Cristiano Godano: “L’Italia non è un Paese rock”

Cristiano Godano: “L’Italia non è un Paese rock”

Era la primavera del 1994. Cristiano Godano aveva quasi 28 anni. I Marlene Kuntz già cinque. L’8 aprile di quell’anno un elettricista della Veca Electric trovava il corpo di Kurt Cobain, leader dei Nirvana, nel garage della sua casa con un foro di fucile in testa. Il 10 maggio, la Geffen Records pubblicava negli Stati Uniti Experimental Jet Set, Trash & No Star dei Sonic Youth. Tre giorni dopo, nei negozi di dischi italiani, compariva la copertina rossa di Catartica, il primo album dei Marlene. Lo avevano registrato in uno studio di Calenzano, sulle colline che circondano Firenze, ma i suoni ricordavano (e non poco) il noise newyorchese dei Sonic Youth. Nel 2014 Cristiano Godano ha 48 anni (li compie il 21 novembre), i Sonic Youth non fanno un disco dal 2009, e i Marlene festeggiano i 25 anni insieme e vent’anni dall’album di esordio con un’altra copertina rossa, quella di Pansonica, che ripropone i brani risalenti all’“epoca” di Catartica rimasti fuori da disco.

Dopo vent’anni, i suoni sono sempre quelli. E la formazione è rimasta più o meno simile – Godano voce e chitarra, Riccardo Tesio alla chitarra, Luca Bergia alla batteria – a parte il ricambio frequente al basso (oggi suonato da Luca Saporiti) e un nuovo ingresso alle tastiere, violino e percussioni. Nel frattempo, i Marlene hanno prodotto altri otto album in studio, tre dal vivo, quattro EP e altrettante compilation.

Vent’anni non sono pochi, e il mondo musicale di Catartica non è certo quello di Pansonica. L’Arezzo Wave esiste ancora sì, ma oggi è X Factor il sogno di molti. Di Catartica in tanti conservano ancora il disco o la musicassetta da mettere nel Walkman o nello stereo. Per ascoltare Pansonica nel 2014 basta avere uno smartphone e andare su Spotify. Ai tempi di Catartica se volevi incrociare Godano e colleghi dovevi seguirli nei concerti di tutta Italia al grido di Festa Mesta, oggi sulle pagine Facebook e Twitter del gruppo i Marlene pubblicano puntuali la canzone “del mattino” e della “sera” e se sei fortunato magari Godano risponde anche a un commento. Le logiche della musica in Rete e quelle dei social, a dire il vero, non lo fanno proprio impazzire. Ma se vuoi una carriera lunga come la sua non puoi permetterti di restare il rocker maledetto di vent’anni fa chiuso tra i libri di poesie e i quadri di Schiele.

«Non sono una persona contro il progresso», racconta Cristiano mentre si prepara a ripartire per il tour di Pansonica. «E ho ben presente che quando la riproduzione della musica su supporto divenne un fatto reale – fino a quel momento la musica era solo concepita live – molti compositori rimasero inorriditi all’idea e quindi ben poco lungimiranti. Mi pare che uno che colse invece immediatamente l’ottima opportunità, e con estrema curiosità, fu Igor Stravinskij. Perciò non amo l’idea di rischiare di passare per una sorta di conservatore retrogrado. Però… Però la musica in streaming e su Spotify, che ora come ora vuol dire sostanzialmente gratis, non mi piace lo stesso». Perché? «Perché, prima di tutto, mi ha danneggiato come musicista che vive della sua musica come chiunque vive del suo lavoro, e poi perché quando tutto è gratis si abbassa la qualità delle cose, che vengono a noia». Lui, Godano, la musica dice di ascoltarla ancora «allo stereo, ma non compro quasi più i cd. Mi masterizzo i dischi che prendo su iTunes, e qui sì che sono retrogrado ma sono c… miei (sorride) e non sono su Spotify». Mai ascoltato la musica in Walkman, giura. «Amo ascoltarla in auto quando mi sposto per lavoro da solo».

(Flickr/Fabio Fois/)

(Flickr/Andrea Donato Alemanno)

Certo, ammette, l’ascoltatore «ama l’idea che tutto sia a sua disposizione. Ma… avrei dei “ma”. Perché secondo me è solo un’illusione». Pensando alle dinamiche della pagina Facebook dei Marlene Kuntz, dice: «La gente in genere non è per nulla curiosa o vogliosa di scoprire cose nuove. Se mettiamo i Radiohead, i Pearl Jam eccetera, sono 2mila “mi piace” garantiti. Se mettiamo una band conosciuta solo nei circuiti underground, i “mi piace” diventano poche decine, quando va particolarmente di lusso».

