Che cosa è andato distrutto a Mossul

Che cosa è andato distrutto a Mossul

Oggi le autorità irachene hanno ufficialmente riaperto il museo nazionale di Baghdad, in Iraq. Era chiuso da dodici anni e il suo patrimonio era stato danneggiato dai saccheggi causati dalla guerra del 2003. Si stima che solo un terzo dei circa quindicimila reperti trafugati siano stati recuperati negli anni successivi.

La riapertura del museo di Baghdad è certamente una buona notizia. Le autorità irachene hanno detto di voler dare una risposta a un evento che ha ricordato brutalmente alla comunità internazionale i rischi del patrimonio artistico nelle zone mediorientali ancora devastate dalla guerra.

Nel video più recente diffuso dal cosiddetto Stato Islamico, giovedì 26 febbraio, viene mostrata infatti la distruzione di antiche opere d’arte nell’area di Mossul, definite «idoli». Il filmato mostra diversi elementi caratteristici della propaganda dell’organizzazione terroristica, mentre gli esperti si interrogano sull’entità dei danni causati al museo.

Mossul, conquistata a giugno dello scorso anno dall’Isis, è la seconda città più grande dell’Iraq e uno snodo fondamentale nel nord del paese. È attualmente il centro urbano più importante nelle mani del cosiddetto Stato Islamico, e si trova al centro di una zona di enorme valore archeologico, con poco meno di milleottocento diversi siti e a poca distanza da quattro differenti capitali dell’impero assiro.

Che cosa è andato distrutto a Mosul

Il video diffuso giovedì mostra alcuni uomini spingere statue giù dai loro piedistalli e colpirle a martellate, utilizzando anche martelli pneumatici, in ambienti che sono stati riconosciuti come parte del museo cittadino di Mossul. Altre scene di devastazione sembrano girate al sito archeologico della porta di Nirgal, poco distante dalla città.

Non è chiaro quando siano state filmate le scene. L’accurato montaggio e alcune informazioni filtrate dai territori in mano all’Isis sembrano indicare che siano vecchie di diverse settimane, forse dello scorso dicembre, secondo alcuni ricercatori che raccolgono informazioni sui siti archeologici a rischio in Iraq.

Il museo di Mosul è uno dei principali del paese

Il museo di Mosul è uno dei principali del paese, dopo quello di Baghdad, e uno dei più importanti del Medio Oriente. Era diviso in quattro sezioni, dedicate all’arte islamica, preistorica, assira e partica. Nel 2003, nelle prime fasi della guerra in Iraq, molti reperti vennero rubati o danneggiati. Quello stesso anno il personale del museo trasportò 1.500 reperti al museo di Baghdad. Ci sono poche informazioni su che cosa sia stato del museo tra il 2009 e oggi, dice l’Arca, associazione con attività in Italia e negli Stati Uniti che si occupa della tutela del patrimonio artistico.

Nelle prime ricostruzioni giornalistiche si è parlato soprattutto dei reperti artistici che risalgono al periodo assiro-babilonese, ma nel video la maggioranza delle opere distrutte sembra provenire dal sito archeologico di Hatra, città-stato alleata dell’impero partico, e risalgono per lo più al II-III secolo dopo Cristo.

L’impero dei Parti si sviluppò tra il III secolo avanti Cristo e il III secolo d.C. e si estendeva, al momento della sua massima espansione, nei territori degli odierni Iran, Iraq e sulle coste orientali della penisola arabica.

La maggioranza delle opere distrutte sembra provenire dal sito di Hatra, città-stato alleata dell’impero partico

Enrico Foietta sta completando un dottorato al Dipartimento di studi storici dell’università di Torino e si occupa dell’urbanistica della città partica, su cui ha già pubblicato alcuni lavori scientifici. «Molte delle sculture che si vedono sono di Hatra, cioè del periodo partico. Tra le poche assire ci sono i lamassu, sul sito all’aria aperta» della Porta di Nergal. Il sito archeologico di Hatra – un patrimonio dell’umanità dell’Unesco – si trova a meno di cento chilometri da Mossul ed è «una città intera ancora molto poco scavata, una delle principali di periodo partico», continua Foietta.

