Un italiano nella City, tra ferocia e finestre aperte

Un italiano nella City, tra ferocia e finestre aperte

«Mangi quel che uccidi. E se non uccidi, non mangi». Quando Giovanni Sanfelice di Monteforte, 40 anni, è arrivato a Londra, nel 2007, per aprire l’ufficio londinese della Barabino e Associati, società italiana di comunicazione finanziaria, è stata una delle prime cose che ha sentito dire. Si trovava di fronte all’organigramma di un hedge-fund. Il suo interlocutore stava indicando una persona appena licenziata. Un altro investitore, incontrato a pochi giorni di distanza, si è presentato stringendogli la mano e chiedendo: «Quanto posso guadagnare dal tuo lavoro?».

Oggi Giovanni, socio fondatore della Tancredi, società di comunicazione finanziaria, e Presidente del Business Club Italia, sa che Londra è feroce, veloce, ma anche disposta ad ascoltare. «Qui non si perde tempo. Eppure, nonostante si sia bombardati da mille idee e proposte, e circondati da gente cento volte più “smart” di te, tutti sono anche pronti a prestarti attenzione. Se l’idea funziona, avrai la tua possibilità. Ma mai una seconda chance». Londra offre finestre circoscritte e brevi, occasioni da saper cogliere al volo. «E questo, per me, è stato un grande stimolo».

«Sono arrivato da migrante per aprire un’agenzia di comunicazione finanziaria nella città che l’ha inventata. Come aprire una pizzeria a Napoli», scherza. Il credit crunch ha dato una mano. Nel 2011, in piena crisi economica e politica italiana, la sua agenzia diventa punto di riferimento per la finanza che vuole capire cosa sta succedendo al Bel Paese. Esattamente il servizio che Giovanni stava offrendo.

Nel 2015, Sanfelice lancia la propria società di comunicazione insieme a un’ex giornalista del Financial Times, Salamander Davoudi. «Lo scopo è aiutare tutte le realtà non britanniche e prive di un loro rappresentante qui a Londra che vogliono rafforzare le loro relazioni con i media locali e riuscire a raggiungere gli stakeholder di base a Londra o nel Regno Unito». Per questo il team della Tancredi è multinazionale. Vi lavorano un italiano, Giovanni, la sua socia inglese, una collega anglo brasiliana- «con forti contatti con la comunità latina di Londra» – e un’altra donna anglo-saudita, che guida la sede di Gedda, Arabia Saudita. «Siamo un hub internazionale, fatto quasi interamente di expat. E il nostro essere stranieri in Inghilterra è il nostro punto di forza perché ci permette di entrare in contatto facilmente con il resto del mondo».

Ma Giovanni Sanfelice è un ponte utilissimo anche all’Italia, non solo all’Uk. Periodicamente, il Business Club Italia che presiede invita a Londra Ceo, chairman e italiani illustri per trattare di temi economici e politici, e raccontare l’Italia oltre i pregiudizi e la diffidenza. «Misuriamo la preoccupazione degli inglesi e cerchiamo di fare chiarezza, portando anche esempi di realtà italiane illustri. Luigi Gubitosi, ad esempio, è venuto a presentare il nuovo piano Rai e ha ottenuto molti apprezzamenti. Gabriele Galateri (presidente di Generali e del Comitato corporate governance di Borsa Italiana, Ndr) e Stefano Micossi (direttore generale di Assonime, ndr) hanno spiegato il sistema di corporate governance italiano a una platea di investitori britannici (compreso il presidente di Barclays, David Walker, Ndr) che lo ha riconosciuto – a livello di regole – come uno dei più avanzati al mondo», racconta Giovanni.

Ma questi incontri sono utilissimi anche per il Bel Paese. E non solo perché gli italiani “illustri” che vengono a parlare si accorgono spesso dei ritardi nostrani. Ma anche perché toccano con mano i lati deboli su cui occorre lavorare. «C’è nella finanza londinese il timore di vedere implodere un’Italia sempre più chiusa su se stessa», racconta Giovanni. «C’è la confusione che viene dal vedere realtà industriali troppo diverse tra loro: alcune tutte orientate all’export e riconosciute a livello mondiale, e altre concentrate solo sul business domestico, e che sembrano aver perso il treno dell’innovazione».

Ma soprattutto, quel che più preoccupa gli investitori, è – spiega Sanfelice – l’incapacità del sistema di tagliare ad hoc strumenti finanziari che attirino i capitali stranieri. «Bisogna rendersi conto che non si può più sperare di veder arrivare grandi investimenti, come se la Ford potesse venire in Italia e aprire un nuovo stabilimento da duecento milioni di auto prodotte all’anno. Non siamo più adatti per quello, queste capitalizzazioni si fanno altrove ormai. Ci sono però venture-capital attratte dal talento e dalla creatività italiane, disposte a mettere cifre minori su piccole realtà già esistenti, in un Paese dove l’80% delle aziende ha meno di 15 dipendenti. Ma perché questo accada serve un regime fiscale specifico, diverso da quello pensato per le grandi banche e le grosse aziende investitrici». È la City che lo chiede.  

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