La Tunisia instabile, tra democrazia e estremismo

La Tunisia instabile, tra democrazia e estremismo

L’attentato di mercoledì 18 marzo a Tunisi ha messo davanti al mondo nel modo più drammatico le forze che mettono in pericolo la fragile transizione della Tunisia alla democrazia. Presentata spesso come l’unica storia di successo tra i paesi che hanno attraversato la cosiddetta “Primavera araba”, la Tunisia è senz’altro un paese in cui l’autorità statale e le forze democratiche hanno un ruolo centrale e stabilizzatore nella società.

Allo stesso tempo, la Tunisia non è immune alla diffusione di idee e movimenti estremisti e sente l’instabilità della regione nordafricana. Non si conoscono le motivazioni degli attentatori al Museo del Bardo di Tunisi, che sono stati subito collegati al cosiddetto Stato Islamico, in particolare dai media italiani. L’Isis ha lodato l’attentato, ma non sono arrivate rivendicazioni fino al pomeriggio di giovedì, quando un sito collegato all’Isis ha pubblicato un messaggio che attribuiva al gruppo la responsabilità dell’attacco.

In attesa di conoscere più dettagli sugli autori della strage, è meglio evitare conclusioni affrettate. Ospite ieri sera al programma di La7 Otto e mezzo, il direttore di Limes Lucio Caracciolo ha sottolineato che l’Isis è spesso un «marchio» usato da singoli individui o cellule terroristiche con scarsi o nulli collegamenti con quanto avviene in Siria e Iraq.

La disillusione dei giovani tunisini

La Tunisia è uno dei primi paesi del mondo per numero di foreign fighters, i cittadini stranieri che vanno a combattere nelle aree più turbolente del Medio Oriente. Il governo tunisino stima che circa tremila persone, quasi tutti giovani e maschi, siano andati in Iraq e in Siria negli ultimi anni per partecipare alle attività dei gruppi terroristici, principalmente del cosiddetto Stato Islamico.

L’origine di questa particolarità tunisina sta nella difficile situazione economica e nel rapido tradimento delle speranze dei giovani del paese – in cui la disoccupazione giovanile raggiunge il 30 per certo nelle zone più povere – dopo le proteste del 2011.

Stefano M. Torelli, ricercatore Ispi, si è occupato di recente del movimento salafita in Tunisia e delle sue derive jihadiste. Già nel maggio del 2013 ricordava che, tra i giovani tunisini, la speranza seguita alla caduta di Ben Ali era stata sostituita molto presto dalla disillusione. Alle prime elezioni democratiche del paese, i giovani che avevano riempito le piazze non sono andati alle urne: solo il 17 per cento degli aventi diritto tra i 18 e i 35 anni si era registrato per votare.

Alle elezioni successive, le prime dopo l’approvazione della nuova Costituzione all’inizio del 2014, si sono svolte tra il 26 ottobre e il 21 dicembre scorso, quando la scelta del presidente della Repubblica – con un’elezione modellata sulla Francia – si è conclusa con la vittoria al ballottaggio di Beji Caid Essebsi. Ma la politica è rimasta un affare per vecchi: l’età media del governo tunisino è molto alta, le riforme che potrebbero toccare i più giovani (giustizia, lavoro) non sono al centro del dibattito pubblico e nel frattempo la disoccupazione giovanile è salita, spinta dalla crisi economica.

Una violenza sotterranea

Stretta tra l’instabile Algeria e la Libia della guerra civile, la violenza non è sempre rimasta fuori dai confini tunisini. Nel febbraio del 2012, in una cittadina del governatorato di Sfax chiamata Bir ‘Ali Ben Khalifa, c’è stato il primo scontro a fuoco tra jihadisti tunisini e forze di sicurezza, con l’uccisione di due persone e il sequestro di una trentina di kalashnikov.

Poco più tardi, a settembre dello stesso anno, una manifestazione a Tunisi che protestava contro la diffusione dell’oscuro film anti-islamico L’innocenza dei musulmani è degenerata in un attacco all’ambasciata statunitense nella città, con il lancio di pietre e molotov che hanno dato il via a diversi incendi. La polizia tunisina ha risposto con le armi e due persone sono state uccise.

