Dopo Charlie in Francia si autocensurano sull’Islam

Dopo Charlie in Francia si autocensurano sull’Islam

Uno spettro s’aggira per la Francia. Lo spettro dell’autocensura. Spettacoli annullati, poster ritoccati, film rifiutati, installazioni artistiche bruscamente cancellate. No, non siamo in un romanzo di Houellebecq, anche se lo scenario assomiglia a quello immaginato dallo scrittore francese nel suo ultimo libro “Sottomissione”. Gli attentati alla redazione di Charlie Hebdo e del supermercato kosher alla Porte de Vincennes hanno lasciato pesanti strascichi. A fronte di una società civile che s’è mobilitata in maniera compatta in difesa della libertà d’espressione, sulla programmazione culturale del paese transalpino, sin dal giorno del massacro della rue Nicolas Appert, incombe ora un’ombra lunga e minacciosa: quella della paura, del timore della rappresaglia violenta, del rispetto ossequioso e salmodiante del politically correct che si traduce in una sola, un tempo impronunciabile, parola: autocensura. Cio’ che accade da qualche settimana in Francia è allarmante. Festival, musei e cinema cambiano parte della propria programmazione, addirittura artisti, produttori o cineasti che ritirano opere. Che succede? Nel vano tentativo di non urtare la sensibilità delle frange più radicali dell’integralismo di matrice islamica che si cela nella società francese – che ora ha alzato la cresta e che brandisce strumentalmente il Corano come prima l’Inquisizione brandiva la Bibbia – la cultura cede il passo ed indietreggia, verso evi più bui. Ecco alcuni esempi emblematici.

Un’artista franco-algerina aveva immaginato, nell’ambito della mostra “Femina” a Clichy La Garenne, una particolare installazione: una distesa di tappeti per la preghiera musulmana adorna di altrettante scarpe femminili con immancabile e appuntito tacco. Innocua in fondo ma molto evocatrice. Dopo una lettera della Federazione delle Associazioni Musulmane l’installazione è stata ritirata ma per volere stesso dell’artista che s’è detta improvvisamente “inquieta per aver toccato uno dei cinque pilastri dell’Islam”. Inquietudine o semplice paura di minacce e violente rappresaglie contro di lei? Dopo un tira e molla l’installazione è stata alla fine rimessa al suo posto ma solo grazie all’intervento diretto del sindaco e con l’ausilio di un servizio di sicurezza ad hoc per proteggere l’installazione. E’ andata peggio invece allo street artist Combo. Mentre ritoccava, su un muro alla Porte Dorée a Parigi, la sua opera “Coexister” (in cui si vedono simbolizzate le tre religioni monoteiste ed accanto l’artista stesso con djellabah e barba lunga da imam), l’artista è stato aggredito violentemente da un gruppo di persone che gli hanno intimato di cancellare l’opera. Combo, che tra l’altro è musulmano ed è metà marocchino e metà libanese, ne è uscito con una spalla lussata, ematomi sparsi per il corpo ed otto giorni di prognosi. “Non si puo’ ridere di tutto”. Sembra il manifesto programmatico della scaletta culturale della Francia post-Charlie Hebdo. In realtà è il titolo di uno spettacolo di Patrick Timsit in programma al Théâtre du Rond Point a Parigi. Il poster per pubblicizzare lo spettacolo, che raffigurava il comico con in mano una bomba, è stato rifiutato dalla società JCDecaux. Motivo: non urtare la sensibilità delle persone dopo gli attentati. Alla luce del ritocco, il titolo non potrebbe essere più ironico.

