Renzi difenda Draghi e l’autonomia Bce

Renzi difenda Draghi e l’autonomia Bce

Il vero match comincia adesso, altro che “primo round a Renzi”, come ha intitolato La Stampa nel commentare la nomina di Federica Mogherini ad alto commissario per la politica estera e di sicurezza (Lady Pesc, adottando l’acronimo eurocratese). La campana, in realtà, è suonata qualche giorno prima, con le telefonate di Angela Merkel e Wolfgang Schaüble a Mario Draghi. L’accenno alla flessibilità nell’intervento pronunciato a Jackson Hole non è andato giù al governo tedesco che ha ribadito il suo diktat: austerità. Un amaro risveglio dal sogno che il semestre di presidenza italiano possa allentare la camicia di Nesso nella quale è stretta l’Eurolandia. E altri rintocchi a martello per chi ancora s’illude che l’indipendenza della Banca centrale valesse anche per il suo azionista di maggioranza relativa.

I puristi del monetarismo potrebbero dire che il vulnus è cominciato nell’agosto 2011 quando la Bce guidata da Jean-Claude Trichet (con Draghi già scelto quale successore) scrisse una lettera al governo italiano e una a quello spagnolo con un dettagliato elenco di cose da fare. La politica fiscale non spetta all’Eurotower, anzi nemmeno a Bruxelles, essendo ancora facoltà dei governi nazionali. Quindi la banca aveva varcato il Rubicone. Da allora ogni mossa è stata un gioco a scacchi con Berlino e un accorto lavorio di mediazione con Parigi o con Roma (quanto a Madrid, è ancella della Germania almeno fin dalla prima guerra mondiale).

Draghi è stato abile e coraggioso, volpe e leone, da vero seguace di Machiavelli, ma adesso è con le spalle la muro. Giovedì dovrebbe decidere se allentare ancora la vite monetaria, anche se ormai sta esaurendo gli strumenti a sua disposizione. Ebbene non deve essere lasciato solo. Prima di allora, Renzi come presidente di turno della Ue e Jean-Claude Juncker come capo della commissione dovrebbero scendere in campo per difendere l’autonomia della Bce e dare un altolà all’arrogante mossa tedesca. È questa la vera partita; il gioco si fa duro e adesso si vedrà chi ne è all’altezza.

Quando ancora si passavano molte ore sui testi latini, i professori spiegavano l’apologo con il quale Menenio Agrippa convinse i plebei a cessare il loro sciopero generale sul Monte Sacro. Era il breviario del buon governo: lo Stato ideale è identico al corpo umano, ogni organo svolge il proprio compito e contribuisce alla salute dell’insieme. Ebbene, la vulgata della politica economica dell’Eurolandia sembra copiata pari pari da Tito Livio: ogni governo deve fare i compiti a casa, cioè le riforme più opportune, poi la Banca centrale europea fornirà la liquidità necessaria e la commissione Ue terrà conto della buona volontà e dei risultati ottenuti lasciando più tempo e più spazio ai buoni allievi per sistemare i propri conti. A ciascuno il suo.

Invece, le cose non stanno così. C’è qualcuno che deve fare di più e meglio degli altri. E costui non è, come si dice, il Paese che si trova in difficoltà; no, chi non ha fatto abbastanza in questi anni è esattamente la plancia di comando dell’Unione europea. È proprio la testa che non ha funzionato, se vogliamo adottare la parabola organicistica. Ora che si sta completando la squadra, bisogna che Jean-Claude Juncker, Donald Tusk, Federica Mogherini e ancor più chi sarà il nuovo responsabile economico, se ne rendano conto una volta per tutte.

Sembra esserne consapevole Matteo Renzi. Sa di aver ottenuto un successo di facciata (la Pesc dà prestigio, ma ha poca sostanza, almeno finora). E ha detto e ripetuto (anche sabato scorso) che non si può andare avanti come prima. Ci vuole uno scatto di reni, una svolta, uno slancio di fantasia e di intelligenza. Ma in questo momento tutti lo aspettano proprio da lui.

La copertina dell’Economist sarà stata crudele, però non era affatto una cavolata. L’Unione europea, soprattutto l’area euro, resta una barchetta di carta e Mario Draghi non ha secchielli abbastanza per svuotarla di tutta l’acqua che ha imbarcato. I tassi d’interesse sono già al pavimento, l’acquisto di titolo cartolarizzati e nuova liquidità alle banche (sia pur condizionata alla erogazione di credito per le piccole imprese) forniranno altro ossigeno, ma non potranno curare il mal sottile che ha bloccato gli investimenti e congelato i risparmi.

