Éloïse Bouton, ovvero cercare la libertà nella protesta

Éloïse Bouton, ovvero cercare la libertà nella protesta

La sua ultima condanna risale al 17 dicembre 2014, per essere entrata, a seno scoperto, nella Chiesa de la Madéleine a Parigi. Mentre girava per la chiesa sventolava un cartello: “Il Natale è annullato” e, sul corpo, si era scritta in rosso “344 salope”, un richiamo alle 343 donne che, nel 1971, chiedevano la legalizzazione dell’aborto in Francia. Una dimostrazione, forse un po’ troppo fuori dalle righe. Il giudice ha deciso di condannarla a un mese di prigione con cauzione di 1.500 euro.

Lei è Éloïse Bouton, militante femminista ed ex Femen, autrice di un libro in Francia Confessioni di un ex-Femen, giornalista. Si è subito opposta al provvedimento, annunciando che farà appello. La pena, dice «è sproporzionata rispetto» alla sua azione. Ci si legge quasi una condanna «per blasfemia, mascherata», che non è reato almeno dal 1791, in Francia. La sua battaglia assicura, andrà avanti. Anche fuori dal gruppo delle Femen, che ha abbandonato nel 2014, per lanciarsi in un’attività di “femminista free-lance”.

Perché ha lasciato il movimento delle Femen?
Era diventata un’esperienza troppo opprimente. L’ambiente era pesante, aveva assunto una dimensione soldatesca, si era quasi in un esercito, dove molte subivano il carisma di Inna Schevchenko, il leader delle Femen ucraine. A questo va aggiunta anche una grande esposizione mediatica che non ha contribuito a creare un buon clima.

In che senso? L’esposizione mediatica è uno dei vostri punti di forza.
In questo caso no. Ha creato ansia e paranoia. Era diventata un’organizzazione in cui tutti sospettavano di tutti. Chi era contro di noi, e mi riferisco a gruppi fascisti ed estremisti cattolici, ci ha attaccati e ha lasciato trapelare anche notizie e informazioni false contro di noi. Io ero uno dei loro bersagli principali.

Cosa dicevano?
Sono circolate delle voci – e si possono vedere anche in rete – che sostenevano che fossi anche una prostituta. Tutte falsità, che ho smentito più volte. Ma che hanno lasciato molta impressione e che hanno minato, per alcuni, la credibilità del movimento.

Si è anche detto molto sulla questione dei finanziamenti del movimento.
La fonte di provenienza delle sovvenzioni è fatta di donazioni private, di ricavi fatti con la vendita di magliette, di sostegno privato. Non ci sono finanziatori occulti che manovrano il movimento, né lobby particolari. Questo vale, di sicuro, per l’organizzazione delle Femen francesi.

Anche per quelle ucraine?
Non lo so. Ma non ho ragione di pensare che sia diverso.

Immagine di Samuel Guigues

Perché protestare a seno scoperto?
Lo ho fatto da Femen, ma lo farò anche ora che sono una “femminista free-lance”. Il motivo è semplice: il seno è il segno del corpo femminile. E il corpo femminile, perfino nelle evolute società occidentali, è ancora un argomento problematico. Va coperto, va tenuto a parte, va nascosto. Io porto il corpo della donna, il mio, al centro del dibattito, lo mostro, faccio una cosa proibita. Diventa una cosa disturbante perché ancora molto della società di oggi passa attraverso il corpo femminile e l’uso che se ne può fare. In altre parole, il controllo che se ne può avere. E soprattutto, chi lo può avere. Sembra che la donna non ce l’abbia ancora.

Chiaro. Ma mostrandolo, anche in modo provocatorio, non si legittima, per negazione, proprio quel pensiero che si vuole smantellare?
Lo dicono in tanti, non sono d’accordo. Una cosa è il mezzo, cioè mostrare il corpo, che è, sì, uguale. Ma un’altra è l’obiettivo, il significato che sta alla base del gesto. Da un lato si ha lo sfruttamento, nel senso di controllo, del corpo della donna. Dall’altro una ribellione, una rivendicazione di libertà.

Contro di voi ci sono gruppi molto decisi.
Sì, in generale sono i gruppi religiosi. Su certi aspetti sembra di essere nel medioevo. Io vengo condannata perché offendo la loro sensibilità di religiosi. Ma perché nessuno si cura della mia sensibilità di laica? Le loro manifestazioni, quelle contro l’aborto, sono un buon esempio. In ogni caso, se attacchi il maschio, bianco eterosessuale devi essere pazza. O altrimenti sarai punita.

Si sente ribelle?
Io ribelle? Non proprio. Quello che faccio è andare contro la dittatura maschile, che ha formato la società, la politica. Mi sento più una disobbediente civile. Vado all’attacco di un sistema di pensiero. Mi sono legata a correnti di pensiero femministe, ho aderito a diversi gruppi, fino a quest’ultimo delle Femen. Ora che le ho lasciate, procedo da sola.

Quando è diventata femminista?
Al liceo. Mi ero appassionata a certe letture precise. Simone de Beauvoir, che è senza dubbio la più nota. Ma anche Violette Leduc. Ero d’accordo con quello che scriveva. E visto che lei si definiva femminista, allora ho capito: lo sono anche io. E non smetterò.