Italia, l’Islam è nascosto nei nostri cortili

Italia, l’Islam è nascosto nei nostri cortili

Sono un milione e 700mila, di cui 70mila italiani convertiti. Eppure per i musulmani d’Italia le moschee vere e proprie presenti sul territorio italiano sono solo dieci, se si conta anche qualche ex area industriale dismessa recuperata da poco come luogo di culto. Altrimenti sarebbero solo cinque. Significa che ognuna di questa moschee dovrebbe contenere in media più 150mila fedeli. E invece non è così. In assenza di piani regolatori comunali che destinano aree specifiche ai luoghi di culto islamico, negli anni sono sorti centri culturali, associazioni o case della cultura islamica, che hanno trovato posto tra garage, palestre, retrobottega e addirittura ex sexy shop e discoteche. Sulla carta, non sono moschee, ma di fatto sono luoghi di culto, dove i musulmani vanno a pregare per la preghiera del venerdì. Strutture a volte fatiscenti, nascoste nei cortili interni dei palazzi di periferia, nelle cantine, o nelle abitazioni, lontane dagli occhi dei più. Perché il discorso sulle moschee, nel nostro Paese, è ancora una patata bollente affidata nelle mani dei Comuni, e rispolverata per lo più in vista delle campagne elettorali. Le amministrazioni locali di volta in volta devono vedersela con l’opinione pubblica. E l’atteggiamento cambia in base al colore poltico.

Come è accaduto in questi anni a Milano, dove vivono più di 100mila musulmani. L’ex sindaco Letizia Moratti si era opposta alla costruzione della moschea (cadendo anche nel tranello della “moschea di Sucate” in piena campagna elettorale). Ora il Comune, a guida Pd, assegnerà invece con un bando due aree edificabili e uno stabile da recuperare per realizzare tre nuovi luoghi di culto (di cui due destinati alla comunità islamica). Ma gli animi si sono già riscaldati. Matteo Salvini, leader della Lega Nord, insieme ad altri esponenti del centrodestra milanese, chiede che nella città si faccia un referendum. E il 24 novembre, mentre a Palazzo Marino si discutevano le linee guida del bando, Igor Iezzi, consigliere comunale leghista, si è presentato in aula con un lenzuolo marrone tagliato all’altezza del viso a mo’ di velo islamico leggendo versetti del Corano. «Per protestare», ha detto, «contro l’approvazione di un bando comunale che ha messo all’asta tre aree di proprietà pubblica per la realizzazione di una moschea nel capoluogo lombardo».

I musulmani in Italia sono 1,7 milioni. Ma non esiste un concordato tra lo Stato e la comunità islamica per la costruzione dei luoghi di culto

La costruzione dei luoghi di culto nell’Italia di San Pietro e della Cappella Sistina è regolamentata da norme specifiche per le diverse confessioni religiose riconosciute dallo Stato. Oltre alle leggi che riguardano la Chiesa cattolica, ce n’è una per i valdesi, gli ebrei, i buddisti, gli induisti e i mormoni. Ma non esiste un trattato che riconosca l’Islam, che pure è la seconda religione nel Paese per numero di fedeli. Il risultato è che buddisti e induisti possono costruire i loro luoghi di culto senza problemi, i musulmani no. Tutto dipende dal volere delle amministrazioni comunali. 

Spetta ai comuni, ad oggi, individuare nei piani urbanistici le aree da destinare agli edifici di culto di fede islamica. «Il Comune deve individuare uno spazio nel piano regolatore», spiega Izzedin Elzir, presidente dell’Unione delle comunità islamiche d’Italia. «Ma c’è qualche area politica che si è sempre opposta cavalcando questo argomento per ottenere voti e sfruttando la paura e la non conoscenza dell’altro». Il risultato è che sono fioriti luoghi non sempre in grado di poter ospitare grandi numeri di fedeli, e soprattutto fuori dal controllo delle autorità, che spesso ignorano cosa di fatto accada in questi centri. «Moschee», spiega Elzir, «in posti e in condizioni non sempre degni per i fedeli, che creano problemi di sicurezza per quelli che vanno a pregare, e che per giunta non sono luoghi chiari e trasparenti, con il pericolo che possano annidarsi anche fondamentalismi».