Alcune delle opere mostrate nel video sembrano essere calchi in gesso degli originali, spostati negli anni precedenti al museo di Baghdad o rimaste nel sito di Hatra, come un medaglione circolare che nel video viene staccato dal muro e crolla a terra nella seconda parte del video. Si intravedono in alcuni casi anime metalliche, mentre in altri le statue sembrano rompersi lungo le linee dei restauri effettuati dopo la scoperta, solitamente perché già ritrovate divise in pezzi. Ma diversi reperti, pezzi unici dal valore inestimabile, sono sicuramente originali.

Nel video si vede poi l’attacco al patrimonio artistico della Porta di Nirgal, una delle vie di accesso all’antica città di Ninive, a poca distanza da Mossul. Si vede in particolare la distruzione del volto di uno dei due lamassu al fianco della porta, datata tra il 704 e il 690 avanti Cristo. Ilamassu sono colossali statue in pietra chiamate “tori alati” e raffigurate anche sul retro delle odierne banconote da 500 dinari irachene, tra i reperti più celebri dell’arte assira.

Diversi lamassu furono scoperti durante le campagne di scavo di metà Ottocento, principalmente da spedizioni inglesi, francesi e americane, e in molti casi vennero spediti verso i grandi musei europei. Nel 1853 e nel 1855 gli archeologi francesi caricarono alcuni ritrovamenti dall’antica città assira di Dur-Šarruken – anch’essa nei pressi di Mossul – su zattere di legno e li spedirono lungo il Tigri, ma diverse zattere affondarono nel viaggio. Due lamassu e centinaia di casse di reperti andarono perduti. Molte spedizioni furono più fortunate e oggi ne esistono molti esemplari nei più importanti musei del mondo, comeil British Museum e il Louvre (in entrambi i casi si tratta di statue risalenti alla fine dell’ottavo secolo avanti Cristo).

La parte finale del video mostra il danneggiamento di altri due lamassu che si trovano nell’area oltre la Porta di Nergal, meno ben conservati rispetto ai precedenti. Altri reperti assiri – bassorilievi, frammenti di una porta in bronzo – si vedono nelle parti filmate all’interno del museo. Si tratta di originali e di copie, spiega Christopher Jones, dottorando alla Columbia University, che ha dedicato un lungo post sul blog Gates of Niniveh proprio alla valutazione dei danni ai reperti assiri di Mossul. In particolare, la statua di Sargon II che si vede all’inizio del video, tra i primi reperti distrutti, sembra certamente fatta di gesso.

Una operazione terroristica

In apertura del video, un uomo dice in arabo che «il profeta Maometto frantumò quegli idoli con le sue stesse sante mani quando conquistò la Mecca. Il profeta Maometto ci comandò di frantumare e distruggere le statue. Questo è ciò che fecero più tardi i suoi compagni, quando conquistarono delle terre. È facile per noi obbedire, e non ci curiamo della gente, anche se questo ha un prezzo di miliardi di dollari».

Il richiamo alla conquista della Mecca da parte di Maometto è caratteristico della retorica dell’Isis, che dichiara il ritorno all’Islam del profeta e delle prime generazioni che lo hanno succeduto. Tutto quanto proviene dai secoli precedenti appartiene all’età dell’“ignoranza”, jahiliyya, e per questo meriterebbe di essere distrutto.

La furia iconoclasta dei gruppi estremisti e terroristici si è già rivolta contro le opere d’arte antiche: in uno degli episodi più celebri, nel marzo del 2001, i Talebani del Mullah Omar distrussero con la dinamite i giganteschi Buddha di Bamiyan, nell’Afghanistan centrale, dopo averli dichiarati “idoli”.

