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La Sardegna non vuole più le esercitazioni militari

#Noservitù. La fissazione per gli hashtag del Presidente del Consiglio Matteo Renzi arriva nel consiglio regionale della Sardegna e riapre l’annosa questione delle servitù militari sull’isola. I temi che si discutono in questi giorni fuori dal palazzo della Regione e nelle trattorie dell’adiacente via Sardegna sono almeno due: la chiusura di alcuni poligoni e il riutilizzo delle aree ex militari già dismesse in seguito all’accordo Stato-Regione del 2008.

Sono oltre 35mila gli ettari di terreno che la Sardegna vede vincolati alla servitù militare. La regione ospita dal secondo dopoguerra strutture e infrastrutture al servizio delle forze armate italiane o della Nato, come poligoni missilistici (Perdasdefogu) e per esercitazioni aeree (Capo Frasca) e a fuoco (Capo Teulada), aeroporti militari (Decimomannu) e depositi di carburanti.

Oltre 35mila gli ettari di terreno che la Sardegna vede vincolati alla servitù militare

Già nel 2008, data dell’accordo per il riutilizzo dei beni e delle aree ex militari, si diceva e si scriveva sugli atti parlamentari che quei 35mila ettari risultavano “troppi”. Oggi, a sei anni di distanza, c’è invece chi sostiene la tesi che portino economia e benessere, nonostante gli indicatori economici e demografici dicano l’esatto contrario.

È oggi ancora necessario il numero di questi poligoni? «Al netto del ritiro degli americani dalla Maddalena», dice il presidente della Regione Francesco Pigliaru, «che ha avuto ragioni del tutto particolari, dovute prevalentemente a un cambio della strategia militare dopo la caduta del muro di Berlino, tre poligoni c’erano allora e tre poligoni ci sono ancora oggi».

(La vignetta de L’Unione Sarda)

Lo stesso Pigliaru, a margine dell’ultima seduta del Consiglio Regionale, ha individuato l’esigenza di convocare al più presto la seconda conferenza regionale sulle servitù militari. In questi giorni il tema è scottante, e la politica sarda sul punto è unanime: occorre diminuire le aree vincolate alla servitù militare.

Il presidente della Regione Pigliaru: «Convocare al più presto la seconda Conferenza regionale sulle Servitù Militari»

La chiusura dei poligoni e la restituzione delle aree
La vignetta che ha aperto l’edizione de L’Unione Sarda lo scorso 10 settembre 2014 è emblematica: una Sardegna fatta a puzzle con il presidente della Regione Francesco Pigliaru che, intento a sistemare il mosaico, chiede la restituzione delle aree militari. Il consiglio regionale è unanime: «Stop alle esercitazioni». Il voto in assemblea è avvenuto tre mesi fa. Il 9 settembre scorso c’è stato il discorso dello stesso Pigliaru, che davanti al Consiglio Regionale ha affermato senza mezzi termini che «abbiamo negato qualsiasi assenso alle servitù militari in Sardegna e l’abbiamo fatto in sede istituzionale, aprendo un conflitto che intendo proseguire se non si giunge a un accordo serio».

Il tema è diventato di attualità dopo i due “incidenti” (qui tutti ci tengono a virgolettare) avvenuti a Capo Frasca: un’area della base è finita incenerita a seguito di alcune deflagrazioni, che secondo il rapporto sarebbero compatibili con i fumogeni sparati nel poligono.

Il discorso del presidente della Regione Francesco Pigliaru al Consiglio Regionale dello scorso 9 settembre

Un fatto citato nel discorso di Pigliaru davanti al Consiglio Regionale, che a Capo Frasca è stato anche per un sopralluogo: «Un grave episodio che esplicita il conflitto di interessi civili e politici che in questo momento intercorre tra la Regione e il Ministero della Difesa». I fatti sono avvenuti il 3 e il 4 settembre scorso durante un’esercitazione dell’aviazione tedesca. Il presidente della Regione attacca poi anche i militari: «Il personale del Corpo forestale giunto sul posto è stato fatto entrare da personale militare all’interno del poligono, ma non affiancato nelle operazioni di spegnimento, nonostante esplicita richiesta. Il mancato affiancamento del personale del Corpo Forestale da parte dell’Aeronautica Militare, dovuto all’indisponibilità di adeguate risorse di operatori e mezzi antincendio, ha costretto gli uomini del Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale a intervenire in condizioni di incertezza sulle effettive condizioni di sicurezza». Un’intervento costato circa 20mila euro, che verrà ovviamente fatturato al ministero della Difesa italiana. E, specifica di nuovo Pigliaru, «sono costi al netto dei danni ambientali che dovranno essere valutati con attenzione».

