La seconda vita di J. D. Salinger

La seconda vita di J. D. Salinger

Nel novembre del 1974, quando un editore si lanciò nella pubblicazione di alcuni suoi racconti giovanili, fino ad allora inediti, J. D. Salinger prese il telefono e chiamò il New York Times dalla sua casa di Cornish, New Hampshire. Disse che voleva parlare «solo un minuto» e restò in linea per mezz’ora, alternando l’affabilità alla reticenza. Era la prima volta che si esprimeva pubblicamente da quasi vent’anni.

Quando il giornalista del New York Times gli chiese se «presto» avrebbe pubblicato qualcosa di nuovo, Salinger rimase in silenzio un istante. Poi disse: «Non so quanto presto». Aggiunse che scriveva molto, tutti i giorni. «Mi piace scrivere per me stesso. Pago per questo genere di atteggiamento. Sono conosciuto come una persona strana e distaccata. Ma tutto quello che sto facendo è provare a proteggere me stesso e il mio lavoro».

Alla fine del 2013, si è parlato di nuovo di J. D. Salinger – a tre anni dalla morte – per una corposa biografia, intitolata Salinger, che ha accompagnato l’uscita di un documentario con lo stesso nome. Entrambi sono stati stroncati dalla critica, ma i suoi autori finirono sui giornali di tutto il mondo con un annuncio inatteso: almeno cinque nuovi libri inediti di Salinger saranno pubblicati tra il 2015 e il 2020.

Finora nessun editore ha confermato, ma secondo gli autori del documentario ci sarebbe una cronologia precisa per l’uscita degli inediti, decisa dall’autore stesso.

Se quei libri si fanno attendere, qualche novità è arrivata lo stesso. A metà del 2014, una piccola casa editrice di Memphis, la Devault-Graves (fondata solo due anni prima), è riuscita ad assicurarsi i diritti globali per tre racconti scritti da Salinger tra il 1940 e il 1944 e pubblicati in riviste poco conosciute.

Tom Graves e Darrin Devault hanno scoperto che i racconti non erano mai stati registrati come proprietà intellettuale dell’autore, e dopo una lunga serie di controlli legali, per non incorrere nelle ire del Salinger Trust – che amministra l’eredità letteraria dello scrittore – hanno raggiunto l’obiettivo di pubblicare il primo libro di Jerome David Salinger in oltre cinquant’anni. «Lui stesso potrebbe non aver apprezzato quello che abbiamo fatto», ha detto Graves con insolito candore.

Il libro è appena stato pubblicato in italiano dal Saggiatore, con il titolo I giovani. Tre racconti (postfazione di Giorgio Vasta, traduzione di Delfina Vezzoli, 80 pp., 12 euro).

Le origini di un grande scrittore hanno spesso un interesse per lo studioso e per l’appassionato – e nella seconda categoria Salinger ha di certo un grande pubblico – ma raramente, se non mai, sono al livello delle opere mature. La nuova raccolta non fa eccezione, anche se il lettore avrà il piacere di ritrovare in abbozzo tutti gli elementi che, diventato grande, Salinger userà per i suoi libri migliori.

I racconti sono per lo più costruiti intorno ai dialoghi e ai dettagli. I giovani è il primo racconto pubblicato da Salinger a suo nome e il migliore dei tre: descrive una festa di ragazzi e la smania nervosa e senza obiettivo dei vent’anni. Nelle pieghe dei dialoghi emergono psicologie irrisolte e meccanismi di difesa dalle crudeltà più o inconsapevoli di quell’età.

Va’ da Eddie , pubblicato nello stesso 1940, ha un’atmosfera alla Fitzgerald (un punto di riferimento riconosciuto per Salinger) ed è percorso dalla sensualità un poco inquietante di altre pagine di Salinger. Una volta alla settimana è del 1944, e anche se è il più recente è anche il meno riuscito dei tre: tutto resta solo suggerito, ma vi compaiono il disagio mentale e la guerra, altri temi fondamentali del Salinger scrittore – e ancora di più del Salinger uomo.