La pièce teatrale Lapidée è invece uno spettacolo forte, di denuncia, sul tema della lapidazione delle donne nello Yemen. Nel poster si vede una donna velata che piange lacrime di sangue. Dopo una telefonata preoccupata della Prefettura di polizia di Parigi, il produttore ha deciso di ritirare il poster dai corridoi peraltro già ingrigiti del metro’ parigino. Ma non è bastato. Lo spettacolo, dopo sole tre rappresentazioni al Ciné 13 di Parigi, è stato semplicemente annullato. Ne erano previste ben trenta.E poi il cinema. Un film sul terrorismo in piena epoca Isis e di terrore su scala globale? Un affronto oltre che un cattivo esempio che potrebbe produrre emuli. E così il plurinominato film Timbuktu (agli Oscar ma anche ai Césars francesi) del cineasta Abderrahmane Sissako, che denuncia le violenze islamiste nel Nord del Mali, ha subito un’eccellente cancellazione. Il sindaco dell’UMP di Villers-sur-Marne, che lo ha ‘de-programmato’ dalle sale della sua città, ha giustificato cosi’ il suo intervento: “evitare che i giovani prendano i jihadisti come modello”. Dagli scranni del consiglio municipale della città un deputato avrebbe anche accusato il film di “apologia di terrorismo”.  Censura? Autocensura? La costernazione in ambito culturale e cinematografico è totale. Stessa sorte è stata riservata al film “l’Apostolo” di Cheyenne Carron. Il film tocca il controverso tema della conversione di un giovane musulmano al cattolicesimo. La proiezione del film è stata annullata nella città di Nantes dietro suggerimento addirittura dei servizi segreti interni francesi che temevano un possibile attentato durante la proiezione. 

Insomma pare che la cultura in Francia abbia ceduto il passo alla paura, che si autocensuri per paura di rappresaglie. Ne abbiamo parlato con la giornalista ed editorialista francese Caroline Fourest, sempre in prima linea per difendere la libertà di stampa e che ha più volte denunciato, anche in passato, la svolta liberticida alla quale l’estremismo riesce a piegare l’establishment politico e culturale. Nel 2006 la Fourest pubblicò, con l’altra giornalista Fiammetta Venner, un numero speciale di Charlie Hebdo dal titolo “Charlie Blasphème”, in sostegno dei fumettisti danesi. Le illustrazioni, ça va sans dire, erano di Charb e Luz. “Autocensura? – ci dice Fourest – Nell’opinione pubblica in realtà avviene il contrario. C’è stata una grande mobilitazione e c’è oggigiorno una grande vigilanza per difendere la libertà d’espressione ed il diritto di blasfemia più che mai. Nondimeno ci sono commercianti, proprietari di teatri ed operatori culturali che mancano di coraggio, che si comportano da vigliacchi e che s’autocensurano, giustificandosi con il rispetto della libertà, ma quest’ultima così perde di senso perché quando gli integralisti e gli oscurantisti ti minacciano per farti tacere è in quel momento che bisogna parlare”.

Ci avviciniamo ad un periodo di oscurantismo? “Andiamo verso un periodo in cui, come in altri periodi importanti della storia, gli artisti saranno dei pionieri, degli anticipatori, ma degli anticipatori minacciati. Oggi in Francia i giornalisti, i disegnatori,  i fumettisti sono minacciati, proprio come lo erano in Algeria nel decennio nero del terrorismo. Non è un problema solo francese ma mondiale. Davanti al ritorno dell’oscurantismo in Europa saranno gli artisti, nel loro essere in avanti coi tempi, a pagare il prezzo più alto della nostra libertà. Davanti a queste violenze e a questi omicidi la società dimostra spesso mancanza di discernimento e potrebbe pure essere tentata di gettarsi tra le braccia di discorsi fascisti, che spesso sono più rassicuranti. In fondo gli estremisti e i terroristi che li spalleggiano sono una minoranza. La maggioranza s’identifica con lo spirito di Charlie Hebdo, lo spirito dell’11 Gennaio, una maggioranza antirazzista, laica, profondamente tollerante, ma che davanti ad una serie di omicidi vigliacchi, come quelli alla redazione di Charlie Hebdo, potrebbe addirittura preferire il fascismo”. La allarmanti parole di Caroline Fourest scuotono un’atmosfera pesante, immobile. In fondo l’estremismo, e le lunghe mani dell’oscurantismo, hanno un solo ed unico obbiettivo: soffocare ogni velleità di libera opinione per creare una realtà totale, univoca, che non si puo’ discutere o criticare. Una forma subdola, contemporanea, di quello che la Arendt avrebbe bollato come puro e semplice totalitarismo.