TaccolaLa Warner sta al gioco e compra un pezzo di SoundCloud

La Warner sta al gioco e compra un pezzo di SoundCloud

Una è andata: Warner Music, una delle tre major globali della musica, ha trovato un accordo con SoundCloud. Il servizio di streaming musicale ora avrà molta più facilità a sedersi al tavolo con Universal Music Group e Sony Music Entertainment, dopo i tentativi andati a vuoto nei mesi precedenti. 

La Warner si è detta disposta a mettere parte del proprio catalogo nella biblioteca di SoundCloud, in particolare in una piattaforma chiamata On SoundCloud, lanciata qualche mese fa. A parte della musica sarà associata della pubblicità, i cui proventi saranno divisi tra SoundCloud e l’etichetta, che potrà anche ottenere informazioni sugli utilizzatori. La Warner ha anche comprato delle azioni del servizio di streaming. Non ci sono dati ufficiali, ma si parla di una quota tra il 3 e il 5 per cento. 

175 milioni di utenti senza ricavi

SoundCloud, che ha sede a Berlino, ha 350 milioni di utenti, di cui 175 milioni effettuano almeno un accesso al mese. Per fare un confronto, Spotify si ferma a 40 milioni di utenti e Pandora a 76 milioni. C’è però una differenza sostanziale tra i due servizi: mentre Spotify può contare 10 milioni di persone che pagano 9,99 euro (9,99 dollari negli Usa) per la versione premium, fino a pochi mesi fa SoundCloud non aveva un modello di business. Né pubblicità né abbonamenti. L’unica fonte di reddito arrivava dagli utenti più attivi che caricano molto materiale e pagano per questo una commissione. I conti inevitabilmente ne hanno risentito: nel 2012 le perdite di SoundCloud sono state di circa 15 milioni di euro, il triplo dei 5 milioni di rosso del 2011. 

Ma poco importa: l’imperativo dei modelli di business, nell’era di Facebook, è far crescere il più possibile gli utenti e poi pensare a monetizzarli. Per dare un’idea di quanto il mondo della finanza creda alla piattaforma, basti pensare che quest’anno la società ha raccolto capitali per 60 milioni di dollari, in un “funding round” che ha valutato l’azienda 700 milioni di dollari. Per SoundCloud che il momento era arrivato non lo dicevano solo le statistiche sugli utilizzatori, ma almeno altre due circostanze: la pressione in aumento da parte delle etichette discografiche e il fatto che lo streaming comincia a far tintinnare soldi veri. 

La sede di SoundCloud a Berlino (dal profilo Flickr di SoundCloud)

Per qualche anno le major discografiche hanno lasciato che SoundCloud ospitasse musica protetta da copyright senza mettere di mezzo gli avvocati. La reazione tipica è stata quella di chiedere di rimuovere alcune canzoni, se venivano caricate dagli utenti prima dei lanci ufficiali degli album o se qualche artista ne faceva richiesta. Man mano che gli utenti crescevano, tuttavia, aumentavano le pressioni da parte delle major per avere degli utili. 

La svolta della pubblicità

La mano tesa è arrivata da SoundCloud ad agosto, quando è partita la pubblicità associata alle canzoni delle etichette che avevano stretto accordi con la piattaforma. All’inizio hanno aderito aderito società minori, come la Spinnin’ Records, etichetta di dance olandese. Perché si arrivasse a un accordo con la Warner sono state necessarie settimane di trattative. Ancora il 9 ottobre il Financial Times parlava di stallo e di un forte nervosismo da parte delle major. La decisione della Warner di acquisire una quota azionaria ricalca quanto fatto in precedenza dalle principali etichette con Spotify. La possibilità di caricare solo una parte del catalogo nasce invece dalle caratteristiche di SoundCloud, dove gli utenti cercano soprattutto artisti underground o comunque non di primissimo piano. La piattaforma è poi nota per ospitare i caricamenti di remix e mash-up da parte degli utenti. L’intesa prevede che anche per gli spezzoni di canzoni usati per i mash-up le etichette siano remunerate. 

Un meetup sulla terrazza della sede di SoundCloud a Berlino (dal profilo Flickr di SoundCloud)

Nella prima metà del 2015 anche per SoundCloud partirà un servizio in abbonamento, con diverse formule e prezzi differenziati in base al livello di utilizzo. La partenza degli abbonamenti pare sia stata cruciale per il raggiungimento di un accordo con la Warner, perché le case di produzione li considerano più affidabili e certi dal punto di vista dei ricavi. 

Il sorpasso dello streaming

A far capire a tutte le parti in gioco che era arrivato il momento di battere cassa ci sono i dati sulla crescita dei ricavi dallo streaming. La Kobalt, una società che gestisce i diritti di migliaia di artisti (tra cui Bob Dylan, Lenny Kravitz, Dave Grohl), ha detto che nel suo ultimo trimestre in Europa ha avuto ricavi da Spotify superiori del 13% a quelli derivanti da iTunes. Nel terzo trimestre del 2013 erano inferiori del 32 per cento. Negli ultimi due anni i ricavi da streaming sono triplicati.

Fonte: TechCrunch

Il passaggio del business dai download allo streaming è tale che la stessa Apple si sta muovendo. Dopo aver comprato il servizio di musica in streaming Beats Music (parte della società Beats Electronics, che realizza prodotti musicali), Cupertino ha intenzione di integrarlo con i servizi di iTunes. Rumors hanno parlato di un abbonamento premium compreso tra i 5 dollari e i 7-8 dollari, in ogni caso inferiore a quanto richiesto da Spotify. 

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter