Ucraina, nei distretti dell’Est Putin ormai ha vinto

Ucraina, nei distretti dell’Est Putin ormai ha vinto

Quella appena passata è stata una settimana ricca di novità per l’Ucraina. Il Presidente Poroshenko, impegnato a difendere il Paese dalla minaccia russa nell’Est fin dalle elezioni dello scorso 25 maggio, ha salutato gli ultimi fatti come importanti passi avanti nella contesa con Mosca. «Le vittime degli scontri sono dieci volte meno numerose del periodo precedente all’accordo per il cessate il fuoco del 5 settembre», ha detto ieri sul canale della tv di Stato Ut-1 il Willy Wonka ucraino, l’oligarca famoso al mondo per aver fatto la sua fortuna con la produzione dei cioccolatini Roshen

Il Presidente ucraino Petro Poroshenko (Dan Kitwood/Getty Images)

Dopo la tregua del 5 settembre, infatti, il giorno 20 dello stesso mese, a Minsk, Bielorussia, l’ex presidente ucraino Leonid Kuchma, in rappresentanza di Kiev, ha annunciato la firma di un memorandum in nove punti per un cessate il fuoco e la creazione di una zona demilitarizzata di 30 km nella parte orientale del Paese (qui la traduzione in inglese fornita dal Kyiv Post). Per raggiungerlo ci sono volute sette ore di colloqui del “gruppo di contatto” formato da Osce, Mosca, Kiev e separatisti filo-russi.

Civili ucraini catturati dai ribelli vengono rilasciati dopo l’accordo del 20 settembre (Getty Images)

Pochi giorni prima, il 18 settembre, la seduta plenaria del Parlamento europeo ha ratificato a larghissima maggioranza l’accordo di associazione con l’Ucraina, quello negato dall’ex Presidente Yanukovich e causa della rivolta di piazza Maidan nel novembre 2013. 535 i sì, 127 i no, 35 gli astenuti.

Ma nonostante i toni positivi di Poroshenko, il conflitto (il più sanguinoso per il Paese dopo la Seconda Guerra Mondiale, ricorda giustamente Bloomberg, che ha provocato più di 3200 morti e 8000 feriti secondo dati Onu) non è davvero risolto.

Fin dal 5 settembre, infatti, una parte dei ribelli dell’Est ha continuato a combattere. Sono violazioni fatte da miliziani non controllati dai ribelli filo-russi, ha spiegato ieri Poroshenko alla tv di Stato, minimizzando. Costituiscono ancora minaccia, ha tuttavia controbattuto la Nato.

«Di fatto abbiamo un cessate il fuoco solo sulla carta», ha riferito ai giornalisti il Generale delle Forze aeree statunitensi Philip Breedlove, Comandante supremo Nato per l’Europa, il 20 settembre a Vilnius, in Lituania. «Il numero di interventi e di colpi sparati negli ultimi giorni corrisponde ad alcuni dei livelli del pre-cessate-il-fuoco», ha detto, contraddicendo Poroshenko. La minaccia militare di Mosca resta per il Generale ancora effettiva: le forze russe che si attardano lungo il confine ucraino sono secondo Breedlove «del tutto in grado di fare quel che hanno fatto poco più di una settimana fa, cioè attraversare il confine».

Il Generale Breedlove, Comandante supremo Nato per l’Europa

Secondo Aldo Ferrari, analista dell’Ispi, la situazione non è così lineare. Da un lato, è ragionevole temere che le regioni dell’Est restino ancora calde, visto che i separatisti che le popolano non sono un gruppo coeso e omogeneo e molti continuano a combattere. Tra loro ci sono soldati russi ligi al volere di Mosca (e quindi d’accordo nel rispettare l’intesa del 20 settembre) ma anche combattenti locali più o meno allineati con il volere di Vladimir Putin. «Le dinamiche interne ai gruppi dei ribelli sono complicate. Non tutti sono legati a Mosca nello stesso modo», spiega Ferrari. «E si consideri anche che Putin in questo momento rappresenta una delle voci meno oltranziste di Mosca». Ma Ferrari ricorda anche che nelle guerre tra milizie irregolari è normale che dopo una tregue le parti più radicali o quelle con particolari interessi da difendere decidano di non rispettarla, continuando a combattere.

Che abbia ragione il Generale Breedlove o l’analista Ferrari, la minaccia russa sul Paese di Poroshenko non sembra davvero scomparsa.

Più dei colpi di mortai degli ultimi ribelli, pesa la legge approvata dal parlamento ucraino martedì 16 settembre, in attuazione del piano di pace del 5 settembre. «Un atto di debolezza di Kiev», commenta Aldo Ferrari, per giunta snobbato dai ribelli, che continueranno, dicono, a chiedere la totale indipendenza del Donbass.

«La regione del Donbass non c’entra più niente con l’Ucraina, abbiamo già completa autodeterminazione», ha affermato Andrei Purgin, “vice primo ministro” della Repubblica popolare di Donetsk.

Kiev, di fatto, si impegna a concedere uno “status speciale” per tre anni per alcuni distretti delle regioni separatiste di Donetsk e Lugansk. Il libero uso della lingue russa ed elezioni locali anticipate il 7 dicembre. L’organo legislativo ha inoltre approvato un progetto di legge per amnistiare a certe condizioni i separatisti del sud-est (tranne quelli responsabili della caduta del volo M17 della Malaysia Airline).

«Kiev in questo modo ha fatto sue le rivendicazioni dei separatisti e di Mosca, è un atto di debolezza che concede a Mosca un punto di appoggio molto forte in Ucraina», spiega Ferrari. Una volta concessa l’autonomia governativa sarà difficile per Kiev tornare indietro. «Questa legge segna l’inizio della fine del controllo di Kiev sull’Ucraina dell’Est». Ma si tratta, secondo gli analisti, di una mossa inevitabile.

«L’Ucraina non aveva altra scelta se non accettare la triste realtà di non poter respingere l’aggressione russa. Permettere a Donetsk e Lugansk, entrambe guidate dai ribelli supportati dalle truppe russe, di vivere con uno status speciale di auto-governo e di concentrarsi sulla ricostruzione e sulle riforme locali è l’unica opzione per Poroshenko», commenta sulle colonne del Financial Times Eugene Rumer del Carnegie Endowment. 

«Mosca può ancora forzare la mano militarmente e in un attimo arrivare a Mariupol e Odessa», continua Ferrari. «Se l’Ucraina ha approvato la legge è perché ha ritenuto di non poterne fare a meno».

È un altro punto a favore di Putin, che ha salutato positivamente la mossa di Kiev. Ma uno in meno per Poroshenko.

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