"L’Fmi non può trattare la Grecia come una dittatura"

Taccola

“L’Fmi non può trattare la Grecia come una dittatura”

La tanto attesa lettera di Yanis Varoufakis, il ministro delle Finanze greco, è arrivata, così come la ancora più attesa risposta positiva dell’Eurogruppo riunito in teleconferenza. Ma tra quattro mesi saremo di nuovo a parlare di un nuovo programma dell’ex Troika (ora ribattezzata “Le Istituzioni”), il terzo, a cui forse dovrà seguire un quarto. Perché il problema di fondo di questi interventi, spiega Andrea Montanino, fino allo scorso novembre direttore esecutivo del Fondo monetario internazionale, è che sono sempre stati troppo brevi e con richieste di troppe riforme da fare contemporaneamente. Questo perché l’Fmi ha sempre lavorato con Paesi in via di sviluppo senza democrazia, e quindi senza corpi sociali e organi costituzionali in grado di opporsi ai programmi. Per questo motivo sarebbe stato meglio, spiega a Linkiesta, prevedere subito un programma di 15 anni, che avrebbe permesso di mettere in pista riforme realmente implementabili. Quelle annunciate ora, come quelle degli anni passati, sono invece destinate a rimanere sulla carta, a partire dalla lotta all’evasione e alla corruzione. Montanino ha una lunga sfilza di incarichi alle spalle: è stato senior economist per i governi D’Alema e Amato e per la Commissione europea e in seguito direttore generale del ministero dell’Economia e Finanze, che ha rappresentato nei Fondi Fii e F2i.  Lo abbiamo raggiunto a Washington, dove è direttore del settore global business and economics del think tank Atlantic Council.

La lettera del governo greco attenua qualche impegno preso dal governo precedente ma segna una rottura. È giusto parlare di capitolazione di Tsipras?

Partiamo da quello che è successo nelle scorse settimane: Tsipras è partito in quarta dicendo che non ci sarebbe più stata la Troika, né la condizionalità delle tre istituzioni alle riforme. Il punto di arrivo è che ci sono ancora le tre istituzioni, cioè quella che giornalisticamente si è chiamata in questi anni Troika, anche se il nome non è mai comparso nei documenti ufficiali. Ci sono ancora le condizionalità e il fatto che le riforme annunciate debbano essere approvate. Rispetto agli annunci di Tsipras la situazione è molto diversa. Possiamo parlare anche di una sua capitolazione, ma non dobbiamo ricordarci che è solo un accordo ponte di quattro mesi. Successivamente ci sarà inevitabilmente un terzo programma e forse un quarto.

La lettera inviata dal governo greco all’Eurogruppo la sera del 23 febbraio

Sono credibili le riforme del governo greco, che vertono sulla lotta all’evasione e al contrabbando, sulla tassa patrimoniale e sulla spending review? Christine Lagarde, direttrice dell’Fmi ha parlato di un testo ampio ma non chiaro. Anche Mario Draghi, presidente Bce, ha detto che è un buon primo passo ma che il testo è un po’ vago a causa del poco tempo disponibile.

«È un testo un po’ vago, che si concentra sulla lotta alla corruzione e all’evasione. Sembrano le cose che ogni tanto tira fuori il governo italiano»

Sono d’accordo con chi dice che è un testo un po’ vago, che si concentra sulla lotta alla corruzione e all’evasione. Sembrano le cose che ogni tanto tira fuori il governo italiano. È pieno di buone intenzioni, può essere visto come l’inizio di un cammino. Ma per combattere l’evasione devi avere un’amministrazione fiscale adeguata e la Grecia non ce l’ha assolutamente. Inoltre devi avere delle norme adeguate, votate dal Parlamento e poi le devi implementare.

Nel documento si parla della creazione di una sorta di Agenzia delle Entrate.

Certamente, ma ci vogliono anni per farla funzionare. C’è poi da dire un’altra cosa: i Paesi come la Grecia si sono impoveriti. Il governo greco riuscirà a tassare il patrimonio delle circa mille, massimo duemila persone effettivamente ricche, come gli armatori. È possibile sapere chi sono. Ma il recupero dell’evasione delle micro-imprese dei servizi, come quelle del turismo, sarà molto difficile. Il governo è sulla buona strada, ma non dobbiamo dimenticare che in passato la Troika diceva di fare delle cose, i governi ellenici si impegnavano a farle e poi non succedeva niente.

