Una famiglia alto borghese

Una famiglia alto borghese

Trent’anni fa faceva il suo debutto sugli schermi statunitensi una sitcom destinata a battere gli indici d’ascolto del periodo. Raccontava la vita quotidiana di una numerosa famiglia afroamericana — e per vita quotidiana intendo che un intero episodio poteva essere imbastito su un succo di frutta rovesciato o su mezz’ora di ritardo rispetto al coprifuoco. Si trattava diThe Cosby Show, da noi conosciuto più prosaicamente come I Robinson, perché si riteneva che il vero cognome della famiglia, Huxtable, fosse foneticamente problematico per gli italiani anglofobi degli anni ’80.

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Diversamente dai Jefferson e da altre serie con protagonisti afroamericani, lo show ruotava intorno a una famiglia dell’altissima borghesia, che non aveva fatto fortuna venendo “dal basso”, ma apparteneva per nascita alla colta classe media americana. Il padre era ginecologo e la madre avvocato – professioni ben remunerate, senz’altro, ma che ancora non spiegano come fosse possibile mantenere in pompa magna cinque figli sostanzialmente nullafacenti.

La ricchezza della famiglia era ribadita e ostentata a più riprese. Per dirne una, se quando a voi serve un idraulico vi mettete pidocchiosamente a cercare il più economico, sappiate che gli Huxtable/Robinson chiamano tutti i numeri dell’elenco telefonico, tanto «se vengono in quindici non importa: a pagare ci pensa Cliff». Salvo poi fare le pulci quando la figlia più piccola vuole comprare un regalo alla mamma ma ha solo pochi dollari e il padre la obbliga a guadagnarsi i restanti facendo per giorni le faccende di casa. Ma tutta questa opulenza, di cui, per uniformità di rango, godono anche gli amici degli Huxtable — tutti afroamericani e tutti ricchi sfondati — non era affatto contemplata in un primo tempo, quando la serie fu ideata.

La genesi risale ai primi anni ’80, quando Carsey e Warner, due ex dirigenti del network ABC, dopo il successo di Mork & Mindy eTre cuori in affitto, decidono di mettersi in proprio. Per la prima sitcom della loro nuova compagnia vogliono un nome di richiamo e optano per Bill Cosby, noto attore comico, che al momento stava affrontando una lieve flessione della propria carriera.

Cosby, subito ispirato, propone un soggetto: le vicende di una famiglia di ceto medio-basso con quattro figli — due per genere —, un padre autista di limousine e una madre – qui le fonti si dividono: casalinga secondo Wikipedia Italia, elettricista secondo Wikipedia US, e idraulico secondo articoli vari — di origine dominicana. A questo punto però interviene la signora Camille Cosby, la vera consorte di Bill: secondo lei la sitcom doveva riflettere maggiormente la loro vera famiglia, e così gli Huxtable vengono repentinamente promossi a un nuovo rango sociale e la simmetrica parità tra figli e figlie viene sovvertita a favore delle femmine.

La famiglia Huxtable viene dunque modellata a immagine e somiglianza della famiglia Cosby. Persino la dislessia del figlio Theo è mutuata dal vero Ennis William Cosby. Una delle poche discrepanze, il numero dei figli — quattro nella sitcom, cinque nella realtà — viene corretta dopo la puntata pilota con l’aggiunta della maggiore, Sondra, per il cui ruolo in un primo tempo si era pensato a Whitney Houston, che però ha preferito continuare a cantare.

I pullover di Cliff

La serie, come è chiaro fin dalla sigla, era concepita per valorizzare le doti comiche di Bill Cosby, il quale godeva di un potere decisionale davvero insolito. Nel ’76 aveva conseguito una laurea in pedagogia e conservava alcune velleità didattiche: nelle sue intenzioni lo show doveva essere divertente e contemporaneamente istruttivo, «una risposta all’aumento di violenza e volgarità nei programmi televisivi». Di qui le battaglie ideologiche portate avanti nel programma, come la parità di genere, di cui si fa portavoce soprattutto la madre Clair, e l’alta dose di perbenismo conservatore, che emerge con particolare perspicuità nei drammi familiari scatenati da un taglio di capelli stravagante, da un buco all’orecchio, o da una precoce passione per il make-up. Il dress code nei Robinson era fondamentale. Ampio margine era concesso all’eclettismo anni ’80 in materia di colori e fantasie, come testimoniano gli indimenticabili pullover di papà Cliff, tutti rigorosamente disegnati dallo stilista olandese Koos Van Den Akker: ma la tolleranza verso i look provocanti e i tagli di capelli – nemmeno troppo eccentrici – era minima, nella fiction come nella realtà. A farne le spese fu in particolare un certo Carl Anthony Payne, che interpretava il ruolo ricorrente di Scarafaggio (Cockroach), un amico di Theo, cacciato senza appello dallo show perché aveva deciso di farsi crescere i capelli.