L’Unione Sarda riporta la replica del colonnello Fabio Sardone: «All’ingresso della base era stato verificato che i mezzi della Forestale risultavano inefficienti, o comunque inadeguati allo scopo». Fatto sta che l’incendio si è sviluppato e da queste parti non è certo il primo che divampa in seguito alle esercitazioni nei poligoni: solo a Teulada, fa la conta il presidente della Regione, «sono andati in fumo 440 ettari di bosco».

Insomma, sul tavolo del governo, dopo il voto unanime dell’assemblea regionale di giugno, arriva una richiesta precisa: «Sancire l’impegno del governo verso un riequilibrio del gravame militare, attraverso la previsione di una progressiva diminuzione delle aree soggette a vincoli, la dismissione di alcuni poligoni e la riconversione di altri».

La richiesta: restituire almeno 7mila ettari sui 30mila attualmente utilizzati dai militari

Per tutta la stagione turistica le esercitazioni si sono fermate, ma il 15 settembre riprenderanno regolarmente, fa sapere il ministero della Difesa. Un termine che piace poco a Pigliaru e a Regione Sardegna. Tuttavia le richieste del consiglio regionale sardo al ministero della difesa guidato da Roberta Pinotti sono chiare: togliere il filo spinato a posti come Teulada, Quirra e la stessa Capo Frasca, avere «valutazioni scientifiche dei costi della presenza militare», che a oggi non esistono, e restituire almeno 7mila ettari sui 30mila che attualmente utilizzano i militari, non solo italiani, per le esercitazioni. Una richiesta, quest’ultima, giustificata dal taglio del personale da 190mila a 150mila unità, pari al 21% dell’intero contingente presente in regione. La partita con il ministero della Difesa è iniziata.

Le aree dismesse: incompiute dal 2008
Nel 2008 arriva l’annuncio dell’accordo di Stato-Regione per il recupero di beni ex militari. Dopo la rimozione del filo spinato, però, sono rimaste le briglie, i vincoli e l’inerzia di Ministero, Regione e agenzia del demanio, che nel 2013 ha stoppato tutte le (poche) operazioni in essere. La presenza di una clausola “capestro” ha fatto il resto: la Regione avrebbe dovuto accollarsi le spese di messa in sicurezza e ristrutturazione, perché non devono esserci oneri finanziari “a gravare sullo Stato”.

L’accordo arriva il 27 febbraio del 2008: al tavolo l’allora sottosegretario alla presidenza del consiglio Enrico Letta, l’ex presidente della Regione Sardegna Renato Soru, i rappresentanti dei ministeri, compreso quello della Difesa guidato da Arturo Parisi, e anche il commissario per la già programmata realizzazione del G8 alla Maddalena Guido Bertolaso. Obiettivo dell’accordo: il passaggio dei beni ex militari dallo Stato alla Regione. In sostanza il ministero della Difesa avrebbe dovuto individuare gli immobili non più strategici, girarli al Demanio, che a sua volta li avrebbe trasferiti alla Regione.

Programma utilizzazione poligoni permanenti ed occasionali sul territorio sardo

«Liberare i beni» è il leitmotiv dell’operazione, con un termine di tre anni. Nel 2011 arriva la proroga per altri due, fino a che nel marzo 2013, arrivata la scadenza del programma, il demanio comunica che altre proroghe non sono concesse e gran parte delle aree oggi sono ricettacolo di erbacce, da La Maddalena a Cagliari, con il classico rimpallo di responsabilità tra uffici del Demanio e Regione.

L’Unione Sarda riporta i casi dei pezzi pregiati a La Maddalena come il deposito carburanti di Marina e Aeronautica a Monte Urpinu, che è sì tornato nelle mani della regione ma è inutilizzato dopo un tentativo di cedere l’area alla Coldiretti. Stesso destino – riporta il quotidiano sardo – per duecento metri quadri coperti e un enorme terreno che ospitava l’alloggio del comandante dell’aeronautica: deserto. Stesso destino anche per un palazzotto di due piani davanti alla caserma Ederle a Calamosca. In tutto i beni trasferiti sono 350 per un valore di mercato di oltre 200 milioni di euro.

In tutto i beni trasferiti sono 350 per un valore di mercato di oltre 200 milioni di euro

Intanto, dopo la visita dello stesso Pigliaru a Capo Frasca, teatro dei roghi del 3 e 4 settembre scorsi, il dibattito si è riacceso e sulle servitù militari, in particolare quella di Capo Frasca, è intervenuto il sindaco di Arbus, Franco Atzori, che a L’Unione Sarda ha dichiarato che i vantaggi economici che arrivano dalla presenza del poligono sono ben pochi: «Ci saranno sì e no otto soldati di Arbus» e «gli indennizzi arrivano in ritardo, e sono soldi che non possiamo spendere» a causa del patto di stabilità.