Il salario minimo si può fare anche in Italia

Il salario minimo si può fare anche in Italia

I nostri sindacati guardano con diffidenza alle soglie retributive determinate per legge. La fissazione dei minimi retributivi, del resto, è stata storicamente prerogativa delle parti sociali nell’ambito della libera contrattazione collettiva. La delega alla sperimentazione di un compenso orario minimo contenuta nel Jobs Act, non ha certo contribuito ad attenuare l’apprensione delle organizzazioni di rappresentanza, quelle sindacali su tutte. Il timore è che si tratti di una misura che, in linea con la politica di marginalizzazione del sindacato messa in atto dal governo, contribuirà a uno svuotamento dei corpi intermedi, oltreché della contrattazione collettiva. Una carrellata dei meccanismi di determinazione del salario minimo legale in altri Paesi europei può essere utile, se non a eliminare, quantomeno a ridimensionare, l’idea del salario minimo in chiave antisindacale.

Partiamo dal Belgio, dove organizzazioni sindacali e datoriali siglano un apposito accordo di livello nazionale mirato a stabilire il minimo retributivo. Nel modello belga, le associazioni di rappresentanza si incontrano nel Consiglio nazionale del lavoro e in questa sede raggiungono un’intesa da cui scaturirà il minimo salariale nazionale (Garantie du revenu minimum mensuel moyen), poi recepito ed esteso dal governo. Il livello retributivo così definito, nel concreto, è incrementabile e derogabile in meglio dagli ulteriori accordi raggiunti a livello settoriale. L’autorità governativa ha dunque un ruolo in una certa misura “passivo”, limitandosi a recepire ed estendere attraverso un decreto reale il minimo salariale previamente fissato dalle parti sociali.

In altri Paesi prevale un approccio più improntato a dinamiche concertative, ovvero di dialogo sociale: il minimo salariale è fissato per legge ma solo in seguito a consultazioni tripartite tra organizzazioni sindacali, datoriali e governo. Esemplificativo è il caso del “Salario Minimo Interprofesional” (SMI) spagnolo. Secondo l’art. 27 dello “Estatuto de los Trabajadores”, ogni anno il governo iberico si consulta con le organizzazioni sindacali e datoriali più rappresentative acquisendone il parere. Esperita questa parte dell’iter procedimentale, e tenendo altresì genericamente conto dell’andamento dell’inflazione e della produttività del Paese, il Consiglio dei ministri nel mese di dicembre approva il livello o incremento salariale valevole per l’anno successivo, mediante un apposito decreto reale.

In Francia e Olanda, ancora, il minimo salariale è stabilito direttamente dall’autorità governativa, con un certo grado di discrezionalità. Lo Smic francese (“Salaire minimum interprofessionnel de croissance”) è rivisto annualmente direttamente dal governo. La legge pone comunque alcuni vincoli all’autorità governativa per l’adeguamento dei minimi salariali: ad esempio, l’incremento annuale non può essere inferiore al tasso di inflazione dell’anno stesso, e se l’inflazione supera il valore del 2%, l’aggiustamento deve essere automatico. A questo si aggiunge il ruolo riservato a una speciale commissione nazionale (la “Commission national de la negociation collective”), composta da esperti e rappresentanti delle organizzazioni sindacali e datoriali, la quale ha il compito di far pervenire pareri (non vincolanti) al governo in materia di revisione del salario minimo legale. Simile ma allo stesso tempo parzialmente diverso il sistema olandese, dove il salario minimo legale è rivisto due volte l’anno (il primo gennaio e il primo luglio) dal ministero del Lavoro e degli affari sociali. Il freno alla piena discrezionalità governativa è qui rappresentato dal fatto che eventuali incrementi devono avvenire nel rispetto di soglie individuate attraverso apposite formule statistiche che tengono conto degli incrementi salariali sanciti dai contratti collettivi (in questo modo, indirettamente, si riconosce peraltro l’operato delle parti sociali firmatarie delle intese assunte a riferimento).

L’introduzione di un minimo salariale stabilito per legge non sembra comportare necessariamente un imbrigliamento del ruolo del sindacato, che mantiene nella maggior parte delle realtà una funzione che va ben oltre la mera opzione di controllo

Vi sono poi casi in cui il minimo salariale è sì fissato dal governo, ma sulla scia delle indicazioni fornite da apposite commissioni indipendenti. È proprio quello che avviene nel Regno Unito, esemplificativo di un modello economico di mercato liberale. In seguito al “National Minimum Wage Act” del 1998, un ruolo preminente nella determinazione della soglia retributiva minima è stato demandato a una commissione indipendente: la “Low Pay Commission” (Lpc). Questo organismo ha una composizione trilaterale e conta nove membri, tutti scelti dal “Department for Business, Innovation and Skills”: tre rappresentanti delle organizzazioni sindacali, tre rappresentanti dei datori di lavoro e tre accademici o esperti. Nello specifico, la commissione fornisce annualmente raccomandazioni al governo circa la misura di rivisitazione del “National Minimum Wage” e ne monitora gli effetti sull’economia britannica. L’autorità governativa, dal canto suo, potrebbe tecnicamente smarcarsi dalle raccomandazioni della Lpc, dandone adeguata motivazione, ma ciò nel concreto non si verifica, anche perché l’autorevolezza e l’indipendenza della commissione conferiscono alla stessa un’attendibilità tale da ridurre al minimo ogni possibilità di discostamento.

In conclusione, è bene ricordare come il salario minimo legale rappresenti una novità anche per la Germania, il solo Paese, insieme all’Italia, a non avere mai adottato finora un salario minimo per legge. Qui il legislatore ha previsto l’istituzione di un’apposita Commissione tripartita, composta da esperti, rappresentanti delle organizzazioni sindacali e rappresentanti delle associazioni datoriali. Questo organo, esaurito il “regime di transizione” e quindi a partire dal 1 gennaio 2018, avrà il compito di formulare annualmente delle proposte per la revisione del livello retributivo fissato per legge. La commissione farà così una proposta circa l’incremento o la revisione della soglia salariale e il governo, da parte sua, adotterà la misura mediante decreto legge. In questo schema, sembra che alle parti sociali sia riservato un ruolo potenzialmente significativo, la cui funzionalità non viene meno ed è anzi canalizzata nel processo finalizzato alla determinazione del minimo salariale.

L’Europa, come abbiamo visto, presenta una varietà di modelli per la fissazione del salario minimo legale, così come vari gradi di coinvolgimento delle associazioni di rappresentanza, con differenze più o meno marcate da paese a paese. L’introduzione di un minimo salariale stabilito per legge non sembra comportare necessariamente un imbrigliamento del ruolo delle parti sociali e, nello specifico, del sindacato, il quale, anzi, mantiene nella maggior parte delle realtà una funzione che va ben oltre la mera opzione di “voice” e controllo. Il rapporto tra salario minimo legale e parti sociali è possibile.

*ADAPT Junior Fellow