Rubrica Scienza&SaluteCyborg e post umani, ecco la nuova evoluzione

Cyborg e post umani, ecco la nuova evoluzione

Qualche giorno fa ha fatto il giro del mondo la notizia di un ragazzo di 18 anni della provincia di Torino affetto da un tumore alle ossa e salvato grazie a un emibacino artificiale. Oltre dieci ore di intervento hanno permesso di sostituire la parte destra del bacino e l’anca affetta da osteosarcoma, con una protesi di titanio con rivestimento in  tantalio (un materiale che si integra con le ossa umane) realizzato negli Stati Uniti, in base al calco ricavato dalla Tac del paziente. Sempre presso la stessa struttura, l’ospedale Infantile Regina Margherita della Città della Salute di Torino, qualche mese fa a un bambino di quattro anni, affetto da una grave insufficienza renale, era stata impiantata un’arteria artificiale, per permettere il passaggio del sangue al cuore. I grossi cateteri per la dialisi avevano infatti occluso i vasi centrali che portano al cuore.

In entrambi i casi un “pezzo di ricambio” artificiale e costruito ad hoc, ha permesso di salvare la vita a questi giovani pazienti. Certo il caso del bambino di quattro anni non rappresenta una novità se si pensa che gli stent (strutture cilindriche di metallo utilizzate negli organi cavi, come i vasi o l’intestino, per mantenere aperti i passaggi occlusi) da anni vengono usati in chirurgia per ridurre una stenosi o evitare un aneurisma; o se si pensa ai pacemaker, dispositivi elettrici in grado di stimolare elettricamente il battito del cuore quando questo non avviene più spontaneamente; alle protesi d’anca, per cui l’articolazione di un’anca malata viene sostituita con un impianto artificiale fatto di metallo, ceramica o plastica; o banalmente anche agli impianti acustici per la perdita dell’udito e agli occhiali, che certo non sono impiantati all’interno del nostro corpo, ma sono pur sempre estensioni artificiali del nostro organismo che ci permettono di migliorare la nostra salute.

In questo senso siamo tutti già dei cyborg. Organismi costituiti da una parte umana-biologica (ancora preponderante, per il momento) e una artificiale che utilizziamo per migliorare la nostra performance. Ma c’è anche chi, superata la moda di piercing e tatuaggi, per avvicinarsi di più a un organismo cibernetico, si fa impiantare un magnete sottopelle. Un microchip posizionato nel dito (dove le terminazioni nervose sono maggiori), generalmente anulare, in grado di far sentire i campi magnetici presenti nelle vicinanze e sollevare piccoli oggetti metallici, come graffette o spilli. O un radio-frequency identification (RFID) chip, impiantato nello spazio tra il pollice e il dito indice, che dovrebbe permettere in pratica un’autenticazione più veloce, economica e affidabile, rispetto altri dati biometrici, come le impronte digitali o scansioni facciali, come riporta Forbes. «Quando il chip viene colpito con un segnale a radiofrequenza, emette un numero identificativo unico che funziona come una lunga password, difficili da indovinare. Chi ha l’impianto, con un semplice gesto della mano può recuperare le chiavi dalla tasca, aprire le automobili, accendere o spegnere i computer, lo smartphone e anche la luce di casa».

Tutto perfettamente in linea con la  filosofia del transumanesimo (h+), «un movimento culturale, intellettuale e scientifico, che afferma il dovere morale di migliorare le capacità fisiche e cognitive della specie umana e di applicare le nuove tecnologie all’uomo, affinché́ si possano eliminare aspetti non desiderati e non necessari della condizione umana come la sofferenza, la malattia, l’invecchiamento, e persino, l’essere mortali» spiega Elena Postigo Solana, professore Associato di Bioetica e Antropologia presso l’Universidad CEU S. Pablo di Madrid. L’obiettivo secondo l’attuale definizione di Max More, è raggiungere una condizione post umana, intesa come «un superamento degli attuali limiti delle capacità umane a favore di una condizione che nel prossimo futuro presenterà aspetti, talmente innovativi, da non essere più classificabili solo come umani. Grazie alle scoperte e alle applicazioni di nuove scienze come la biorobotica, la bioinformatica, la nanotecnologia, la neurofarmacologia, e così via, l’uomo si traghetterà in una nuova era evoluzionistica post-darwiniana».

«La stessa definizione di Transumanesimo pone già una serie di interrogativi fondamentali – continua Solana – cosa intendiamo per miglioramento (enhancement) della specie umana? Dov’è il limite tra terapia e miglioramento? L’uomo si serve da sempre dei mezzi – naturali e artificiali – per potenziare le sue capacità abituali (si pensi agli occhiali) o per migliorare il suo corpo e la sua mente: ci sono dei limiti etici a queste azioni? Quando un uomo è “normale” e quando non lo è? Il criterio di normalità è stabilito in base a degli standard fisici e a statistiche sul numero di esseri umani che la possiedono?».

Il cuore del biohacking è senza dubbio il Regno Unito dove si trovano due delle figure di spicco del movimento: Lepht Anonym, una giovane donna di Aberdeen che senza alcuna prudenza si è impiantato da sola protesi metalliche e macchine, e Kevin Warwick, un professore dell’Università di Reading del dipartimento di cibernetica, che per eseguire i suoi impianti si appoggia a uno staff qualificato di tecnici medici. Già nel 1998 Warwick si fece impiantare un RFID chip – e fu uno dei primi a farlo – e nel 2002, dei sensori cibernetici nei nervi del braccio. «Il suo braccio è pieno di macchine complesse – racconta Ben Popper su The Verge – che permettono a Warwick di manipolare una mano robotica a distanza, uno sorta di specchio del suo braccio in carne e ossa. Non solo, ma l’impulso può andare in entrambe e direzioni. La moglie di Warwick, Irena, ha invece impiantato un sistema cibernetico semplice. Quando qualcuno le stringe la mano, Warwick anche oltre oceano era in grado di provare la stessa sensazione alla mano. È una sorta di telepatia cibernetica, come ha scritto Warwick, o empatia, per cui i suoi nervi sono stati modificati per sentire quello che sente lei, attraverso una serie di bit di dati che viaggiano su Internet».

Nel 2012 il lavoro di Warwick venne salutato come un importante passo in avanti per aiutare le persone prive di arti o paralizzate, per riconquistare una serie di capacità. «Sono contento se questa scoperta porterà a nuove e potenziali terapie mediche – aveva affermato il professore – ma quello che veramente mi interessa è il potenziamento delle capacità umane a un livello superiore. Dieci anni fa questo avrebbe sconvolto molte persone: a meno che l’obiettivo finale non fosse aiutare i disabili, le persone non erano pronti ad accettarla».

A fine febbraio del 2015 le agenzie riportano la notizia di una nuova ricerca, una delle tante, che ha permesso di impiantare  una mano bionica mossa dal pensiero su tre pazienti, che avevano subito delle lesioni del plesso brachiale. Chissà se, come ha predetto il miliardario russo Dmitry Itskov, nel 2045 con poche e semplici mosse diventeremo davvero immortali. 

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