A febbraio del 2013 la violenza ha toccato molto da vicino il mondo politico: Chokri Belaid, uno dei leader dell’opposizione laica e di sinistra, è stato ucciso davanti a casa sua. Seguirono grandi proteste contro il governo e la minaccia della violenza di matrice islamista divenne un tema di grande attualità in Tunisia.

L’estremismo religioso in Tunisia

Con la nuova repubblica tunisina hanno ripreso voce anche i movimenti fondamentalisti religiosi, per anni messi al bando e repressi dai regimi di Bourghiba prima e di Ben Ali poi. La Tunisia è uno dei paesi in cui la secolarizzazione è stata più profonda e promossa con più forza dall’autorità centrale. Durante la complicata fase di transizione, i governi centrali che si sono succeduti non sono riusciti a mettere sotto controllo i luoghi e gli ambienti dove sono cominciati a circolare i messaggi dei predicatori più intransigenti.

A marzo del 2012 ci sono state manifestazioni a Tunisi, a cui parteciparono migliaia di persone, che chiedevano l’applicazione nel paese dellaSharia, le leggi tradizionali derivate dal Corano. Nel novembre del 2011 è stata formata un’organizzazione di stampo salafita, al-Jam‘iyya al-Wasatiyya li-l-Taw‘iyya wa-l-Islah (“Associazione centrista per la sensibilizzazione e la riforma”) che intende far pressione sulla politica – pur non partecipando alle elezioni – e sulla società tunisina per l’imposizione della Sharia.

Il salafismo – una galassia molto varia e con infinite differenze da paese a paese – promuove una forma intransigente di religiosità che, tra le altre cose, rifiuta la democrazia di stampo occidentale e l’idea di uno stato laico. Molti gruppi salafiti sono contrari alla violenza.

Ansar al-Shari‘a

Alcuni gruppi, tuttavia, sono più vicini all’ideologia jihadista, che promuove l’uso della violenza per raggiungere i propri scopi di islamizzazione della società. Alcuni di questi gruppi si trovano anche in Tunisia. Si parla molto in queste ore di Ansar al-Shari‘a, fondato in Tunisia nell’aprile 2011 da un ex combattente in Afghanistan, Abu ‘Ayyad al-Tunisi. Anche se Ansar al-Shari‘a non promuove apertamente la lotta violenta in Tunisia, la storia del suo leader e le sue attività recenti hanno portato alla criminalizzazione del gruppo da parte delle autorità tunisine nell’agosto del 2013.

Abu ‘Ayyad è stato arrestato nel 2003 in Turchia con l’accusa di terrorismo internazionale. Sembra esserci almeno un collegamento tra Ansar al-Shari‘a e i movimenti estremisti degli ultimi anni di Ben Ali: il leader spirituale del gruppo, lo Sheykh al-Khatib al-Idrissi, arrestato nel 2006 e incarcerato per due anni per il coinvolgimento in alcuni scontri con le forze di sicurezza tunisine.

Abu ‘Ayyad è stato anche tra i fondatori del Gruppo di Combattimento Tunisino, che si ritiene abbia compiuto l’attentato del 2002 contro la sinagoga dell’isola di Jerba, in cui morirono 19 persone, molte di nazionalità tedesca. Condannato a 68 anni di carcere per le sue attività terroristiche, Abu ‘Ayyad fu scarcerato nel marzo 2011 dal primo governo provvisorio del dopo-Ben Ali.

Come altri gruppi simili nel mondo arabo, Ansar al-Shari‘a è molto impegnata nell’assistenza sociale nei settori più poveri della popolazione, ad esempio con distribuzioni di beni di prima necessità. Il gruppo non predica direttamente il jihad in patria, ma il suo leader ha espresso in passato sostegno per il jihad in altri paesi ed è stata osservata una sua progressiva radicalizzazione nel periodo successivo alla fondazione nel 2011.

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