Andrea Montanino, al centro, con il ministro della Giustizia Andrea Orlando e l’ex commissario alla spending review, Carlo Cottarelli, all’ambiasciata italiana di Washington, novembre 2014 (Flickr / Italian Embassy)

La patrimoniale non sarà inutile, visto che c’è già stata una fuga di capitali?

Sicuramente c’è stata una fuga di denaro. Chi ne ha la capacità lo ha già trasferiti all’estero. È un po’ il problema di tutte le patrimoniali. Chi ha i grandi patrimoni in genere conosce i modi per evitare le tasse. Il rischio è che la patrimoniale si trasformi allora in una tassa per la fascia media.

Che cosa succederà dopo i quattro mesi previsti dal programma delle Istituzioni, l’ex Troika formata da Bce, Commissione Ue, Fmi?

«L’Fmi mandava gli ispettori in Paesi non democratici, a parlare con 10-15 persone che decidevano tutto. La Grecia, però, è una democrazia, non si può riformare in pochi mesi»

Con la Grecia c’è stato fondamentalmente un problema: si è pensato di usare per la Grecia le stesse modalità usate in precedenza per i Paesi in via di sviluppo. L’Fmi mandava gli ispettori in Paesi che non erano democrazie, a parlare con 10-15 persone, che prendevano gli accordi e li mettevano in atto. La Grecia, però, è una democrazia, con una Corte Costituzionale, parti sociali, partiti di opposizione. Non si può riformarla in pochi mesi. Dato l’Fmi non può avere programmi che durino più di 3-4 anni, così si è mosso anche per la Grecia. Ma per la Grecia, che ha istituzioni democratiche, si doveva fare un programma della durata di 10-15 anni. Sono invece state chieste troppe riforme in pochi anni.

Ci saranno ora altri programmi della Troika?

Ci saranno un terzo e un quarto programma. Si arriverà comunque a 15 anni di intervento. Si sarebbe dovuto prevedere da subito un periodo di 15 anni: in questo modo le riforme sarebbero state implementate veramente.

Se sono fatte tutte insieme le riforme non si realizzano?

«Quando la Corte Costituzionale portoghese bocciava misure della Troika, molti al Fmi erano infastiditi. Io però dicevo: “dovete essere contenti, vuol dire che è una democrazia”»

Al Fondo monetario internazionale come direttore esecutivo rappresentavo anche il Portogallo (l’area coperta era quella di Italia, Portogallo, Grecia, Albania, Malta, San Marino, ndr). La Corte Costituzionale del Portogallo ha bocciato diverse misure previste dalla Troika e molti al Fmi vivevano con fastidio queste bocciature. Io però dicevo: “dovete essere contenti che ci sia una Corte Costituzionale, vuol dire che è una democrazia”.

Dopo l’accordo tra Grecia ed Eurogruppo, che cosa succederà ora agli Stati europei? Si aprirà un periodo di serenità sui mercati?

Mi aspetto che ci sia un clima buono. Anche questa volta l’Europa ha dimostrato di avere delle istituzioni che funzionano e di essere abbastanza forte da gestire queste situazioni. All’accordo, che è stato essenzialmente politico, penso che i mercati reagiranno bene. Alle persone che si preoccupavano della “Grexit” è stato dimostrato che nessuno vuole l’uscita della Grecia dall’euro, neanche la Germania. Se la Grecia rispetterà gli impegni e se gli altri Paesi non si irrigidiranno, si avrà una fase positiva.

A livello politico, Podemos, Sinn Feinn, Afd, Le Pen e gli altri partiti euroscettici come escono dopo l’accordo tra Eurogruppo e Grecia? Sarà evitato il “contagio politico” di Syriza?

«Oggi Podemos e gli altri sono più deboli. Ha vinto la buona politica, la politica alta»

Probabilmente oggi Podemos e gli altri sono più deboli. Ha vinto la buona politica, la politica alta. Si capisce inoltre che una linea troppo radicale come quella che aveva Tsipras non può avere successo. I greci si sono resi conto che non conviene abbandonare tutto.