Le moschee vere e proprie, riconoscibili dal punto di vista architettonico, quindi anche con il minareto (una sorta di campanile cristiano) da cui il muezzin cinque volte al giorno chiama alla preghiera i fedeli di Allah (come le campane delle chiese cristiane), in tutto il territorio italiano sono quattro: quella di Segrate (Milano), la prima moschea italiana con cupola e minareto fondata nel 1988; la Grande Moschea di Roma, quella di Colle Val D’Elsa (Siena) e quella Ravenna. Contro la costruzione della moschea El Rawadan di Colle Val D’Elsa si era scagliata pure Oriana Fallaci. Il leghista Mario Borghezio si era presentato nel paese toscano e aveva fatto una grigliata di salsicce per protestare contro la costruzione del luogo di culto. Dopo 15 anni di polemiche e sei di lavori, ha aperto i battenti a fine 2013 e 300mila euro dei fondi sono stati messi dalla Fondazione Mps. Poi ci sono le aree dismesse recuperate di Catania, Brescia, Piacenza, Vicenza e Lecce, ma a guardarle da fuori sono strutture come le altre. Il resto sono posti arrangiati: 753 in base all’ultimo dato ufficioso dei servizi di sicurezza risalente al 2007, tra cui anche piccole stanze adibite alla preghiera presenti in molti ristoranti, negozi di alimentari o call center.

Sono i Comuni che nel piano regolatore devono destinare specifiche aree alla costruzione delle moschee. E molto dipende dal colore politico dell’amministrazione

Nicolò Degiorgis è un fotografo italiano e anche studioso dei problemi dell’immigrazione all’Università di Trieste. Dal 2009 al 2013 ha intrapreso un viaggio tra i luoghi di culto islamici del Nord Est italiano, partendo da un capannone-moschea di Marghera e raccogliendo storie e immagini nel libro Hidden Islam, L’Islam nascosto (vincitore del Rencontres d’Arles Author Book Award e il First Book Award di Parigi del 2014). Nel suo peregrinare da Trento a Trieste, Nicolò ha visitato capannoni, magazzini, supermercati e garage trasformati in luoghi di culto per pregare Allah. Le foto presenti nel libro mostrano uomini reclini a pregare in direzione di La Mecca in edifici che tutto sembrano tranne che moschee. «L’Islam non è giuridicamente riconosciuto», racconta Nicolò, «per cui di fatto viene negata ai musulmani la possibilità di pregare nonostante la Costituzione sancisca la libertà religiosa». Il problema principale è che c’è sempre stata una certa difficoltà a trovare un referente unico nella sfaccettate comunità musulmana italiana con cui interloquire per sottoscrivere un trattato. Nel 2005 il ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu costituì la Consulta per l’Islam italiano per coordinare e dare voce unica alle diverse comunità islamiche del Paese, senza però riuscire nell’intento. «L’Islam è una religione complessa», spiega Degiorgis, «che abbraccia persone che vengono dal Bangladesh, dai Balcani, dal Marocco, culture diverse che non possono avere un’unica linea». Il 90% dei musulmani presenti in Italia arrivano da decine e decine di Paesi diversi: il gruppo più importante è quello arabofono, di cui i nordafricani sono circa mezzo milione. «Ma oggi i musulmani italiani si dicono disposti a dare la parola a un unico capo», dice Degiorgis. La palla quindi ora passa allo Stato italiano.

L’altra questione è che, come per i cattolici, per la religione islamica la moschea è qualunque luogo con quattro mura in cui si prega. Ed esistono anche i musalla, che sono luoghi di culto aperti solo qualche ora al giorno e non per tutte le cinque preghiere giornaliere come nelle moschee, e senza le attività di insegnamento del Corano. «Il problema delle moschee in realtà esiste anche in Medioriente», spiega Nicolò Degiorgis, «e in Francia o in Inghilterra non ci sono solo grandi moschee certificate ma anche musalla nei retrobottega dei negozi o negli appartamenti». Anche sul numero delle moschee ufficiali presenti in Italia, in effetti, i numeri sono discordanti e dipendono dalla definizione di cos’è moschea e cosa no. 

