Barbapapà, i veri ideologi del No-Tav

Barbapapà, i veri ideologi del No-Tav

“Hulaup, Barbatruc!”. La morte del disegnatore americano Talus Taylor, co-creatore, insieme alla moglie Annette Tison, dei Barbapapà, ha colpito tutti gli appassionati. Talus, come si sottolinea da più parti, aveva avuto una vita molto discreta. Anche la sua morte, avvenuta il 19 febbraio, è stata resa nota al pubblico solo il primo marzo. Era una persona riservata, ma la bizzarra famiglia dei Barbapapà, nata negli anni ’70, come una forma di compensazione, era diventata celebre.

Secondo la leggenda, i Barbapapà sono figli delle rivolte del ’68. Il giovane americano Talus, professore di matematica arrivato da poco a Parigi, era disorientato: non capiva la lingua, non capiva i discorsi politici che riempivano le serate degli studenti. Non riusciva ad ambientarsi. Una sera, in un bistrot con la compagna e altri amici che discutevano sulle vie migliori per la rivoluzione, pensò bene di disegnare sulla tovaglia il prototipo del Barbapapà, un personaggio tondo e allegro (perfezionato poi da Annette). Erano i tempi delle barricate, del maggio parigino, dei fiori nei cannoni e dei cannoni in Vietnam. Barbapapà, anche se era solo un fumetto, non poteva non esserne condizionato.

Scelsero di chiamarlo Barbapapà (in francese barbe a papa vuol dire zucchero filato) perché, continua la leggenda, un pomeriggio ai Jardins de Luxembourg Talus era rimasto colpito dai suoni emessi da un bambino (“ba..ba..pa..pa..”), che per lui non avevano alcun senso. Annette gli spiegò il significato, a lui piacque e lo scelse come nome per lo strano personaggio che avevano creato al bistrot. Ora servivano alcuni accorgimenti finali.

Fu deciso, dopo un test con la piccola nipote di Annette, che Barbapapà potesse cambiare forma a piacimento; fu stabilito, dopo una consulenza con agenti americani, che il colore fosse il rosa (all’inizio era il nero), per questioni di opportunità di mercato: nel sud degli Usa non sarebbe stato molto gradito.

Fu infine creato un mondo in cui farlo muovere, con storie in progress. I primi album raccontano i viaggi di Barbapapà per il mondo in cerca di una Barbamamma, fino a quando non la trova, spuntata dallo stesso giardino da cui proviene lui, al ritorno a casa. È come lui, ma nera e con tratti più femminili. I due possono avere una famiglia (e sarà molto numerosa), con cui intraprendere nuove avventure e raccontare diverse storie.

I principi di Barbapapà sono l’ecologia, la difesa degli animali e della natura. Si può leggere anche una strizzata d’occhio alla “decrescita felice”, l’impulso (emerso in alcune puntate) a opporsi al progresso – nocivo – del mondo esterno, la voglia di fuggire su altri pianeti, le staccionate costruite per evitare la modernità. Una puntata di Barbapapà vale dieci trattati di Serge Latouche. Ma non solo: nella difesa del territorio, nella lotta contro il cemento i Barbapapà hanno posto le basi, ideologico-pratiche della resistenza No-Tav. Le barriere contro il progresso, la natura incontaminata, il mito delle resistenze parigine.

La famiglia, poi, è diversa dal «modello tradizionale» che i due autori conoscevano (anche qui, si ritrovano bandiere del ’68), e Barbapapà non comanda – ma aiuta. Il tutto decenni prima della “rivoluzionaria” Peppa Pig.

In una serie, infine, i Barbapapà partono per un viaggio nei Paesi più bizzarri del mondo, incontrando popoli e culture nuovi. Siamo sempre nell’ambito educativo-culturale per i bambini, ma la traccia è quella di un multiculturalismo terzomondista, lontano dagli echi colonialisti/razzisti del primo Topolino.

Del ’68 hanno ricavato anche l’abilità nel marketing. I giapponesi ne hanno creato una serie animata, che li ha fatti diventare un fenomeno mondiale. Da qui i pupazzetti, i palloncini (che si vedono ancora), le tovaglie, le posate, salvadanai, e le campagne della Unicef contro la pedofilia. Un corollario del mercato che risulta, purtroppo, inevitabile anche per la famiglia di Barbapapà, cui questa piega consumista non sarebbe piaciuta molto. Ma che potevano farci? Come Jep Gambardella, loro si occupano dell’altrove. In fondo, è solo un trucco. Sì, un barbatrucco.