Immigrati in Campania, un business da 50 milioni l’anno

Immigrati in Campania, un business da 50 milioni l’anno

Quasi 130mila euro al giorno. 47 milioni di euro l’anno. Tanto “valgono” i circa 3700 immigrati ospitati nei centri di accoglienza della Campania. Il numero più alto dopo quello registrato in Lombardia (4333) e in Sicilia (5440). Un giro di affari milionario, su cui convergono gli interessi di associazioni, Onlus e centri alberghieri. E di cui le prime vittime sono gli immigrati stessi.

Facciamo ordine. Dei 3700 extracomunitari richiedenti asilo ospitati nelle strutture campane, 1322 sono concentrati nella provincia di Napoli, per lo più sulla fascia costiera – tra Giugliano, Licola, Varcaturo e Pozzuoli. Soggiornano in alberghi con nomi “vacanzieri”. Liternum, Panorama, Circe. E proprio come in una vacanza dovrebbero sostare per non più di trentacinque giorni, come prevede la legge, per poi essere espulsi o ricevere il sospirato permesso di soggiorno. E invece restano lì, in una specie di limbo, costretti a destini incerti e soggiorni prolungati da una burocrazia lentissima.

Una situazione difficile, dunque. Che spesso e volentieri degenera in rabbia e tensioni. Come quelle che lo scorso 5 gennaio, fuori a un hotel di via Carrafiello a Varcaturo, hanno spinto una trentina di rifugiati a bloccare la strada per la mancata erogazione dei “pocket money”. O come quelle che lo scorso 9 gennaio, presso l’Hotel Panorama di Licola, hanno scatenato la reazione di alcuni residenti: una molotov incendiaria e una motocicletta in fiamme sono state la risposta degli italiani alla protesta dei “neri”. Ragioni diverse, invece, hanno animato la manifestazione improvvisata ieri su viale Carlo III a Caserta, dove un drappello di migranti di un centro di accoglienza limitrofo ha bloccato il traffico per reclamare la salma di un gambiano morto pochi giorni fa all’ospedale della zona.

«Sono tutti dei bravissimi ragazzi – ha dichiarato un albergatore di Varcaturo, che ne ospita circa ottanta a Linkiesta –. Sono sottoposti ad una situazione di forte stress fisico e psicologico. Alcuni hanno delle vere e proprie crisi di nervi dopo aver ascoltato le notizie che arrivano dai paesi d’origine. Quando contatto le associazioni dicendogli che c’è bisogno di un intervento di supporto, mi rispondono: ‘non li pensare’. Tutto ciò è assurdo. Gli albergatori fanno il possibile per non far mancare loro niente, ma sembra che alle associazioni e a chi le dovrebbe controllare interessino solo i soldi».

Già, perché il sistema d’accoglienza che dovrebbe garantire assistenza agli immigrati è kafkiano. Troppi i soggetti coinvolti. Troppi a dividersi la torta dei trenta, trentacinque euro giornalieri messa a disposizione per ogni immigrato dal Ministero dell’Interno. La supervisione è gestita dalla Prefettura di Napoli che, tramite apposite gare d’appalto (11 nel solo 2014), affida ad associazioni, Onlus e cooperative l’incarico di provvedere ai migranti richiedenti asilo. Tra di esse alcuni “colossi” del terzo settore, come la New Family Srl di Napoli (un’ATI). A loro volta, gli enti aggiudicatari si rivolgono a strutture alberghiere per l’alloggio e i pasti, riservandosi la cura di altri servizi previsti dal capitolato d’appalto, come l’assistenza medica, le lezioni d’italiano, la mediazione culturale e l’inserimento sociale. Aspetti spesso trascurati. Perché ciò che davvero conta per le associazioni è la gestione dei cosiddetti “pocket money”, ovvero i 2,50 euro pro-capite giornalieri che, in teoria, servirebbero ai migranti per piccoli extra, compresi medicinali come analgesici e antidolorifici, ma che nella pratica vengono erogati a singhiozzo e in maniera non trasparente. Da qui l’ira dei migranti che ha portato all’ondata di proteste degli ultimi giorni.

In mezzo a tutto questo c’è ovviamente il dramma umano dei ragazzi tenuti “prigionieri” nelle strutture alberghiere. Molti di loro sono arrivati nei centri di accoglienza da zone calde del Pianeta. Scappano dalle guerre civili o dai paesi arabi assediati dall’Isis. Come Zaafir, 24 anni, siriano, approdato a Lampedusa e tenuto in un centro di accoglienza da ottobre. Mastica pochissimo l’italiano. Ci racconta che possiede una laurea in Ingegneria e che vorrebbe costruirsi un futuro migliore dalle nostre parti. Quel futuro che, a quanto pare, neanche l’Italia sarà in grado di dargli.