Le moschee sono 10. Luoghi di culto islamici sono sorti sopra le birrerie, in ex sexy shop e vecchie discoteche, e spesso la sicurezza scarseggia

Intanto, in Italia, in assenza di una legge quadro, le moschee nascoste sono sorte ovunque. Nel suo viaggio nell’Islam nascosto, Nicolò Degiorgis ha visto moschee sorte sopra birrerie, in un ex sexy shop, in vecchie discoteche e supermercati dismessi. «Sintomi», dice, «di quella tolleranza islamica che non si conosce affatto». Davanti a luoghi usati con destinazioni diverse da quelle scritte al catasto, «succede quindi che il sindaco si lamenta e dice che lì non si può pregare perché non è un luogo di culto. Quindi chiudono e tutto passa al Tar, che finora non ha mai dato torto alle comunità islamiche e questo non fa altro che generare frizioni tra le comunità». È accaduto nel 2008 nel comune di Villorba, a Treviso. I musulmani della zona pregavano in un capannone in una zona industriale. Quando il sindacò vietò loro di usare la struttura come luogo di preghiera, cominciarono a pregare all’esterno. Se ne occupò pure il New York Times. Ed è accaduto anche di recente a Tor Pignattara, dove a luglio sono stati messi i sigilli a un locale accatastato come box auto ma di fatto usato per pregare verso La Mecca. 

Tra il 2013 e il 2014, solo tra Roma e Bologna sono stati registrati 57 nuovi luoghi di culto. Nella capitale in poco tempo sono sorti 21 nuovi centri culturali islamici che si aggiungono alla Grande Moschea nella zona Nord della città, aperta dopo più di vent’anni dalla donazione del terreno da parte del Consiglio comunale. La prima pietra venne posta nel 1984 alla presenza di Sandro Pertini, ma per l’inaugurazione ci volle il 1995. Intorno alla Grande Moschea, proliferano nella città luoghi di culto in locali che luoghi di culto non sono. A Tor Pignattara, ad esempio, a luglio sono stati messi i sigilli a un locale accatastato come box ma usato come moschea. 

A Milano, ad esempio, dove si sta litigando sulle aree di destinazione delle moschee e l’ex vicesindaco Riccardo De Corato (Fratelli d’Italia) ha anche annunciato un esposto alla Corte dei Conti, le moschee, o meglio i centri di cultura islamica, in realtà esistono già. E sono cinque. La più famosa, la moschea Mariam, sorge in un cortile interno di un condominio della multiculurale via Padova. L’associazione islamica, che lì ha sede, dal 2008 fa da ponte la comunità musulmana e i milanesi. Più accidentata la storia del centro di viale Jenner, al centro di numerose indagini per terrorismo. Dopo le proteste dei residenti, che lamentavano che lo spazio troppo piccolo non riusciva a contenere tutti i fedeli del venerdì tanto che erano costretti a occupare i marciapiedi, il prefetto ha optato per spostare la preghiera del venerdì dal centro islamico al Velodromo Vigorelli, dove si è svolta anche la festa conclusiva del Ramadan 2014. «Le moschee ci sono già», dice Izzedin Elzir, «si tratta di vedere la realtà senza nasconderla, e il bando del Comune è una risposta positiva».

“Le moschee ci sono già. Si tratta di vedere la realtà senza nasconderla”

Quello appena passato dovrebbe essere quindi l’ultimo Ramadan senza moschee in città. La moschea di Milano dovrebbe sorgere in via Sant’Elia, di fianco al vecchio Palasharp, o in via Esterle, nei dintorni di via Padova. Le aree saranno concesse dal Comune in affitto per 30 anni rinnovabili, dopo la sottoscrizione di un accordo sul riconoscimento dei valori costituzionali del rispetto della persona e della laicità dello Stato. Avranno maggiore punteggio le associazioni più radicate nel territorio e quelle più disposte a predicare in italiano. Conterà di meno, il 20%, il rilancio della base d’asta proposta dal Comune. La pubblicazione del bando inizialmente era stata annunciata per il 26 novembre, ma poi è stata spostata al 4 dicembre, per concludere gli incontri con i residenti delle zone in cui dovrebbero sorgere i nuovi edifici. E con la realizzazione delle nuove moschee, promettono dalla giunta Pisapia, i luoghi di culto abusivi verranno chiusi.