Negli ultimi sei anni, l’Eurolandia ha attraversato ben quattro crisi economiche (un ritmo addirittura biennale). Il conto è presto fatto: 1) la crisi finanziaria del 2008 anticipata un anno prima dal fallimento di alcune banche europee (sì i subprime sono diavolerie americane, ma le banche europee ne hanno fatto indigestione a cominciare dalla più potente di tutte, la Deutsche Bank); 2) la crisi greca del 2010, affrontata prima con sufficienza, poi con superficialità e sempre con docce gelide e pezze calde (perché erogare prestiti a breve e ad alto interesse anziché fare il contrario e lasciare tempo per aggiustare una economia più piccola del più piccolo Land tedesco?); 3) è arrivata poi la crisi dei debiti sovrani e la guerra degli spread culminata nell’estate 2012; 4) adesso ecco la miscela micidiale di stagnazione e deflazione quella che abbiamo chiamato stag-deflazione su linkiesta già nel gennaio scorso, quando ormai solo un cieco poteva non vederla.

Gli Stati Uniti si sono ripresi fin dal 2009 e sono cresciuti sempre, anche se a ritmi inferiori alla media per il peso dei debiti privati ai quali si aggiunge adesso il crescente debito pubblico. Il salvataggio operato da una politica monetaria aggressiva e una politica fiscale espansiva, con tutte le critiche che si possono fare (e vanno fatte) ha prodotto come risultato una crescita americana doppia di quella europea con una disoccupazione pari alla metà. Un fatto che nessun se e ma può cancellare. E in questa situazione c’è chi vuole andare avanti con la filosofia di Menenio Agrippa? Sembra sfuggire al buon senso, eppure è così.

Lo scenario internazionale è rapidamente peggiorato anch’esso, in parte per eventi imprevedibili in parte per crisi che la Ue non ha saputo gestire, come quella Ucraina. Ora la Mogherini (ma con lei i governi europei) si trova davanti a ben tre conflitti di vasta portata: uno antico in Palestina, uno ormai ventennale in Iraq (l’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein risale al 1991) e uno recente con la Russia. Non solo. La Ue deve fare i conti con la nascita di una forza militare anti-russa nel seno della Nato, guidata dalla Gran Bretagna.

Il capo del governo italiano finora non ha messo in campo nessuna proposta. Ha annunciato una iniziativa per la crescita e l’occupazione, però si tratta di una conferenza da tenere in Italia a ottobre. Interessante per un ufficio studi, molto meno per un organismo politico. Siamo ancora alle slide e ai dossier. Ci sarà poi un consiglio europeo verso fine anno con l’obiettivo di prendere qualche decisione. E forse sarà troppo tardi. Pochi lo hanno notato, ma la Banca dei regolamenti internazionali (che comprende le maggiori banche centrali) sostiene che in Cina e in Brasile c’è una bolla creditizia che potrebbe scoppiare. Stiamo parlando delle due più grandi economie in via di sviluppo.

La presidenza italiana ha ripetuto a più non posso che bisogna mettere al primo posto la crescita, ma non ha spiegato come. Ed è evidente che “la flessibilità rispettando il 3%” è una formula inefficace (a parte il fatto che interessa soprattutto l’Italia visto che Francia e Spagna hanno un deficit sul pil nettamente superiore). Hai voglia a evocare gufi, corvi e sparvieri; non è più tempo di bestiario e vaudeville.

Ma che cosa potrebbe fare Renzi che guida un paese ancora in mezzo al tunnel? Da solo nulla. Ben diverso se sceglie fino in fondo la “strategia dei vasi comunicanti”, obbligando tutti a rispettarne la logica e ad applicare gli impegni. Una strategia che è stata già delineata dal Fmi e dal G20 e viene a ogni pie’ sospinto sollecitata dagli Stati Uniti (quindi l’Italia sarebbe tutt’altro che isolata). Si tratta, in altri termini, di uno scambio tra le riforme strutturali (che tutti debbono realizzare ciascuno a suo modo) e il rilancio della domanda interna attraverso una politica fiscale espansiva da parte dei paesi con i bilanci pubblici in pareggio e la bilancia con l’estero in attivo. La Germania, chiaramente, fa da locomotiva, ma non da sola e soprattutto non troverebbe vagoni piombati a rallentare il cammino. Berlino chiede austerità e non vuole dare nulla in cambio? E dove siamo? Nemmeno l’imperatore del Sacro romano impero trattava così la Dieta di Ratisbona. Una linea oltre tutto cieca perché anche l’economia tedesca rischia la stag-deflazione.

La commissione Barroso è stata forte con i deboli e debole con i forti; cedendo via via poteri e prerogative ai governi nazionali. Diventa legittima a questo punto la domanda degli euroscettici: se è così a cosa servono tutte queste istituzioni burocratiche, a riempirci di ridicoli regolamenti? Anche la commissione Juncker seguirà le stesse orme o saprà esercitare la leadership che gli elettori hanno chiesto? Qui si parrà la sua nobilitate. Il fiorentino Renzi sa meglio di altri cosa vuol dire e speriamo non gli basti il contentino della Pesc.

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