Il più grande scandalo fu però provocato da Lisa Bonet (Denise), che nel 1986, a 19 anni, recitò in Angel Heart a fianco di Mickey Rourke, fra scene di nudo e riti voodoo. Essendo la più amata dal pubblico, non fu del tutto epurata, solamente esiliata al college e relegata nella serie spin offA Different World (in italiano Tutti al college) dalla quale fu nuovamente cacciata perché aspettava un figlio da Lenny Kravitz. La storia è però a lieto fine e la figliol prodiga venne reintegrata a pieno titolo nella serie originale, dove resterà fino alla settima stagione.

Lo show registra in tutto otto stagioni e termina nel 1992 con un totale di 201 episodi e un gran numero di celebri cammei, soprattutto musicali, tra cui Dizzy Gillespie, Tito Puente e Stevie Wonder; dal suo successo dipenderanno altri fortunatissimi show come Willy, il principe di Bel-Air, la cui famiglia di afroamericani ricchi — i Banks — condivide lo stesso status sociale dei Robinson. Che però la messa in scena di una famiglia afroamericana ricca e felice rappresentasse all’epoca un’alternativa allo stereotipo dei neri in difficoltà; che testimoniasse addirittura un superamento delle condizioni in cui versava la maggioranza di colore in America – be’, molti, come Henry Louis Gates, non lo pensavano affatto, e anzi accusarono lo show di dipingere un mondo fittizio, quasi che razzismo e povertà fossero problemi relegati al passato.

Il mondo a misura di salotto

D’altra parte come era possibile parlare di razzismo se l’unico bianco dell’universo Huxtable era — se ben ricordo — l’amico semi muto della figlia piccola Rudy? La mia generazione ha guardato I Robinson per lo più la domenica mattina, sorseggiando del latte e cacao, molto prima che sopraggiungesse l’età della ragione, e ne ha pertanto un ricordo un po’ sfumato. Non facevamo certo caso al conservatorismo di fondo ed eravamo invece molto bravi a sospendere l’incredulità per immergerci fino al collo nel rassicurante universo manicheo delle sitcom. Esattamente come in tanti show coevi, quello descritto era un mondo ovattato, refrattario ai problemi complessi (nonostante gli scopi pedagogici), sostanzialmente circoscritto al salotto, entro le cui mura i problemi sono a misura di casa, e quelli troppo grandi, ad esempio una gravidanza precoce, non hanno diritto di cittadinanza, ma sono al più riferiti a personaggi occasionali, legati solo di sfuggita alla famiglia.

E come in ogni universo manicheo che si rispetti, ci sono ovviamente gli antagonisti, che di preferenza sono incarnati dai corteggiatori delle figlie, in particolare da quelli che osano fare osservazioni critiche sullo stile di vita opulento dei genitori.

Questo , secondo me, è l’episodio-emblema del dissidio. L’eloquente titolo italiano è Ma quanto è strano questo? e la trama ruota attorno al nuovo corteggiatore di Denise – non a caso la più screanzata – che è una sorta di caricatura dello stereotipo di un giovane radical.

Intellettuale spocchioso che indossa programmaticamente i calzini spaiati per mettere in crisi gli ideali borghesi, il ragazzo incontra subito l’antipatia del padre perché osa parlar male delle aziende farmaceutiche e aprire l’annosa questione dell’assicurazione sanitaria. Rabbonito da Clair, il buon Cliff si sforza di mantenere l’aplomb, finché è costretto a sua volta a trattenere la moglie perché il piccolo contestatore ha azzardato chiederle come ci si sente, da avvocato, a difendere i colpevoli. Lasciando stare la sicumera del giovincello, le osservazioni vertevano – con tutta la banalità del caso – su problematiche serie, che avrebbero potuto offrire qualche spunto di discussione. Ma ecco che l’episodio prende una piega che ancora oggi non riesco a spiegarmi: il nostro eroe sinistroide e vegetariano si abbandona a un’improbabile professione di maschilismo, che lo rende finalmente indesiderabile anche agli occhi della figlia. Lui e le sue osservazioni – giuste o sbagliate che fossero – svaniscono nella notte newyorkese e a casa Huxtable torna la pace. Con grande sollievo di Cliff Huxtable – e di Bill Cosby.

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