Il patto delle “Nazarene”: meno tasse per le neomamme

Il patto delle “Nazarene”: meno tasse per le neomamme

Si sono già autobattezzate “le Nazarene”. Dove il famoso patto tra Partito democratico e Forza Italia non è arrivato, arrivano le deputate dei due partiti. Fabrizia Giuliani (Pd), Mara Carfagna (Fi) e Irene Tinagli (Pd, ex Scelta Civica) hanno presentato un manifesto in cinque punti per uscire dalla crisi da sottoporre al governo e al Parlamento. Molte delle soluzioni passano attraverso le donne, che in Italia hanno uno dei tassi di occupazione più bassi d’Europa. Perché, dicono, la marginalità italiana è anche figlia della marginalità delle donne. «Secondo il Fondo monetario internazionale, le discriminazioni di genere frenano lo sviluppo e costano all’Italia una perdita di ricchezza potenziale del 15 per cento», ricordano. «Basterebbe solo allinearci agli standard europei per vedere crescere il nostro Prodotto interno lordo del 7%».

Il punto numero uno riguarda gli asili nido. La richiesta è la stessa da anni, che ci siano più posti per i nuovi nati, ma stavolta si fanno anche i conti su come e dove trovare le risorse. A settembre 2014, mentre annunciava il programma dei mille giorni, Matteo Renzi aveva promesso «mille asili nidi in mille giorni». Ma poi non se ne è saputo più nulla. Quelli che si conoscono sono i numeri: i nidi pubblici nel nostro Paese riescono a coprire meno del 12% dell’utenza potenziale, oltre 20 punti in meno rispetto al 33% raccomandato dall’Europa. «Non si può parlare di asili nido solo in campagna elettorale», dice Irene Tinagli. «Un passo avanti è stato fatto investendo 100 milioni di euro nella legge di stabilità, ma serve un impegno più esteso».

“Se i Comuni mettessero mano alle partecipate, si risparmierebbero 2-3 miliardi di euro. E con questi soldi potremmo triplicare l’offerta dei nidi”

Impegno che di certo implica un costo. «Ma non proporrei nessuna spesa in deficit», assicura Tinagli, che prima di tutto è un’economista e anche ex “montiana”. «Quello che proponiamo è di spostare la spesa da aree inutili e improduttive verso altre aree strategiche». Un esempio? «Cominciamo a responsabilizzare gli enti locali. È vero che i Comuni negli ultimi anni hanno subito molti tagli ma è anche vero che molti comuni sono inadempienti sulla dismissione delle società partecipate locali. Si preferisce dare un posto a un politico in una partecipata anziché un posto in un nido a un bambino». Se invece si «mettesse mano alle partecipate, risparmieremmo 2-3 miliardi. E con questi soldi possiamo triplicare l’offerta dei nidi».

Al secondo punto ci sono i congedi di paternità. «La conciliazione tra lavoro e famiglia non è solo compito della mamma», dice Irene Tinagli. La riforma Fornero nel 2012 ha introdotto il congedo di paternità, ma per mancanza di risorse il congedo che il papà può chiedere per la nascita del figlio si è ridotto a un solo giorno. «Noi chiediamo che il congedo si estenda almeno a una settimana», dice Tinagli, «e che sia incentivato con maggiori agevolazioni fiscali».

Un punto importante, il terzo, riguarda la detassazione per le mamme che rientrano al lavoro dopo una gravidanza. In Italia quasi una donna su quattro abbandona il lavoro dopo la nascita di un figlio. Le donne con figli in età prescolare hanno una probabilità di lavorare inferiore al 30% rispetto alle coetanee senza figli. E il tasso di occupazione diminuisce con l’aumentare del numero dei figli. «Questo», dice Irene Tinagli, «avviene soprattutto nei casi di stipendi bassi. Se devi andare a lavorare solo per pagare tate e asilo, allora rinunci». L’idea delle tre deputate è rendere il lavoro delle mamme che rientrano al lavoro dopo tre anni di inattività più conveniente per i datori di lavoro. Inserendo nuovi sgravi fiscali. E la stessa Tinagli sta lavorando a un disegno di legge che stabilisca una no tax area nei primi anni di ritorno al lavoro delle neomamme. Qualcosa di positivo per l’occupazione femminile, dicono, «nel Jobs Act già si vede, con l’estensione della tutela di maternità prevista nel decreto sugli ammortizzatori sociali». Ma la riforma del lavoro non è ancora completa, e le “Nazarene” sperano di infilare qualcuna delle loro proposte nei prossimi decreti attuativi.

Basterebbe solo allinearci agli standard europei per vedere crescere il nostro Prodotto interno lordo del 7%

Al quarto punto, le tre deputate chiedono al governo di attuare il Piano nazionale antiviolenza sulle donne, che è stato stipulato ormai da un anno ma non è ancora diventato operativo. «È ora di passare dalle parole ai fatti», ripetono. «Tutto è collegato», spiega Tinagli, «perché una donna che non lavora e che non è autonoma economicamente avrà meno forza di denunciare un uomo che la picchia».

Le deputate hanno pensato anche ai curriculum vitae e agli annunci di lavoro (quinto punto), chiedendo di vietare di indicare genere ed età nelle offerte di lavoro. «Bisogna intervenire in maniera più decisa contro le discriminazioni nella selezione del personale», dice Irene Tinagli, «vietando e sanzionando ogni discriminazione fatta in base al sesso o all’età». E per fare questo, dicono, serve «un intervento anche sui curriculum, eliminando i riferimenti anagrafici. Come avviene negli Stati Uniti, dove nei cv si scrivono solo le competenze e i candidati vengono selezionati solo tramite quelle».

L’obiettivo «non è lamentarsi, ma rilanciare sul tema delle pari opportunità con proposte concrete e un atteggiamento proattivo, puntando sui temi che vadano oltre le battaglie politiche ideologiche». Sono temi, precisa Tinagli, «che non interessano solo le donne. Non sono mai stata una femminista. Ma da economista e studiosa dei fenomeni sociali so che un maggiore coinvolgimento delle donne ha una importanza fondamentale nell’economia di un Paese». I prossimi step ora saranno trasformare i cinque punti in disegni di legge e proposte concrete, creare gruppi di lavoro aperti a tutti i partiti (questa è la parte più difficile) e avviare un dialogo con il governo.