La riforma della giustizia dimentica tremila precari

La riforma della giustizia dimentica tremila precari

Novemila posti vuoti nella macchina amministrativa della giustizia e 2.650 tirocinanti precari sparsi nelle procure e nei tribunali di tutta Italia che da aprile 2015 rischiano di rimanere a casa. Non precari qualunque, ma operatori che il ministero della Giustizia ha formato in vista del processo telematico e della tanto agognata informatizzazione degli uffici giudiziari, spendendo 7,5 milioni nel 2013 e stanziando altri 15 milioni tra il 2014 e il 2015.

Il ministro della Pubblica amministrazione, Marianna Madia, lo scorso 21 gennaio ha annunciato con un tweet il trasferimento di 1.071 dipendenti pubblici in tribunali, corti d’appello, procure e ogni altro tipo di ufficio giudiziario, colpiti pesantemente dal blocco del turnover, dando priorità ai lavoratori delle province. Ma non una parola sui cosiddetti “precari della giustizia”, che ormai da cinque anni smaltiscono pratiche sui computer, gestiscono fascicoli e lavorano accanto ai magistrati. Insomma, gente che risponde benissimo alla necessità velocizzare la giustizia tanto evocata dal governo. E che invece ora rischia, come già accaduto in passato, di essere lasciata a piedi dopo essere stata formata con i soldi pubblici.

La storia dei precari della giustizia comincia nel 2010, quando l’allora presidente della provincia di Roma Nicola Zingaretti risponde al grido di emergenza per scarsità di personale del presidente del Tribunale di Roma Paolo De Fiore. Tramite una selezione del centro per l’impiego della Capitale, la provincia stipula così un progetto pilota per reimpiegare negli uffici giudiziari circa 80 lavoratori in cassa integrazione e mobilità. Lo scopo è quello di un tirocinio formativo per trasformare in digitale una giustizia prevalentemente cartacea, «in modo da rimetterci in gioco davvero sul mercato del lavoro, riqualificandoci con specifiche finalità e non senza obiettivi come spesso accade per i corsi di formazione», racconta Emiliano Viti, uno dei quattro coordinatori nazionali dell’Unione precari della giustizia (Upg), che nel frattempo si sono compattati pure in un gruppo sindacale interno alla Cgil. Il primo esperimento romano funziona. Dopo pochi mesi, «la Corte d’appello estende l’esperienza ad altri tribunali del Lazio e agli uffici dei Giudici di pace. La stessa cosa fa la Cassazione. Finché i tirocini formativi partono anche in altre regioni, diffondendosi in tutta Italia». E in poco tempo si raggiunge la cifra di oltre 3mila cassintegrati e disoccupati (oggi scesi a 2.650 grazie al fatto che qualcuno è stato ricollocato e qualcun altro è andato in pensione) distribuiti nei 1.300 tribunali di tutta Italia per far da tappabuchi alle carenze di personale.

All’inizio la “pezza” la mettono le Province prima e le Regioni poi, pagando di tasca loro, con rimborsi di poco più di 200 euro a tirocinante (10 euro lordi all’ora), le carenze di personale dei tribunali. Finché nel 2013 i tirocinanti vengono presi in carico dallo stesso ministero della Giustizia, che stanzia i primi 7,5 milioni per il perfezionamento del tirocinio formativo con lo scopo di «assicurare maggiori livelli di efficienza degli uffici». Alla fine del 2013, davanti al rischio della mancata proroga dei tirocini, intervengono addirittura presidenti di Corti d’appello, dei tribuali, giudici di pace e anche il procuratore generale della Cassazione per chiedere che «non si risparmino sforzi – a ogni livello, anche legislativo – perché le professionalità acquisite dai lavoratori in questione non si disperdano».

L’anno dopo, nella legge di stabilità 2014, si mettono in bilancio “fino a 15 milioni”. I primi 9 milioni vengono effettivamente erogati nel 2014, ma l’altra tranche latita per molto tempo. A fine settembre i tirocinanti vengono lasciati a casa per qualche mese, per poi rientrare al lavoro a dicembre, ma solo per un mese. Degli ultimi 6 milioni non c’è traccia nella legge di stabilità 2015. Alla fine vengono reinseriti sul filo del rasoio nel decreto milleproroghe, prevedendo altre 170 ore di tirocinio da smaltire da febbraio ad aprile 2015. Dopo, il nulla. «Dal 1 maggio, giorno della festa dei lavoratori, saremo punto a capo», dicono.

Nel frattempo queste quasi tremila persone hanno svolto funzioni da operatore giudiziario nei tribunali di ogni sezione, passando allo scanner fascicoli, smaltendo gli arretrati, rispondendo agli sportelli e inserendo le pratiche nei computer. Molti di loro sono giovani, conoscono le lingue (non a caso alcuni sono stati messi ha fare le traduzioni nelle rogatorie internazionali), la quasi totalità ha una laurea (qualcuno anche un master) ed esperienze in aziende private che li hanno lasciati a casa. Ma ci sono anche molti over 50 con competenze informatiche pregresse maggiori di quelle di molti impiegati negli uffici giudiziari. «Il rapporto di lavoro è quello di un tirocinio formativo, ma ormai per noi è un lavoro a tutti gli effetti con le stesse mansioni degli operatori giudiziari», dice Emiliano Viti, poco più che trentenne, con una laurea in Sociologia. «Avendo carenze di organico, noi le abbiamo sopperite. Il nostro è stato un esempio positivo di politiche attive: anziché stare a casa con la cassa integrazione o magari andare a lavorare in nero, ci siamo messi in gioco per riqualificarci».

Dopo il blocco del turnover, l’età media dei dipendenti della pubblica amministrazione è salita a 47,8 anni, ma per la giustizia si arriva addirittura a 51 anni. «Nei tribunali abbiamo incontrato impiegati avanti con l’età, ma soprattutto molto stanchi e stressati», racconta Viti. «Ci sono funzionari che dirigono fino a tre aree. Si parla di riforma della giustizia ma non si parla del personale amministrativo. La situazione generale è di una fortissima carenza di organico e mancata formazione dei dipendenti, che si arrangiano come possono. Si lavora con computer vecchi, eppure nonostante questo ci sono buoni risultati nell’informatizzazione».

Nella riforma della pubblica amministrazione del ministro Madia, un posto per i tirocinanti della giustizia, nell’“ufficio per il processo”, è stato pure immaginato, ma senza stanziare fondi ad hoc. In compenso, è stata sbloccata la mobilità di più di mille dipendenti pubblici, con precedenza per quelli delle province, da trasferire nei tribunali di tutta Italia. «Così si metteranno i lavoratori gli uni contro gli altri», dice Emiliano Viti. «Arriverebbero persone da formare, magari con qualifiche superiori rispetto a chi dovrà formarli. E questo non farà altro che creare altri malfunzionamenti».

Intanto, in attesa di rientrare negli uffici giudiziari fino ad aprile, i membri dell’Unione precari della giustizia promettono contestazioni nei giorni dell’elezione del presidente della Repubblica. Così come si sono fatti già sentire sotto il palazzo di giustizia di Milano in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario. La loro richiesta «non è di essere assunti tutti per decreto», rassicura Viti. «Noi proponiamo un reclutamento per titoli tramite i centri per l’impiego e poi contratti a tempo determinato, partendo dalle qualifiche più basse degli uffici giudiziari, che sono anche le più scoperte». Anche perché l’esperienza quasi quinquennale nei tribunali come tirocinanti non ha fatto maturare loro né contributi, né alcun un punteggio che li possa aiutare a scalare le graduatorie di altri concorsi pubblici.  

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