Caos nei pronto soccorso, e anche i medici si ammalano

Caos nei pronto soccorso, e anche i medici si ammalano

A Lecce 12 ambulanze sono rimaste incolonnate per un’ora e mezza davanti al pronto soccorso dell’ospedale Vito Fazzi perché mancavano le barelle per “scaricare” i pazienti. A Roma, nell’androne del pronto soccorso dell’Umberto I, da giorni hanno fatto il “tutto esaurito”. A Milano, al pronto soccorso del Fatebenefratelli, si accumulano ogni mattina file di malati in corridoio su sedie e lettighe. Con l’influenza invernale che ha già colpito quasi 1,4 milioni di persone, da Nord a Sud i pronto soccorso italiani sono in tilt. I pazienti affollano le sale d’attesa, perché non trovano un posto per essere ricoverati nei reparti già strapieni. Medici e infermieri vanno avanti e dietro senza pausa, trascinando barelle che sostuiscono i letti. Tanto che un infermiere dell’ospedale Martini di Torino, dopo 12 ore di fila nel pronto soccorso strapieno, ha avuto un’emorragia cerebrale. «E il picco influenzale non è ancora arrivato», avverte Costantino Troise, segretario nazionale della Anaao Assomed, l’associazione italiana dei medici dirigenti e direttore del dipartimento di medicina generale del San Martino di Genova. «Quello a cui stiamo assistendo non è una novità, era tutto prevedibile».

Cosa sta succedendo? In questo periodo dell’anno, con 350mila persone finite a letto per via dell’influenza solo nella seconda settimana del 2015, l’afflusso dei pazienti al pronto soccorso è aumentato. Proprio come avviene d’estate durante i picchi di caldo. E non si tratta solo di falsi allarmi per un po’ di febbre o di mamme ansiose che non vedono calare la temperatura dei bambini: in questo periodo gli accessi impropri sono meno del 5 per cento. «Non sono i casi non gravi a creare il caos. Questi pazienti con il codice bianco al massimo aspettano molto», dice Troise. «Il problema sono i pazienti che necessitano di un ricovero. Per un anziano che ha già più patologie, un’infezione virale può portare scompensi di ogni tipo, dai problemi cardiaci a quelli respiratori», spiega Costantino Troise. «Per cui spesso un anziano necessita di un ricovero ospedaliero. Va ricordato che ogni anno l’influenza in Italia causa 8mila morti, concentrati nella fascia d’età più avanzata, che è in continua crescita nel nostro Paese».

Il problema è che una volta che i pazienti arrivano al pronto soccorso, accertata la necessità di un ricovero, hanno difficoltà a trovare un posto letto dove poter essere curati. E così restano intrappolati al pronto soccorso, sistemati come meglio si può: su barelle, lettighe, panche, sedie, scrivanie. «Tra poco resteranno solo posti in piedi», dice Troise. Mentre fuori si creano lunghe code di ambulanze che non sanno dove mettere i pazienti. 

Una volta che i pazienti arrivano al pronto soccorso, accertata la necessità di un ricovero, hanno difficoltà a trovare un posto letto

Le conseguenze, secondo Gian Alfonso Cibinel, presidente nazionale Simeu, Società italiana della medicina di emergenza-urgenza, sono «il rischio aumentato per i pazienti, con l’incremento della mortalità, la disparità di trattamento a seconda del problema, l’impossibilità di garantire il rispetto della privacy e della dignità delle persone da assistere e curare, l’allungamento della degenza, a causa della gestione nel pronto soccorso della maggioranza dei ricoveri nei primi giorni, cioè nella fase più acuta, ma anche un carico orario, professionale ed emotivo per il personale, medico, infermieristico e di supporto non sostenibile nel tempo». Non solo. Secondo Troise ci sono anche problemi di «incolumità per gli stessi pazienti, con il rischio che cadano dalle barelle, e per la sicurezza in generale». Un esempio: «Tutti gli spazi sono ostruiti, tanto che si ha difficoltà a far passare i macchinari medici. E se scoppiasse un incendio cosa si fa?».

A monte di questo caos c’è la scarsità di posti letto nei nostri ospedali. «L’incremento degli accessi per patologie legate all’epidemiologia stagionale non è la causa principale» del caos dei pronto soccorso in questi giorni, dice Gian Alfonso Cibinel. «La paralisi dei pronto soccorso che in questi giorni sta interessando le strutture ospedaliere di tutta Italia ha una causa fondamentale: l’impossibilità di ricoverare tempestivamente i pazienti con indicazione al ricovero nei reparti degli ospedali per carenza di posti letto». E non perché i nostri ospedali siano piccoli o perché in Italia siamo a corto di letti e lenzuola. Ma perché, con l’obiettivo di ridurre della spesa sanitaria, negli ultimi quindici anni sono stati tagliati 70mila posti letto, senza un adeguamento corrispondente delle reti territoriali di cura e assistenza.

L’Italia, in base ai calcoli fatti dall’Ocse, ad oggi ha soli tre posti letto ogni mille abitanti, quando la media europea è di 6,4. Fanno meglio di noi la Francia, con 6,3 posti letto ogni mille abitanti, la Germania, che ne ha 8,3, l’Austria, con 7,7, ma anche l’Ungheria (7). Al primo posto il Giappone, con 13 posti letto ogni mille abitanti. Fanno peggio di noi in Europa solo Spagna e Inghilterra. «Per giustificare il taglio degli organici, con il blocco del turn over, e ridurre la spesa in sanità, sono stati tagliati anche i posti letto», spiega Troise. L’affollamento negli ospedali ha conseguenze anche sui pochi medici e infermieri rimasti, che «si trovano a dover reggere carichi di lavoro e di stress non previsti con conseguenze sulla loro stessa salute. Anche perché 40 barelle nel pronto soccorso fanno un nuovo reparto». Lo ha denunciato anche il segretario nazionale del Nursind, il sindacato degli infermieri: «I lavoratori sono costretti a turni massacranti. Lo dimostra il caso di emorragia cerebrale che ha colpito un infermiere, letteralmente crollato dopo aver lavorato a ritmi frenetici per 12 ore consecutive al pronto soccorso dell’ospedale Martini di Torino».

All’Ospedale Annunziata di Cosenza, davanti al caos del pronto soccorso, la direzione sanitaria ha annunciato addirittura «lo stop ai ricoveri ordinari e programmati in tutti i reparti fino al 25 gennaio 2015». Chi magari aspettava già da sei mesi un intervento, si trova a dover rimandare tutto a fine gennaio o forse anche dopo, visto che il picco influenzale è atteso per febbraio. La spiegazione dell’azienda ospedaliera è il solito mantra: «Una misura resa necessaria per far fronte all’iperafflusso di pazienti, legato al picco di malattie stagionali, che ha gettato nel caos il pronto soccorso. Il provvedimento contribuisce a decongestionare il pronto soccorso che, allo stato, registra un numero di pazienti largamente superiore alla recettività degli ambienti».

Negli ultimi quindici anni sono stati tagliati 70mila posti letto, senza un adeguamento corrispondente delle reti territoriali di cura e assistenza

Negli ultimi quattro anni, il Fondo sanitario nazionale ha subito una cura dimagrante da 30 miliardi di euro. Tanto che nella relazione sulla gestione finanziaria degli enti territoriali relativa al 2013, la Corte dei conti ha lanciato un allarme: dopo i tagli lineari su alcune importanti voci di bilancio – farmaci convenzionati, personale, acquisto di prestazioni sanitarie da privati accreditati – che hanno portato a un progressivo riassorbimento dei deficit e a una contrazione complessiva della spesa sanitaria del 2,8% dal 2010 al 2013 (con una riduzione pari a 3 miliardi), ulteriori risparmi, ottenibili con un aumento dell’efficienza, se non reinvestiti in ambiti in cui è più carente l’offerta di servizi sanitari, come l’assistenza territoriale e domiciliare (che potrebbero compensare il taglio dei posti letto) oppure l’ammodernamento tecnologico e infrastrutturale, «potrebbero rendere problematico il mantenimento dell’attuale assetto dei Lea (Livelli essenziali di assistenza, ndr), facendo emergere, nel medio periodo, deficit assistenziali, più marcati nelle Regioni meridionali, dove sono relativamente più frequenti tali carenze». Proprio ora, tra l’altro, che le Regioni dovranno pure comunicare (entro il 31 gennaio) l’entità di ulteriori tagli alla spesa previsti dalla legge di stabilità 2015 per un totale di 4 miliardi di euro.

«Il problema», spiega Troise, «è che per come stanno le cose, negli ospedali è difficile entrare ma anche uscire. Il taglio dei posti letto dei reparti non è stato compensato da altre soluzioni extraospedaliere, così è difficile dimettere alcuni pazienti. Non ci sono assistenze sanitarie sociali, non ci sono assistenze domiciliari». E così i malati si “affollano” nelle sale d’attesa o nei corridoi degli ospedali.

Ma dietro al caos di questi giorni, ci sono anche ragioni di inefficienza. Uno dei problemi, secondo il presidente della Simeu, è anche la distribuzione dei posti letto tra i diversi ospedali e tra i diversi reparti, «che non tiene conto dei flussi dei pazienti e delle esigenze specifiche del singolo reparto ed è scarsamente flessibile». Oltre al fatto che «in alcune aree ospedaliere gli indici di occupazione dei posti letti sono bassi o i tempi di degenza alti, il che identifica un utilizzo inefficiente delle risorse e impedisce o limita l’accesso ai posti letto dei pazienti in attesa di ricovero nei pronto soccorso».

Ogni anno gli accessi ai pronto soccorso italiani sono circa 24 milioni, pari a un terzo della popolazione, quasi un accesso al secondo. I pronto soccorso restano i primi “sportelli” per le richieste di assistenza sanitaria. Il 15% dei pazienti viene ricoverato, altri ricevono tutte le cure di cui hanno bisogno senza necessità di un ricovero, in altri casi le cure proseguono a domicilio o in strutture protette. Nella maggior parte dei casi (65-70%) si tratta di vittime di incidenti o pazienti affetti da malattie acute, ma nel 30-35% dei casi sono persone «con problemi sanitari minori che potrebbero trovare risposta in altri servizi sul territorio». 

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