Questa lotta contro gli “idoli”, nelle frange più radicali, si rivolge contro l’antico come contro oggetti più contemporanei: come racconta Robert Lacey nel suo libro sull’Arabia Saudita moderna Inside the Kingdom, i piccoli gruppi estremisti sauditi degli anni Settanta arrivavano a usare solo monete e a rifiutare l’uso delle banconote perché queste portavano il ritratto del re.

Il professor Giovanni Curatola, ordinario di Archeologia e storia dell’arte musulmana presso l’università di Udine, precisa che non bisogna cadere nella trappola di considerare l’azione dell’Isis davvero connessa con la realtà e la storia dell’Islam: «la vulgata che l’arte islamica sia di per sé iconoclasta è pura ignoranza, purtroppo diffusa anche tra professori di arte medievale, moderna e contemporanea».

«La vulgata che l’arte islamica sia di per sé iconoclasta è pura ignoranza»

Nell’Islam, prosegue Curatola, «l’arte – come tutto quello che coranicamente è opera di Dio – è assolutamente lecita e consentita. Il problema che si pone, semmai, è tra committenza pubblica e privata. La moschea è considerata un luogo di preghiera, politico e di aggregazione. Per concentrare l’attenzione del fedele verso Dio si favorisce un’iconografia con tre repertori – epigrafico, geometrico, floreale-astratto – e su quella si concentra, per ragioni storiche».

Il messaggio dei terroristi, secondo il professor Curatola, che nel 2003-2004 ha lavorato a Baghdad, è diretto per prima cosa agli occidentali. «Spiego questa azione con il tentativo – riuscito – di creare uno shock verso l’Occidente. Di porsi non tanto come il vero Islam, ma come veri oppositori dell’Occidente. Noi facciamo questi gesti, che sono i gesti che disturbano l’Occidente. In una visione puramente terroristica e di potere», sfruttando «la nostra colpevole ignoranza nei confronti dei fenomeni islamici».

Considerare i terroristi dell’Isis come in qualche modo indicativi di tendenze iconoclaste e distruttive nella cultura islamica sarebbe come «condannare il cattolicesimo perché alcuni membri delle Brigate rosse erano cattolici».

«Miliardi di dollari»

Nel proclama che accompagna il video c’è anche un riferimento ai «miliardi di dollari» che suona come una nota stonata tra i richiami religiosi. Samuel Hardy, che insegna alla American University di Roma, ha notato sul suo blog – dedicato al traffico illecito di opere d’arte antiche – che il momento in cui è stato diffuso il video potrebbe non essere casuale.

Numerosi indizi indicano che l’Isis si finanzia anche tramite la vendita dei reperti antichi

Poco prima, infatti, era emerso che il cosiddetto Stato Islamico aveva stretto un accordo con la Turchia per non danneggiare la tomba di Suleyman Shah, padre del fondatore dell’impero ottomano. La tomba si trova a una ventina di chilometri da Kobane, in Siria, anche se un trattato del 1921 ne affida la custodia alla Turchia.

D’altra parte, numerosi indizi indicano che l’Isis si finanzia anche tramite la vendita dei reperti antichi, dimostrando di abbandonare l’idea delirante della distruzione degli “idoli” quando è chiaro il ritorno economico. In altri casi, manoscritti, edifici antichi e reperti sono stati distrutti: il caso più recente sembra quello della moschea di Khudr, nel centro di Mossul, che secondo quanto riporta AFP è stata distrutta questa settimana perché ospitava una tomba antica.

In molte località archeologiche in Iraq e in Siria ci sono stati scavi clandestini e l’esatta dimensione dei danni arrecati è sconosciuta anche per gli specialisti. «In questo momento non si sa se ci sono degli scavi clandestini sul sito di Hatra, in cui si trovano ancora molte sculture e reperti», dice Foietta. «Non sono disponibili foto satellitari del 2015».

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