Pizza ConnectionAlberto Musy, è stata fatta giustizia

Alberto Musy, è stata fatta giustizia

Giustizia è fatta. Chi uccise Alberto Musy il 21 marzo del 2012 ha un volto e ora una condanna sulle spalle. Ci sono voluti quasi tre anni, ma alla fine per Francesco Furchì è arrivato l’ergastolo. Accusato dell’omicidio del consigliere comunale di Torino, Furchì dovrà scontare il massimo della pena (di cui sei mesi in isolamento diurno), come richiesto dal pubblico ministero Roberto Furlan. Furlan nel corso della requisitoria aveva contestato anche la premeditazione e i futili motivi. Per il collegio difensivo invece Furchì è innocente: «una ingiustizia», hanno commentato gli avvocati Mariarosaria Ferrara, Gaetano Pecorella e Ginacarlo Pittelli che intanto annunciano appello. «Avremo ottimi elementi» per il giudizio di secondo grado, sostiene Pittelli, per lui la sentenza è frutto di «discorso indiziario disseminato di falsi clamorosi». Fatto sta che la condanna è arrivata con il massimo della pena possibile.

Alberto Musy morì dopo quasi due anni di coma in seguito all’aggressione subita da Furchì nell’ottobre 2013. 19 mesi prima nel cortile di casa era stato raggiunto da cinque colpi di pistola, di cui uno fatale alla testa. Le telecamere ripresero la scena con Furchì travisato da un impermeabile e un casco integrale. Alcuni mesi dopo la mobile di Torino arrivò sulle tracce di Furchì tradito nelle immagini dalla camminata zoppicante. Secondo l’accusa l’uomo avrebbe agito mosso da rancori nei confronti della vittima, che non avrebbe sostenuto alcune sue iniziative politiche e imprenditoriali per la città di Torino.

Musy, che è stato un azionista de Linkiesta, era un classico borghese dai «modi gentili, gran lavoratore, docente universitario e avvocato d’affari. Era orgoglioso di poter dire «Mi guadagno da vivere del mio». Si dichiarava «espressione della società civile». «Liberale», come collocazione politica, «cattolico», per convinzione personale. E «fiero di tifare il Toro». Socio dello studio Musy Bianco e Associati è stato docente di diritto comparato all’Università del Piemonte orientale. Ha insegnato alla Bocconi di Milano, all’Académie de Nantes, alla Benjamin N. Cardozo School of Law di New York e in molte altre università del mondo.

Laureato a Torino e poi a Berkley nel 1995, ha condotto ricerche e studi in tema di circolazione del modello giuridico anglo-americano in Italia, si è occupato di trust e di efficienza della giustizia civile. Ha collaborato con diverse associazioni internazionali che si occupano di diritto. Ha lavorato diversi anni a Milano come avvocato d’affari. Da alcuni anni è tornato a Torino dove ha rimesso in piedi il vecchio studio di famiglia con la sorella Antonella. Aveva quattro figlie.

Il processo iniziò davanti al tribunale di Torino con l’accusa di tentato omicidio, ma con la morte del consigliere comunale la posizione di Furchì si aggrava e il 31 marzo 2014 inizia il nuovo processo con le accuse di omicidio volontario premeditato davanti alla Corte d’Assise. Il 29 gennaio scorso arriva la condanna all’ergastolo. Una stoccata anche alla società civile torinese e all’ambiente della politica torinese è arrivata dall’avvocato della famiglia Musy, Gian Paolo Zancan: «Mi dispiace – ha dichiarato a La Stampa dopo la sentenza – solo di una cosa: in questa triste vicenda c’è stato qualche episodio di omertà indegno di una città civile come Torino». 

«Non è stato facile per la famiglia assistere a certe deposizioni – prosegue l’avvocato – sentire chi giustificava frasi ingiuriose nei confronti di Musy, espressioni quali “stronzo”, definendole valutazioni di tipo politico, quasi affettuose, le stesse che si potrebbero riservare a chi durante una partita di tennis fa una smorzata che lascia di sasso l’avversario». Intanto Furchì dovrà difendersi anche in un altro processo: è accusato di maltrattamenti in famiglia. Anche qui l’uomo si è sempre dichiarato innocente, ma il pm ha chiesto per lui una condanna a 18 mesi.