I social: un’altra nota dolente del ragazzo misterioso che concepì i testi di Catartica vent’anni fa. Se cercate un profilo Facebook o Twitter di Cristiano Godano, a parte quello creato da qualche fan, non lo troverete. Ma tra una poesia di Valery e qualche verso di Montale, anche lui trova il tempo di scorrere i post della pagina del gruppo. Anche se, ammette nostalgico, «posso dire che per me era molto, molto, molto (tre volte, ndr) più bello quando potevo favoleggiare sui miei beniamini. Non sapevo nulla di loro fino a che un nuovo disco non stava per uscire. Allora, di colpo i giornali che leggevo se ne occupavano con le anticipazioni. Dopo di che, quando il disco usciva, uscivano gli articoli, nuove sessioni di foto. E lì, a distanza magari di un anno e mezzo, potevi godere della sorpresa dei cambiamenti. Impostavi l’acquisto del disco e la visione del concerto che di lì a poco ci sarebbe stato anche in Italia». Insomma, «c’era la favola, la suspance, il mistero, il fascino che il mistero si portava dietro». E ora? «Ora i musicisti che non stanno sulla Rete quasi quotidianamente rischiano di scomparire. Ma per stare sulla Rete quotidianamente elimini la sorpresa e il mistero e sei a contatto costante con tutti, eliminando qualsiasi dislivello. Credo che fra un Cristiano Godano che ha vent’anni di carriera alle spalle e un pincopallo che ti apostrofa di pancia e con strafottenza, che potrebbe essere un genio ma mediamente guarda caso è un emerito cretino, ci possano/debbano stare delle differenze». Ma, ripete più volte, «non amo l’idea di oppormi al progredire delle cose, anche perché, fra l’altro, sono una persona estremamente curiosa».

E qualche strappo allo stereotipo purista dei rocker pure i Marlene se la sono concessa, facendo storcere qualche volta il naso agli ortodossi dell’underground. Per prima cosa nel 2012 sono andati a Sanremo. Ma «siamo stati visti come marziani, nonostante avessimo portato una ballata come Canzone per un figlio non debordante, non eccessiva, non urlata. E la dice lunga assai che si sia usciti subito dalla competizione. Però è promozione: è l’unica cosa che abbiamo in Italia per promuoverci. Non abbiamo il Letterman Show, dove sono andati tutti, ma proprio tutti, i gruppi di riferimento di chiunque si pregi di ascoltare musica di qualità. E duqnue sono felice di aver scelto di andare a promuovermi passando una settimana di puro e surreale divertimento».

E l’anno scorso i Marlene sono stati anche vocal coach nel talent The Voice of Italy. «Diventiamo ubiqui e multitasking», dice Godano. «Facciamo cose, troviamo situazioni complementari, non diamo mai per scontato nulla, lavoriamo sodo, stiamo all’erta». Ovvio, «certi gruppi dell’underground italiano non andrebbero mai a X Factor per tentare di farcela: e come dargli torto! Le situazioni come Arezzo Wave esistono ancora, ma non è più di moda il rock di un certo tipo qua in Italia». Le nuove generazioni di aspiranti musicisti Godano le conosce, visto che tra le sue varie metamorfosi è anche docente al master in Comunicazione musicale dell’Università Cattolica di Milano. «Il fatto», aggiunge, «è che noi una base di fan ce la siamo riuscita a fare nei tempi precedenti… Sono le nuove leve che hanno maggiori problemi purtroppo. Noi lottiamo come minimo per una dignitosissima sopravvivenza, loro la sopravvivenza non hanno molte chances di intravederla».

Dei Marlene Kuntz negli anni Novanta Enrico Brizzi (che poi “rubò” Nuotando nell’aria per la colonna sonora del film Jack Frusciante è uscito dal gruppo) disse che erano «l’unico gruppo di rock italiano». Anche se Godano ammette: «Viviamo in un Paese non esattamente “rock”». Poi precisa: «In questa definizione chiunque ci metta ciò che vuole: non alludo di certo alla cultura da “Hard-rock cafè”, quanto a un qualche tipo di idea attinente al concetto di “cultura alternativa”, usando il termine “alternativa” in una accezione non certo banale e abusata dalla hipster generation». Per Cristiano, partito dal palco di “Arezzo Wave” con il suo vecchio gruppo (i Jack on Fire) e poi dal contest di “Rock Targato Italia” con i Marlene, «il parametro di riferimento resta sempre l’assenza demoralizzante di festival rock estivi ai pari dei grandi festival europei: non ne abbiamo più e questo la dice lunga. Nel 1994 sembrava che qualche rivoluzione nella musica fosse in atto. Nel 2014 per quel che mi riguarda non è assolutamente accaduto nulla. I Marlene Kuntz nella percezione media della gente comune sono un gruppo di nicchia. Fossimo nati in Inghilterra, a parità di risultati, non credo che saremmo percepiti in egual modo».

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