secondo il Comitato nazionale di economia e lavoro perché il tasso di disoccupazione scenda intorno al 7%, come prima dello scoppio della crisi, servirebbe la «creazione da qui al 2020 di quasi 2 milioni di posti di lavoro». Un’ipotesi che «sembra irrealizzabile». A fine marzo 2014 il presidente del Consiglio Matteo Renzi aveva previsto il calo del tasso di disoccupazione sotto al 10% entro il 2018 scommettendo sul successo del Jobs Act. 

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter