Il Giappone si arma: la Cina fa paura

Il Giappone si arma: la Cina fa paura

Mercoledì 14 gennaio il governo giapponese ha approvato una cifra record di 4.980 miliardi di yen (36 miliardi di euro) per la difesa nel bilancio per l’anno fiscale 2015, che comincia ad aprile. Il bilancio deve ancora essere approvato dal parlamento, ma la coalizione che sostiene Shinzō Abe, il premier giapponese, ha la maggioranza in entrambe le camere.

È il terzo anno consecutivo di aumenti delle spese militari giapponesi (+2,8 per cento rispetto all’anno precedente) ed è segno della politica militare più assertiva che Tokyo porta avanti sotto la guida di Abe, in risposta anche ai crescenti attriti tra Cina e Giappone.

Il ministro della Difesa giapponese Gen Nakatani – in carica dallo scorso dicembre – ha detto che l’aumento del budget militare è una risposta alla «situazione in cambiamento» nella regione ed è necessario «per proteggere l’aria, la terra e il mare del Giappone».

Gli attriti con la Cina

L’aumento delle spese andrà soprattutto nell’acquisto di nuovo equipaggiamento: venti aerei ricognitori P-1, altri cinque aerei ibridi V-22 Osprey e sei caccia stealth F-35. Inoltre, il ministero della difesa giapponese ha in programma di acquistare alcuni droni, 30 veicoli anfibi e un aereo per la ricognizione a distanza, oltre a investire in un sistema di difesa missilistica da sviluppare insieme agli Stati Uniti.

L’investimento in sistemi di sorveglianza e in equipaggiamento anfibio si collega alla principale causa di tensione tra Cina e Giappone: la questione delle isole Senkaku nel Mar Cinese Orientale, agli estremi confini sudoccidentali del territorio giapponese.

Chiamate Diaoyu in Cina, le Senkaku sono un arcipelago disabitato e controllato dal Giappone, ma che la Cina rivendica come suo fin dagli anni Settanta (come fa d’altra parte anche Taiwan). Dal punto di vista diplomatico, la questione si intreccia a interpretazioni di trattati internazionali che risalgono alla fine dell’Ottocento; ma le otto isole e alcuni scogli si trovano soprattutto in una posizione strategica a nordest di Taiwan, lungo importanti rotte commerciali e nei pressi di potenziali giacimenti di petrolio e gas naturale.

La disputa, a lungo dimenticata, è tornata attuale nell’aprile del 2012, quando il governo giapponese ha comprato tre isole da un privato cittadino giapponese. La mossa ha spazientito la Cina, le cui navi hanno sconfinato nei dintorni delle Senkaku decine di volte nei mesi successivi. La Cina ha anche stabilito unilateralmente un’area di controllo aereo che comprende anche lo spazio sopra le isole, non riconosciuta né dal Giappone né dagli Stati Uniti.

Il Giappone ha in programma di costruire entro il 2019 una forza di assalto anfibia modellata sui marines statunitensi. Diversi politici conservatori giapponesi hanno espresso il timore che l’egemonia militare degli Stati Uniti sia in declino e con essa la capacità di controbilanciare le politiche via via più aggressive della Cina. Secondo gli accordi stretti dopo la Seconda guerra mondiale e formalizzati nel 1960, gli USA sono impegnati a rispondere agli attacchi contro il Giappone. Obama ha confermato che anche le isole Senkaku rientrano nell’accordo.

La Cina è già oggi il secondo paese del mondo per le spese militari, dopo gli Stati Uniti (primo a parecchia distanza con oltre 500 miliardi di euro). Tra il 2004 e il 2013, secondo lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), le spese militari cinesi sono cresciute del 170 per cento – a fronte di un aumento del PIL del 140 per cento – e hanno raggiunto i 95 miliardi di euro. È quasi il triplo delle spese giapponesi, nonostante il PIL cinese sia circa il doppio di quello del vicino. A marzo 2014, il governo cinese ha annunciato un altro aumento del 12 per cento nelle spese militari annuali, ritmi che la finanza pubblica giapponese è molto lontano dal pareggiare.

Negli ultimi anni, la Cina ha aumentato la sua attività militare e ha mostrato i muscoli in diverse zone vicino ai suoi confini: non solo nell’area delle Senkaku, ma anche negli spazi marittimi e aerei di Filippine e Vietnam.

L’aggressivo Abe

La necessità di rispondere alla Cina non esaurisce le motivazioni dell’aumento di spesa militare del Giappone. Si lega anche alla ripresa delle rivendicazioni nazionaliste portate avanti dal governo di Shinzo Abe, in un paese in cui le conseguenze della Seconda guerra mondiale sono ancora determinanti per la politica estera.

Lo scorso anno, il primo ministro Shinzo Abe propose di modificare la Costituzione per ridurre le limitazioni introdotte nel testo del 1947, dopo la fine della Seconda guerra mondiale: allora, nel paese occupato dalle potenze alleate – e strettamente controllato dagli Stati Uniti – la legge fondamentale venne redatta in senso estremamente pacifista.

Dal punto di vista formale, il Giappone non può avere un esercito ma solo “Forze di Autodifesa” (come stabilisce l’articolo 9 della Costituzione), per sottolineare l’assoluto divieto di azioni offensive.

Proprio su questo punto voleva intervenire Abe, ma non avendo ottenuto abbastanza supporto da parte dell’opinione pubblica ha ripiegato su una nuova interpretazione del testo: in particolare, sulla possibilità di andare in aiuto di un alleato sotto attacco. Secondo alcuni analisti, la mossa potrebbe aprire la strada a una maggiore partecipazione del Giappone nelle missioni militari internazionali.

Nel 2013, il Giappone aveva l’ottava spesa per la difesa più alta del mondo, più bassa di quella tedesca ma superiore a quella indiana. Per molto tempo, i governi giapponesi si sono attenuti al limite informale dell’1 per cento del PIL per le spese militari.

Quando arrivò al potere nel 2012, Abe promise che avrebbe invertito la tendenza alla diminuzione del budget militare, che calava da 11 anni consecutivi: e mantenne la promessa a partire dal bilancio 2013. Durante il suo breve e sfortunato mandato da primo ministro, nel 2006-2007, Abe si era già dimostrato particolarmente attento alle questioni militari, promuovendo l’Agenzia per la Difesa a un ministero governativo a tutti gli effetti.

Abe ha compiuto diverse azioni simboliche che hanno deviato molto dall’estrema cautela e dall’umiltà circospetta della politica estera giapponese del secondo dopoguerra. Una delle principali è stata la visita al controverso tempio di Yasukuni, a dicembre 2013. A Yasukuni sono commemorati anche alcuni leader politici e militari responsabili della politica aggressiva giapponese durante la guerra e il gesto aveva causato le proteste di Cina e Corea del Sud.