Come garantire uno sviluppo della Grecia? L’austerity sul fronte fiscale e gli aggiustamenti di bilancio non bastano a raddrizzare un’economia che esporta poco, ha micro-aziende di servizi e armatori con navi che battono la bandiera di paradisi fiscali. Che riflessioni avete fatto in questi anni al Fmi? Si potrebbero indirizzare sulla Grecia le risorse del piano Juncker sulle infrastrutture, come detto a Linkiesta da Giorgio Arfaras nei giorni scorsi?

È una domanda complessa. Bisogna comprendere quale sia il business model della Grecia, come sarà la Grecia tra 20 anni. Ora il focus è però così si fa in quattro mesi. Io penso che la Grecia dovrebbe puntare di più sul turismo. Il Mediterraneo ha località che sono molto meglio di altri luoghi molto frequentati, per esempio dagli americani. Sono quindi necessarie infrastrutture turistiche. Poi probabilmente bisognerebbe che si puntasse su alcuni settori chiave, come l’agricoltura, che deve essere più industrializzata, e lo shipping (marina commerciale, ndr). La Grecia non è un grande Paese, ha 10 milioni di abitanti, non ci vorrebbe tantissimo. Rimangono però il problema della burocrazia e dell’inefficienza pubblica, che ostacolano qualsiasi tipo di impresa privata.

Christine Lagarde e il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schauble, all’Eurogruppo del 20 febbraio 2015 ( JOHN THYS/AFP/Getty Images)

Come giudica il ruolo del Fmi nelle ultime fasi della vicenda greca? Negli scorsi mesi ha giocato a fare il poliziotto buono, anche con un’autocritica sulla strategia seguita dalla Troika. Ora Christine Lagarde è stata la più dura nei confronti della vaghezza della lettera di Yanis Varoufakis, il ministro delle finanze greco.

«Christine Lagarde deve evitare toni trionfalistici, altrimenti corre il rischio che la misura non venga votata dai Paesi finanziatori non europei»

Ci sono due elementi che spiegano questo atteggiamento. Il primo è che il programma della Grecia è stato comunque controverso presso il Fondo monetario internazionale. Secondo le regole del Fondo, i prestiti vanno fatti a Paesi con il debito sostenibile. La Grecia non lo era, ma è stata inserita la “clausola sistemica”: si diceva che potesse mettere a rischio altre economie. La clausola è stata un escamotage. È andata bene agli europei, ma non ai brasiliani e ad altri Paesi finanziatori del Fondo. Christine Lagarde deve evitare toni trionfalistici, altrimenti corre il rischio che la misura non venga votata dai Paesi finanziatori. Nel Fmi non decide tutto il direttore.

Il secondo elemento?

«Dal 2013 viene scritto nei documenti del Fmi che i Paesi europei devono fare i passi necessari per ridurre l’ammontare del debito greco»

L’Fmi spinge verso l’applicazione di una clausola che c’è nel programma sulla Grecia, cioè che gli europei prima o poi si prendano l’impegno a farsi carico del debito greco: dal 2013 viene sempre scritto in fondo ai documenti che i Paesi europei devono fare i passi necessari per ridurre l’ammontare del debito greco.

Anche l’Fmi farà tagliare il suo credito? Non sembra realistico.

No, l’Fmi rimane un creditore privilegiato, dovrebbero essere i Paesi europei a tagliarlo.

Come vede il futuro dell’Italia. Alla fine del 2014 ha espresso le sue preoccupazioni per la nostra debolezza. È ancora preoccupato?

Penso che bisognerebbe lavorare ogni giorno per fare una piccola riforma. L’Italia funziona male sulle piccole cose, alle quali bisogna dedicarsi. I ministri dovrebbero per prima cosa amministrare. Il vizio italiano è invece quello di annunciare sempre la grande riforma successiva, senza finire e mettere a punto quella precedente.

È un po’ come il cacciavite (la formula usata a suo tempo da Enrico Letta, ndr).

Esatto, abbiamo bisogno di cose come la giustizia che funziona e puntare sui nostri vantaggi comparati: l’Italia non è un Paesi tipo la Grecia, ha più forza e più capacità.