La parabola letteraria di Salinger dopo il 1965 è ancora da scrivere, ammesso che i libri inediti vedano effettivamente la luce. Potremmo essere stupiti da uno scrittore che è riuscito a migliorare con il passare degli anni. Oppure, come accade altrettanto spesso, potremmo trovarci davanti alla ripetizione, con minor forza, delle ossessioni dei libri migliori.

La seconda vita di Salinger potrebbe non essere ancora cominciata, mentre il suo ritiro dal mondo resta un mistero senza soluzione. Ma lo è veramente?

Quello che sappiamo e quello che non sappiamo

Nel 1996, Jonathan Franzen pubblicò sulla rivista Harper’s un saggio intitolato Perchance to Dream (“Forse sognare”, ampliato qualche anno più tardi e rititolato Why Bother?). Viene presentato di solito come il manifesto del pensiero di Franzen sulla letteratura oggi, e lo è di sicuro, percorso da quell’ansia esistenziale tipica dello scrittore e da un testardo ottimismo della volontà sul ruolo che i romanzi possono ancora ricoprire (il saggio è contenuto nella raccolta Come stare soli, pubblicata in Italia da Einaudi nel 2003).

C’è anche un altro tema in primo piano nel saggio: il suo rapporto problematico con la società della comunicazione e con quello che potremmo chiamare “il profilo pubblico dello scrittore”. Come i suoi celebri e ricorrenti atti d’accusa hanno ampiamente dimostrato, Franzen si sente a disagio nel mondo iper-mediatico della televisione, e più di recente dei social network, che sembra detestare dal profondo del cuore. Quando esprime il suo disprezzo, ottiene ogni volta l’effetto di generare un interesse sovreccitato ed effimero sui social network di mezzo mondo, esattamente quello che odia.

Molti scrittori hanno avvertito il disagio di un’attenzione pubblica per la propria vita privata, e se alcuni hanno sfruttato l’opportunità per costruirsi un’immagine o un proprio mito personale, ci sono pochissimi casi in cui gli autori non sono scesi a compromesso con il mondo in cui, dopotutto, si ritrovano ad abitare.

L’eccezione più nota è proprio quella di J. D. Salinger, che pubblicò un racconto straordinario nel 1948 (Un giorno perfetto per i pescibanana), a ventinove anni, diventò molto famoso con il Giovane Holden, a trentuno, e dopo quindici anni passati a pubblicare con il contagocce altri racconti – sempre di meno, sempre più rari – smise del tutto con quello intitolato Hapworth 16, 1924, pubblicato sul New Yorker nel giugno 1965.

Poi più nulla, fino alla sua morte nel gennaio 2010, quarantacinque anni più tardi.

Per tutto quel tempo Salinger ha abitato nella cittadina di Cornish, New Hampshire, dove si era trasferito nel 1953. Quando riemergeva dal silenzio, era per sconsigliare chiunque – per usare un eufemismo – dall’interessarsi alla sua persona e alle cose che non erano state pubblicate con la sua esplicita approvazione, ricorrendo ai tribunali quando i curiosi si appellavano al diritto di cronaca o a qualunque altro principio meno etereo della sua solida volontà di essere lasciato in pace.

Nonostante quella volontà, sappiamo molto di quello che Salinger ha fatto in tutti quegli anni. Tra le cause legali – che spesso rivelavano alle carte processuali dettagli di vita che lo stesso autore avrebbe preferito tenere nascosti – e le molte testimonianze di chi lo aveva conosciuto, le ricostruzioni sono abbondantissime, anche se tutte restano viziate dall’assenza della voce dell’autore. Sappiamo dove viveva, dei suoi matrimoni (tre), delle relazioni sentimentali tormentate, delle sbandate mistiche e religiose.

Volerne sapere di più è una curiosità legittima, ma il libro appena pubblicato aggiunge un altro tassello forse più interessante: come Salinger ha mosso i primi passi, gli errori e i tentativi che ha fatto in gioventù sulla strada per diventare uno scrittore. Quanto alle cause della sua autoreclusione, rischiano di restare misteriose per sempre, chiuse nell’insondabile, contraddittoria profondità dell’animo umano. La vita potrebbe essere molto meno interessante della letteratura.

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