Altro che riforma, Al-Sisi stronca il dissenso

Altro che riforma, Al-Sisi stronca il dissenso

Il discorso al Cairo del primo gennaio scorso del presidente Abdel Fattah Al-Sisi ha attirato l’attenzione di mezzo mondo, con il suo forte richiamo a una “rivoluzione” nell’Islam, e qualche commentatore si è spinto fino a salutare Al-Sisi come una sorta di riformatore.

I recenti raid aerei contro obiettivi jihadisti nella Libia orientale hanno contribuito a formare l’immagine di uno strenuo oppositore dell’estremismo. Ma la condanna senza condizioni al terrorismo islamico e il richiamo recente a una «forza armata araba» per intervenire nel conflitto libico nasconde il fatto che in patria sia in corso una durissima ondata repressiva e che ben poco sembri cambiato, sul fronte interno, rispetto ai decenni di dominio di Hosni Mubarak.

Lunedì 23 febbraio un tribunale del Cairo ha condannato uno dei più celebri attivisti del paese, Alaa Abd El Fattah, a cinque anni di carcere. Con lui erano a processo altre ventiquattro persone. Abd El Fattah ed è stato condannato in base a una legge che considera un reato le dimostrazioni non autorizzate.

La legge, approvata a novembre 2013 e duramente criticata dalle organizzazioni per i diritti umani e dalle Nazioni Unite, è servita per portare in carcere molti leader dei movimenti di protesta degli ultimi anni. Richiede che gli organizzatori di manifestazioni ottengano sette diversi permessi, vieta quelle che durano tutta la notte e renderebbe di fatto impossibili le proteste come quelle di piazza Tahrir del 2011. Morsi aveva cercato di approvare una legge simile, senza riuscirci.

La legge del novembre 2013 rende di fatto impossibili le proteste come quelle di piazza Tahrir

La vicenda giudiziaria di Abd El Fattah è un caso esemplare dell’applicazione della legge per la repressione del dissenso. In una prima fase, a giugno scorso, l’uomo era stato condannato in contumacia a quindici anni, per una protesta del 2013 contro l’incriminazione di civili da parte di tribunali militari.

La sorella, Mona Seif, ha denunciato che in quel caso l’accesso al tribunale gli era stato impedito e poi gli stessi agenti che lo avevano tenuto lontano dall’aula lo avevano arrestato e portato in carcere. A settembre scorso Abd El Fattah era stato scarcerato su cauzione e gli era stato garantito un nuovo processo, quello conclusosi ieri.

Con la sentenza di lunedì, alcune condanne dei suoi coimputati a quindici anni sono state mantenute dalla corte, mentre altri hanno ricevuto la pena di tre anni. Il verdetto dovrebbe essere portato nei prossimi mesi davanti alla Cassazione, il tribunale di grado più alto in Egitto.

Abd El Fattah, ingegnere informatico, era tra i volti della protesta contro Hosni Mubarak nel 2011. Al momento della lettura della sentenza, riporta il Guardian, alcuni sostenitori degli attivisti hanno protestato rumorosamente nell’aula del tribunale – all’interno della prigione di Tora nella capitale egiziana – gridando: «Abbasso il regime militare!».

Contro gli islamisti – e contro i laici

L’arrivo al potere dei militari, nell’estate del 2013, ha inaugurato una nuova stagione di repressione dell’opposizione politica in Egitto. I sostenitori di Morsi organizzarono proteste quasi quotidiane contro la sua rimozione e il passaggio del potere a una giunta delle forze armate. Le forze di sicurezza repressero le manifestazioni nel sangue. Migliaia di persone vennero uccise e decine di migliaia portate in carcere.

Molti di loro erano sostenitori dei Fratelli Musulmani, il movimento islamista che appoggiava Morsi – e che nel frattempo è stato dichiarato fuorilegge e terrorista. Poche settimane dopo, non appena la legge anti-dimostrazioni è entrata in vigore, la repressione si è rivolta anche contro molte voci del dissenso laico. Nel frattempo, la polizia – rimasta in secondo piano durante la fine di Mubarak – sta tornando al potere più forte di prima.

Alaa Abd El Fattah, figlio di un famoso avvocato e attivista per i diritti umani sotto Mubarak, venne imprigionato brevemente nel 2006, quando la fine di Mubarak sembrava ancora di là da venire. Dopo tre anni in Sudafrica, tornò in Egitto quando cominciarono le proteste di massa contro il regime. Da allora è stato imprigionato o tenuto sotto sorveglianza sia dal regime di Mubarak che da tutti i governi successivi nelle difficili fasi della transizione, fino all’arrivo al potere dei militari.

Nel frattempo, lo stesso tribunale che ha condannato El Fattah ha rimandato all’8 marzo la nuova udienza del processo a due giornalisti di Al Jazeera, un altro caso che ha attirato molte critiche sul governo di Al-Sisi. I due, Mohamed Fahmy e Baher Mohamed, sono accusati di aiutare un’organizzazione terroristica (cioè i Fratelli Musulmani) e di aver diffuso notizie false. Insieme a loro c’era anche il giornalista australiano Peter Greste, che è stato successivamente rimandato in patria.

Oltre ad Abd El Fattah, negli ultimi mesi sono finiti in carcere altri leader delle proteste del 2011, come Mahienur el-Masry, organizzatore delle proteste contro le violenze della polizia nel 2010 che aprirono la strada alle manifestazioni di piazza Tahrir, e Ahmed Maher, a capo del “Movimento 6 aprile”, un’altra associazione importante del movimento anti-Mubarak.

Negli ultimi mesi sono finiti in carcere i leader delle proteste del 2011

Al di là dei casi più celebri, migliaia di persone restano detenute senza guadagnare l’attenzione dei media, spesso fuori dal circuito carcerario egiziano. Tom Stevenson ha scritto sull’ultimo numero della London Review of Books che «ci sono moltissime prove che le forze di polizia militari e paramilitari stanno mantenendo un sistema parallelo di detenzione fuori dai canali ufficiali, e dalla legalità, in parte anche solo per gestire il numero di persone arrestate» dall’ascesa dei militari. Secondo il ministro dell’Interno 16 mila persone sono state arrestate nei nove mesi dopo la caduta di Morsi, ma altre stime dicono che la cifra è meno della metà di quella reale.

L’alleato problematico

La sentenza di ieri è stata condannata dal Dipartimento di Stato americano, tramite la portavoce Jen Psaki, che ha chiesto anche di rivedere la legge contro le manifestazioni. Fin dagli accordi di Camp David del 1978, la pace tra Egitto e Israele con la benedizione degli Stati Uniti è garante dell’equilibrio della regione. Gli Usa hanno sostenuto Mubarak fino all’ultimo, anche tramite i solidi legami con l’establishment militare, e sono tornati a sostenere anche Al-Sisi.

La dura repressione portata avanti da Al-Sisi sembra dare qualche imbarazzo agli Usa

Quando John Kerry visitò il Cairo nel 2014 disse, con più di una punta di wishful thinking, che l’ex comandante dell’esercito egiziano gli avesse dato l’impressione di possedere «un fortissimo senso di rispetto per i diritti umani».

La dura repressione portata avanti da Al-Sisi sembra ora dare qualche imbarazzo agli Usa, che dicono di non aver ancora deciso su 1,3 miliardi di dollari in aiuti militari all’Egitto per il 2015, mentre hanno già ritardato la consegna di alcuni elicotteri Apache all’esercito egiziano. Da parte sua, Al-Sisi ha mandato un messaggio agli Stati Uniti ai primi di febbraio accogliendo Vladimir Putin – che finora lo ha appoggiato senza condizioni – in una visita di stato con tutti gli onori al Cairo. Pochi giorni dopo, l’Egitto ha firmato un contratto con la Francia per l’acquisto di 24 aerei da combattimento Rafale.

L’Egitto, quasi novanta milioni di abitanti tra Africa e Asia, usciva nel 2011 da quasi sessant’anni di dominio autoritario e ci è rientrato a tutti gli effetti con il governo di Al-Sisi. La strada per la stabilità nel Medio Oriente passa dal Cairo e l’ex comandante in capo delle forze armate egiziane sta facendo capire che intende avere voce in capitolo.